Wolf Creek 2 – La preda sei tu

Posted: 20th October 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: John Jarratt, Ryan Corr, Shannon Ashlyn, Philippe Klaus, Shane Connor, Ben Gerrard, Gerard Kennedy, Annie Byron
Regia: Greg McLean
Durata: 106 min.
Titolo originale: Wolf Creek 2
Produzione: Australia 2013

VOTO:

Parliamo di cinema.
Anche l’Australia, il paese dello schiavismo legalizzato, ce lo mette al culo. Tutti in Australia ragazzi, c’è lavoro, c’è figa, c’è divertimento!
Ci sono anche controlli serratissimi e un’ostilità diffusa nei confronti dello straniero, ma questo non lo dice mai nessuno.
Meno male che c’è Greg McLean, che decide di mandare un messaggio a chiare lettere a tutti i turisti invasori, cioè noi che, dall’altra parte del mondo, guardiamo sognanti. IN AUSTRALIA NON SIAMO I BENVENUTI, quantomeno se il nostro intento è cazzeggiare, e di tale monito si fa araldo Mick Taylor, il re dell’Outback che nel primo Wolf Creek faceva disperare 3 incauti pellegrini.
In questo secondo, roboante capitolo, il Mick (sempre interpretato da uno straordinario John Jarratt) rincara “giustamente” la dose.

Wolf Creek 2 prende consapevolezza dell’iconicità del personaggio, divenuto in un qualche modo cult negli ultimi dieci anni (il primo film è proprio del 2005), e regala un incipit spettacolare in cui il cacciatore di “porci”, colorito epiteto con cui il Mick definisce i visitatori non graditi, se la prende con due poliziotti della stradale, rei di avergli accollato una multa ingiusta per eccesso di velocità. Il livello di splatter è da subito altissimo (tutta violenza artigianale, zero CGI) e la prima doppia esecuzione è tremenda, di una spietatezza spiazzante nella sua schiettezza, stemperata però dai modi decisamente carisma del nostro anti-eroe.
Si passa dunque a una coppietta di crucchi che, malauguratamente, decide di passare una notte di sesso estremo nel parco naturale di Wolf Creek.

Da qui in poi il film segue le dinamiche classiche dell’inseguimento cacciatore – preda, non senza aggiungere qualche intrigante variante narrativa per rendere più stimolante la visione. Ed effettivamente, se si esclude l’ultima mezz’ora “torture“, in cui il ritmo cala ma la scrittura rimane ottima e capace di generare reale tensione, i 70 minuti precedenti scorrono con una varietà di situazioni a una velocità così forsennata che manco te ne rendi conto. C’è una commistione di generi che rende il film qualcosa di più del mero more of the same: c’è il road movie di corse stradali, dei momenti di sadismo bucolico che sembrano usciti dritti dritti da un Texas Chainsaw Massacre, e infine una fusione di influenze del patriarca Hooper con la new age dello Zombie (Rob, anche se i morti viventi, o qualcosa del genere, fanno comunque capolino) nell’ansiogeno epilogo.

Lo straniamento di trovarsi immersi in una natura tanto struggente quanto indifferente al dramma a cui fa da sfondo invoca momenti di paradosso assoluto, con la vittima di turno che scappa per la vita mentre nel background esplode un’alba sulle montagne capace di levare il fiato più delle letali coltellate del Taylor. Ed è proprio questo splendore paesaggistico (fotografato in maniera esemplare) che il nostro Mick, memore della dominazione inglese che viene nervosamente ricordata durante un brutale quiz con la vittima, vorrebbe preservare dall’incuria e la barbarie dei forestieri, nel nome di uno sciovinismo che, abbastanza bizzarramente, viene dissacrato nella sequenza in cui Mick investe e maciulla con un camion un branco di canguri colpevoli di non avergli concesso la precedenza in autostrada.

Ora, è evidente che McLean non sia un difensore della patria così ottuso da auspicare la morte di qualsiasi elemento “parassitario” esterno al paesaggio. Semmai, credo che Wolf Creek rifletta l’ostracismo imperante in determinati ambienti sociali, senz’altro poco ospitali, a cui brucia ancora il culo per l’invasione inglese del diciottesimo secolo (anche se, ironicamente, Ivan Milat, il serial killer la cui “storia vera” ha ispirato la realizzazione del primo film, era esso stesso figlio di un immigrato). Non a caso, a essere perseguitati sono solo i turisti di classe abbiente e animati da intenti goderecci, piuttosto che la working class straniera che viene evidentemente risparmiata in quanto premurosa di non sconfinare in terreni proibiti.

Implicazioni sociopolitiche a parte, Wolf Creek 2 rimane un esempio perfetto di cinema di genere. Perfettamente ritmato, gore al punto giusto, con un villain irresistibile e soprattutto nazionalpopolare nell’accezione più benefica, in quanto campione d’incassi in patria sfruttando nient’altro che le potenzialità della patria stessa.

Il cinema australiano è vivo e vegeto e spazia nel genere senza ambizioni snob ma con una densità contenutistica e maestria tecnica da applausi. Lake Mungo, il fenomenale Mad Max e il qui presente Wolf Creek 2 (che reputerei quasi una versione slasher del film di Miller, pur senza condividerne i barocchismi e gli eccessi visivi) lo dimostrano pienamente.

In Italia invece ce la passiamo malaccio. Abbiamo solo Suburra, Gomorra e Romanzo Criminale, prodotti forse validi ma comunque specchio di una realtà sempre più allo sfascio.
E il problema è che non possiamo neppure espatriare, che altrimenti il Mick si incazza…

PRO
Violentissimo e inventivo

CONTRO
Ci vuole tanto a fare qualcosa di simile in Italia?

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