The Witch

Posted: 29th June 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson, Kate Dickie, Harvey Scrimshaw, Ellie Grainger, Lucas Dawson, Julian Richings
Regia: Robert Eggers
Durata: 90 min.
Titolo originale: The Witch – A New-England Folktale
Produzione: Canada 2015

VOTO:

1630. Un piccolo nucleo familiare abbandona la colonia dei pilgrim fathers per divergenze di credo e si trasferisce in una zona isolata tra le foreste del New England. I tentativi di coltivazione vanno presto in malora e in famiglia serpeggia il malcontento. Malcontento inasprito dalla scomparsa, in circostanze misteriose, del neonato Samuel.
Sulle prime la colpa viene scaricata su un fantomatico lupo famelico che si aggirerebbe per il bosco, ma con il passare del tempo, e con lo scoppio di bizzarri comportamenti tra i membri della family – specie tra i più piccoli, ossessionati da Black Phillip, un nerissimo e per nulla docile caprone -, il sospetto dell’intervento maligno si fa sempre più concreto.

The Witch, alternativamente stilizzato in The VVitch, è un film dell’orrore a budget estremamente risicato (una location silvestre, una manciata di attori, due bestie e una capanna) che lascia veramente stregati, se mi si perdona il gioco di parole, per realizzazione e potenza atmosferica.
Doverosa premessa, per chi si aspettasse una presenza massiccia di jumpscares e apparizioni spettrali renderizzate al computer: in The Witch non c’è niente di tutto ciò.

C’è una gestione magistrale degli attori, anche quelli più giovani, e una sceneggiatura non lineare che mette in bocca ai suoi interpreti dialoghi reali estrapolati da cronache e diari del tempo, piena età moderna che, mannaggia loro, culturalmente di moderno aveva ben poco. Epoca in cui il dogma e lo spauracchio del peccato riduce l’uomo a servo svilito di una non meglio precisata entità assente e per nulla interessata ai servizi offerti in suo onore. Un’epoca in cui il diverso viene considerato maligno in un’ottica conservatrice che teme l’apertura alla vita nuova e a ciò che in potenza può offrire.

La giovane Thomasin è appena entrata nella pubertà e per la famiglia è una presenza scomoda: il suo destino sarà quello di esser ceduta a qualche proprietario come sguattera, per scongiurare malintesi di natura ormonale.
Con l’adolescenza e lo sviluppo della propria consapevolezza, ecco che Thomasin diventa l’araldo del diavolo, l’impersonificazione della strega: per farsi rispettare, comincia a terrorizzare i piccoli minacciandoli di negromanzie assortite, causando involontariamente – e solo dopo esser stata accusata di essere portatrice di sventura – un’epidemia mistica in casa.

Il fratello minore, Caleb, pare essere sedotto proprio da una fattucchiera in mezzo al bosco, e torna a casa nudo e in evidente stato confusionale. L’evento fa scoppiare la bomba all’interno del nucleo, causando una deflagrazione di diffidenze e di rancori celati, che culminano in un finale nero come il caprone ma liberatorio e spettacolare per potenza eversiva e scenica.

Le scene “di paura” sono ridotte al minimo ma sono estremamente simboliche e suggestive. Sono piuttosto le tematiche a generare nello spettatore una sensazione di inquietudine costante, se non proporzionalmente crescente. La strega del titolo viene mostrata di rado e in circostanze sempre ambigue. Solo il finale apre lo spiraglio nei confronti del soprannaturale ma, come per Antichrist di Von Trier, a cui spesso ho accomunato il film durante la visione, si potrebbe trattare anche solo di metafore intellettuali veicolate attraverso il medium dell’orrore.

In tal senso, la magia – e in senso più filosofico il satanismo stesso – andrebbero da intendersi come stile di vita totalmente naturalistico nella sua accezione più virtuosa, non basato sul timore dell’ignoto e la deprivazione forzata dalla parola di qualche dubbio profeta, ma esistenza in armonia con il creato e con le infinite potenzialità esperibili attraverso la devozione in esso.

The Witch è un film molto sottile e colto, anti-commerciale nella sua essenza (immagino già le inevitabili critiche dei soliti ritardati, quando uscirà qui da noi al cinema) che, pur non lesinando qualche momento di sana tensione, sfrutta il genere per parlare in senso esistenziale dell’uomo e degli effetti devastanti di una condotta dottrinaria e contro natura nel timore del peccato, e non per far fare quattro vacui salti sulla poltrona allo spettatore medio, spiattellandogli in faccia il solito caprone insanguinato con l’immancabile scoppio orchestrale in sottofondo.

PRO
Horror filosofico-esistenzialista

CONTRO
Non adatto alla plebaglia

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  1. Cumbrugliume says:

    Horror dell’anno!