Snitch – L’infiltrato

Posted: 19th May 2013 by Panzer Guderian in Recensioni
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Interpreti: Dwayne Johnson, Barry Pepper, Jon Bernthal, Michael Kenneth Williams, Melina Kanakaredes, Nadine Velazquez, Benjamin Bratt, Susan Sarandon
Regia: Ric Roman Waugh
Durata: 112 min.
Titolo originale: Snitch
Produzione: USA, Emirati Arabi Uniti 2013

VOTO: 

Un film educativo, proiettato sul sociale, questo Snitch – l’infiltrato. Chi l’avrebbe mai detto?
Io no di certo! Influenzato com’ero da innocui pregiudizi estetici di stampo lombrosiano, le mie aspettative sul tenore del film erano pesantemente condizionate dai trapezi di The Rock, la funzione dei quali, diciamocela tutta, non è certo quella di puntellare elegantemente il colletto della camicia di un businessman come vorrebbe la civiltà delle buone maniere, ma quella più ancestrale e primigenia di sostenere un German Suplex.

E invece di Suplex non se ne vede neanche l’ombra, e al contrario abbondano camicie e abiti scuri, panni idonei a nascondere le vergogne di un Tom Hanks, non certo a celare i frutti della chimica farmaceutica applicata al fitness. Perché, è inutile che ci prendiamo in giro, The Rock la merda la prende.

Nel film si tace su questo piccolo particolare, e si cerca di ingabbiare la voracità proteinica di un animale nelle maglie quotidiane di un onesto imprenditore edile: John Matthews. Sicché la sua innata tendenza all’espansione non si traduce in un ulteriore ingrandimento fisico, ma in un coerente adeguamento alle politiche monetarie americane: “Sì, chiediamo un prestito, facciamo girare il capitale”. Come se ciò non bastasse, la rassicurante cornice viene cementata dall’affetto familiare, sconvolto improvvisamente dall’arresto del figlio adolescente per spaccio di droga.
Per farla breve, pare che negli USA le pene minime per questo reato siano state innalzate spropositatamente per indurre i condannati a collaborare in cambio di sconti di pena. Il figlio di Matthews, però, preferisce farsi lesionare l’ano in carcere, ottenendo un invidiabile score di 40 punti di sutura, piuttosto che farsi appellare “Buscetta” dal coglione di turno.
La situazione appare impossibile da sbrogliare, ma finalmente il protagonista realizza che sotto la blusa di bellimbusto pulsano 120 kg di muscoli, e decide di sfruttarne il potenziale collaborando con l’antinarcotici per riscattare il figlio.
A questo punto mi aspettavo che il nostro eroe rivelasse un passato nei Navy Seals o nei Berretti Verdi, e che per l’occasione tirasse fuori da qualche cassetta in soffitta un bel M60 o un lanciagranate M79, si truccasse il viso col pastello nero e scendesse in strada a far saltare palazzi. Invece nulla di tutto ciò. In men che non si dica i miei sogni si infrangono di fronte alle impietose immagini di The Rock a terra mentre viene preso a calci da un gruppetto di spacciatori under 21.

Era giunto il momento di arrendersi all’evidenza, di rinunciare ad ogni pretesa di piegare la realtà esterna ai propri criteri, e lasciare che recepissi le immagini che scorrevano di fronte a me con lo stesso fiducioso distacco con il quale il pellegrino a Benares percepisce il flusso eterno del samsara attraverso il movimento dei fiori di Java trascinati dal Gange.

Complice il mutato atteggiamento, il film si fa più godibile, e la vicenda di un padre di famiglia che mette a rischio la propria vita nei lugubri meandri del narcotraffico suscita suspance e ammirazione. La brutalità con la quale il cartello della droga mantiene il proprio potere è contrastata efficacemente dall’amore paterno che supera ogni tipo di resistenza: lavoro, convenienze familiari, pressioni e ricatti istituzionali. Anche quando le pallottole cominciano a fischiargli attorno, Matthews non demorde e risponde alle offese con un fucile a pompa acquistato per l’occasione. La riscossa armata di un civile, se può essere letta come la celebrazione del Secondo emendamento della Costituzione, acquista maggior valore se si considera la feccia a cui è destinato il piombo. Se Malik si rivela un trafficante locale, ambizioso quanto violento – e comico per la somiglianza fisica e onomastica col Negus Menelik -, El Topo è l’archetipo dei narcos messicani, e questo basta ad augurargli le peggio cose.

Proprio per questo motivo il prossimo pusher che mi verrà incontro in disco non riceverà soltanto una risposta negativa, ma un bel destro su per il naso. Qui non si tratta solo di legalità e salute, qui ci sono di mezzo le lacrime di The Rock che brillano in primo piano!
Un evento del genere merita un’ultima, doverosa, riflessione: Snitch – l’infiltrato è a tutti gli effetti il film ideale per celebrare la festa del papà. Se Commando anche sotto questo aspetto rimane insuperabile, tuttavia manca dell’umanità intrinseca di un John Matthews, e pertanto non fa scattare quel naturale meccanismo di immedesimazione con il protagonista. Ovviamente Schwarzy e The Rock hanno ben poco di umanamente comune, ciononostante entrambi esprimano quei caratteri di virilità, dedizione, autorità e protezione prettamente paterni, e Dio solo sa quanto queste virtù hanno bisogno di pubblicità in una società corrotta dai deliri della cultura gender, dei genitori A e B e di altre amenità.

PRO
Paternità muscolare

CONTRO
Il trapezio no, non è stato considerato

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  1. Fabio says:

    Buon film e Dwayne Johnson si sta dimostrando a tutti gli effetti un buon attore

  2. Psichetechne says:

    Mh, interessante. Ma non so se avrò il tempo di vederlo. Comunque thank you as usual per la segnalazione 🙂

  3. Death says:

    Io me lo recupero a noleggio, ma il buon Panzer è andato in avanscoperta al cinema!