Resa dei Conti a Little Tokyo

Posted: 6th July 2012 by Sex Machine in Recensioni
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Interpreti: Dolph Lundgren, Brandon Lee, Cary-Hiroyuki Tagawa, Tia Carrere, Toshirô Obata, Philip Tan, Rodney Kageyama, Ernie Lively
Regia: Mark L. Lester
Durata: 80 min.
Titolo originale: Showdown in Little Tokyo
Produzione: USA 1991

VOTO:

Cari lettori di Death Row, eccomi tornato per lo speciale di The Expendables 2, anche se il caldo di questo periodo non facilita certo la scrittura al vostro affezionato Sex Machine.
Il film che vi sto per raccontare è un vero e proprio tuffo nel passato in cui gli action movie, per me ragazzino, erano tutto ciò che si poteva desiderare dalla vita.
Resa dei Conti a Little Tokyo credo non abbia bisogno di tante presentazioni, probabilmente ogni fan di Death Row lo annovera nella sua personale Top Ten dei film supercafoni.
L‘ambientazione del film, Little Tokyo per l’appunto, rende tutto molto caratteristico; aggiungeteci lo stile anni ’90, con abiti super colorati e kitsch, le macchine luccicanti e i muscoli sempre oliati e capirete perché questa combinazione risulti vincente, rendendo l’aspetto visivo del film indimenticabile.

Passiamo ai due protagonisti.
Uno è Dolph Lundgren, che nel film ha un look decisamente lontano dai metrosexual che popolano oggidì i film d’azione: giubbotto in pelle con kanji gigante sulla schiena, pantalone a vita alta (trendy, per il periodo) e mascagna marmorizzata col mastice, visto che neanche i combattimenti più furiosi sono in grado di scombinarla.
Il secondo personaggio è un più sobrio Brandon Lee, vestito invece da fighetto per far bagnare le giovani ragazzine e divertire gli spettatori maschili con le sue mosse di Kung Fu. Vederlo in azione ci fa sicuramente rattristare della sua prematura morte e riflettere su ciò che sarebbe potuto diventare.
La coppia nel film sembra funzionare: Lundgren è il macho vendicatore senza regole, Lee invece è la spalla umoristica dalla battuta sempre pronta.
Leggende dicono invece che sul set tra i due non corresse buon sangue, pare che Lundgren fosse infastidito dalle arie da divo di Hollywood di Lee, o almeno questo si vocifera su internet. Guardando il film non sembra affatto così.

Ora non resta che parlare dalla trama del film, classica ma sempre efficace. Il motivo?
Il regista Mark L. Lester (quello di Commando), per esaltare uno script non troppo originale, si è sbizzarrito in scene trash e indimenticabili.
A Los Angeles, precisamente a Little Tokyo, è approdata la Yakuza, la terribile mafia giapponese. Il capo, un certo Yoshida, decide di rendere il quartiere il posto ideale per smerciale droga e rendere la vita dei poveri commercianti un inferno.
Contro di lui si muovono i detective Chris Kenner (Lundgren), americano vissuto in Giappone (dove ha imparato lingua e costumi), e Johnny Murata (Lee), nippo-americano cresciuto però in California.
Entrambi conoscono le arti marziali e, anche se in certe occasioni basterebbero un paio di colpi di pistola, i due non rifiutano mai di esibire mosse acrobatiche, com’è giusto per il genere.
Dal canto suo Yoshida, il boss supertatuato dall’indimenticabile faccia di Cary-Hiroyuki Tagawa, si diletta nel filmarsi mentre mozza la testa alle prostitute sotto lo sguardo ossequioso della sua banda di scagnozzi, carne da macello pronta per esser pestata allegramente da Kenner e Murata.
Ah, quasi mi dimenticavo! Yoshida uccise a spadate i poveri genitori di Kenner, che comprensibilmente non vede l’ora di fargliela pagare ficcandogli la katana su per il culo.

Nel film c’è anche una giovanissima Tia Carrere nel ruolo della cantante/sguattera del boss. Memorabile la scopata tra Tia e Lundgren, nella tinozza da bagno prima che sul letto, con tanto di facciazza post-orgasmo soddisfatta di Dolph.
Malelingue insinuano che nelle scene di nudo Tia abbia usato una controfigura – e probabilmente hanno ragione – ma io continuerò a credere che quelle tette giganti siano realmente le sue.

I due detective, a furia di pestare i piedi a Yoshida, non potevano che finire nei guai, quindi, dopo aver sventato il losco piano di smercio di droga nel quartiere, il boss decide di fargli il culo. Cerca prima di freddarli nella casetta costruita con tanto amore da Lundgren (poi fatta esplodere) e una seconda volta in uno sfascia carrozze, dove miracolosamente scamperanno illesi ad una pressa per auto.

Dopo queste già pittoresche scene, inizia la vera follia della sceneggiatura:
Lundgren, in occasione della battaglia finale, indossa un kimono tradizionale giapponese (senza un reale motivo pratico, se non quello di essere improvvisamente impazzito o voler fare il figo a tutti i costi) e, dopo aver sterminato assieme a Lee tutta la banda di Yakuza, si ritrova finalmente faccia a faccia con il boss.
Se nel mio immaginario una scena finale di un film dove il buono e il cattivo si devono sfidare all’ultimo sangue avviene in un posto desolato oppure in una fabbrica abbandonata, Lester fa avvenire il tutto al centro del quartiere di Little Tokyo, nel bel mezzo di una festa popolare a base di bonzi in kimono, lanterne rosse e dragoni tradizionali.

Lo scontro tra i due, inutile dirlo, è fantastico, tutto a colpi di spade e inseguimenti in mezzo ai carri allegorici.
Nel delirio finale il boss sconfitto viene trafitto con una katana, impalato su una girandola zeppa di fuochi d’artificio e fatto esplodere mentre gli astanti festeggiano la vittoria del bene sul male… si può sperare in un finale più trash?
Io penso proprio di no, un finale del genere non lo puoi battere.
Ma è proprio questo il bello di questo film: storia leggera, due grandi protagonisti, sequenze trash memorabili, tanta nostalgia degli anni ’90, droga, arti marziali, muscoli, violenza e finale esplosivo. Non posso chiedere di meglio.

Direi che questo è senza ombra di dubbio il mio film preferito con Lundgren – perciò voto massimo – e non mi stanco mai di vederlo.
Anche se non son pratico con questo genere di film, che lascio recensire ad esperti come Death e Panzer, per questo speciale su Expendables 2 ho cercato con umiltà di rendere omaggio alle sensazioni che un simile capolavoro d’azione è capace di suscitare anche in un “profano” come me.

PRO
Voglio una spada da samurai

CONTRO
Non ci sono più film come una volta

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