Nove settimane e ½ – La conclusione

Posted: 12th April 2013 by Death in Recensioni
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Interpreti: Mickey Rourke, Angie Everhart, Agathe De La Fontaine, Steven Berkoff, Dougray Scott, Werner Schreyer, Faisal Attia, Lana Clarkson, Carolin Dichtl
Regia: Anne Goursaud
Durata: 101 min.
Titolo originale: Another 9 ½ Weeks – Love in Paris
Produzione: Gran Bretagna, Francia 1997

VOTO: ½

Chi mi segue da un po’ sa benissimo che sono un fanatico di Mickey Rourke, quindi non devo ripetervi che mi son visto (e cerco di collezionare) ogni suo film, anche i più scrausi.
Tra le pellicole più brutte, però, devo ammettere che Nove settimane e mezzo – La conclusione (o “Il sapore del sesso“, secondo la recente titolazione per i palinsesti televisivi) è uno di quelli che ritengo più interessanti, non tanto per meriti cinematografici ma piuttosto per la sua contestualizzazione all’interno della carriera di Rourke.

11 anni dopo il successo planetario di Nove settimane e mezzo, Rourke era nella merda.
Aveva sfanculato metà Hollywood e si era fatto cambiare i connotati sul ring, nonostante gli incontri fossero perlopiù decisi a tavolino (pare che i vari zigomi spaccati se li sia procurati prevalentemente durante lo sparring con dei pesi massimi). Non era in condizione di poter fare lo schizzinoso coi ruoli come ai tempi d’oro, quando rifiutò roba tosta tipo Gli intoccabili o Pulp Fiction, e così, quando gli venne proposto il sequel del suo film commercialmente più forte, accettò di corsa, contrariamente a Kim Basinger che di corsa fuggì il più lontano possibile, preferendo cuccarsi un Oscar per L.A. Confidential.

In principio, subito dopo l’uscita del film di Lyne, il progetto di un seguito concettuale passò addirittura per le mani di Roman Polanski. Il materiale sembrava essere scritto su misura: crisi identitarie, pulsioni ossessive, spinte autodistruttive. Purtroppo Polanski, forse stremato dalle solite magagne produttive, si spostò velocemente su lidi più praticabili.

Il progetto fu dunque rilevato da Anne Goursaud, semisconosciuta regista di filmetti soft-core ma anche montatrice di grosse pellicole come I ragazzi della 56a strada e Dracula di Bram Stoker. Vale a dire, buona capacità tecnica, ma estro autoriale degno al massimo di un pornazzo patinato. E Love in Paris non è buono neanche come quello. Dovrebbe trattarsi di un film erotico, ma l’eros è ridotto ai minimi termini. Qualche tetta ogni tanto, certamente il fisico di Angie Everhart (più disinibita della Basinger) è da urlo, ma le situazioni sono squallide e deprimenti, e piuttosto che stuzzicare la fantasia il film porta più verso il crollo nervoso, come capita al Rourke dello struggente prologo, impegnato in una solitaria roulette russa.

Il suo John Grey non ha proprio accettato di esser abbandonato da Elizabeth, l’amore della sua vita, che però tanto si divertiva a mettere in difficoltà col suo “giochino” sadomaso. Così vola in Francia, a Parigi, per partecipare all’asta riguardante la sua intera collezione privata. La speranza è ovviamente quella di incontrarla, ma non è così.

Conosce però Lea e la sua assistente Claire, che sembrano sapere qualcosa su Elizabeth e con le quali intraprende un vorticoso triangolo di depravazione, o almeno così si vorrebbe. In realtà Rourke è distrutto, annoiatissimo, e probabilmente non recita affatto. Ben consapevole di aver perso il suo look affascinante, Mickey sfoggia due zigomi gonfi freschi di plastica e sa di avere un aspetto grottesco. Gonfio anche nel fisico, pompato a suon di steroidi (lo stesso anno si prese a pizze in faccia con Van Damme in Double Team), si aggira smarrito per le strade parigine, sospirando e perdendo tempo. Ogni tanto lancia qualche occhiata carica di tristezza, la sigarettina sghemba sulla bocca e i capelli sgommati all’insù, e capisci che su schermo non c’è John Grey, ma Mickey Rourke stesso che vede la sua carriera affondare nella Senna.

La trama non lo aiuta e vaga a vuoto. Non succede praticamente un cazzo, tra passeggiate notturne, festini alla coca, bordelli marocchini, scopate nelle fogne. Quando è il momento di sfoderare l’arsenale del “pruriginoso”, la Everhart si concede nudissima ma Rourke cade ancora di più in paranoia.
Il contrasto è totale. Le ambientazioni sono lussuose e sofisticate e le occasioni lubriche abbondano, ma in questo contesto “meraviglioso” si consuma una doppia tragedia: quella scenica, con John che perde sempre di più la brocca, perso nel suo rovello sentimentale, e quella di Rourke, deformato, squattrinato e così pudico da non levarsi la camicia neanche durante le goffe scene di sesso.

Il finale aggiusta il tiro con una punizione esemplare per la bella ma troppo sicura di sé Lea. John, più volte provocato, la trascina in un giochino erotico veramente disgustoso e la bonazza, prima spavalda, piange terrorizzata dall’abisso. John la consola con una trombata e poi le dice addio, per sempre.
La promenade finale è pura malinconia.

Di lì a poco, l’abisso avrebbe inghiottito anche Rourke. Prima i ruoli muscolari, che lo portarono ad espandersi e ad asserire, forse non del tutto convinto, che girare un film di arti marziali è più impegnativo di recitare Shakespeare a teatro. Poi, i cameo “di lusso” in pellicole scalcinate e poverissime, robaccia indipendente e inedita.

Love in Paris, titolo mai così inadeguato, è il film di transizione tra il vecchio e il nuovo Rourke. È un film inutile come sequel e merdoso se raffrontato all’originale (che neanche figura tra i miei favoriti), una disfatta totale. Eppure continua ad affascinarmi, in quanto rappresenta il testamento di un attore così dedito all’autodistruzione eppure così capace di risorgere, ogni volta più forte, ma mai così caparbio da non ricadere negli errori passati.

PRO
La battaglia interiore di Rourke

CONTRO
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  1. Fabio says:

    ahhahaha mi sa che sto film deve essere veramente na sola, io figurati che manco ho mai visto il primo e non ho intenzione di vederlo XD

    • Death says:

      Il primo è figlio del suo tempo, è diventato iconico ma non mi ha fatto mai impazzire. Pare che il libro sia più cupo e morboso, invece… In ogni caso, preferisco il Rourke maledetto e devastato a quello fighetto e piacione 🙂

  2. Fabio says:

    Alla grande 😉 per me il Rourke più grandioso di sempre è quello di The Wrestler

  3. Psichetechne says:

    Bè, Rourke è sempre stato un personaggio borderline e forse per questo suo essere eccessivo attrae e interessa. Io non lo amo molto, ma posso capire un interesse verso simile carattere. In ogni caso sono appena tornato dagli States, paese che ti fa capire l’esistenza di un Rourke, peraltro. A presto 🙂

    • Death says:

      Rourke mi affascina perché è complesso: un po’ figo, un po’ sfigato… un po’ successful, un po’ loser… Oltre ad essere un grande attore, inoltre, mi sembra una persona piuttosto spiccia e sincera, che non è un pregio da poco in quel settore 🙂
      Spero che il viaggio sia stato indimenticabile, com’è giusto che sia! 😉

  4. Fabio says:

    @ death: SEMPRE 😉

    @ psiche: beh dai in The Wrestler appunto è stato sublime, per me è uno scandalo che non abbia vinto l’oscar

  5. CinemaOut says:

    E a quando la recensione di Zandalee?!

  6. CinemaOut says:

    Eh, è in coda da un po’, lo devo recuperare anch’io… Vediamo chi fa prima, ma essendo un “amarcord” se non merita non lo inserisco..

  7. Cyberluke says:

    Il romanzo, tra l’altro scritto da una donna, è breve e tutt’altro che mal scritto.
    E il film originario io lo adoro, un po’ per motivi legati a ricordi personali, un po’ perché è un manifesto degli anni ottanta, patinati ed edonisti, assolutamente perfetto.
    Il sequel.
    Che dirne.
    Porcata? Immondizia? pretesto per racimolare un po’ di soldi dagli ignari fan del primo capitolo?
    Lo vidi al cinema. Una volta sola. Mi bastò.
    Rourke irriconoscibile, un pupazzo che era la parodia triste di se stesso.
    Sono quasi stupefatto che qualcuno recensisca ancora quella zozzeria. ;D

  8. Belushi says:

    Non ci posso credere. Sei un grandissimo. Mickey è un attore enorme, così come è un enorme testa di cazzo. Contentissimo di trovare una recensione del genere. Sono ufficialmente tuo lettore e sostenitore. Tu dirai, chi se ne frega. Cazzo, se non l’hai vista, guarda la puntata del Graham Norton Show in cui Mickey (vestito come un pappone) insidia una pietrificata Jessica Biel!

    • Death says:

      Mi casa es tu casa amigo, ti aggiungo subito ai links caparbi!
      Vista vista! Quella puntata è storica! Il Mickey post-Wrestler era splendido, irresistibile e kitsch come pochi 😀