Non aprite quella porta IV

Posted: 9th December 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Matthew McConaughey, Renée Zellweger, Robert Jacks, James Gale, Tonie Perensky, Joe Stevens, Lisa Newmyer, Tyler Cone, John Harrison
Regia: Kim Henkel
Durata: 84 min.
Titolo originale: Texas Chainsaw Massacre: The Next Generation
Produzione: USA 1994

VOTO:

Ispirato da un bel post dell’amigo Belushi, cinematografico solo collateralmente, trovo finalmente la voglia e l’intenzione di chiudere un discorso iniziato ormai qualche anno fa, in cui analizzavo il punto di rottura delle principali saghe slasher che, negli anni ’90, cercavano di rinascere stravolgendo la propria formula originale ma, per un motivo o per un altro, fallivano a livello d’incassi nonostante le buone intenzioni e parecchi spunti interessanti.

Per introdurre il titolo di oggi devo tornare indietro al secolo scorso, quando ero ancora un marmocchio minorenne, i film si noleggiavano in videoteca e internet era solo un miraggio tecnologico degno di una pellicola cyberpunk.
Il videonoleggio del mio paese, per fidelizzare i clienti, aveva avuto l’ottima idea di inviare ai tesserati una cartolina postale su cui erano listati tutti i nuovi arrivi del mese.
Un giorno ne arrivò una in cui, tra i tanti titoli, spiccava Non aprite quella porta 4. SHOCK!
Da bravo splatterofilo in erba quale ero, andai subito in fibrillazione.

Sommo fu lo sconforto quando, recatomi in negozio con qualche millino in tasca per noleggiarlo, scoprii che il film era vietato ai minori di 18 anni. All’epoca, per un teenager brufoloso amante dell’horror, un simile divieto rappresentava il sacro graal cinematografico. Non serviva leggere trame o recensioni, bastava quel magico bollino rosso per attirarmi alla visione come una mosca su un bello stronzo fumante.
Dovevo però chiedere il permesso a mamma (nghé nghé!), millantando che non avrei avuto paura la notte (…) e che non sarei cresciuto come uno psicopatico assetato di sangue. Sulla prima non dovetti mentire affatto, sulla seconda ebbi un po’ di riluttanza.
Così, mentre una sera ci trovavamo al negozio di ottica per un cambio di occhiali (troppe motoseghe fanno male alla vista…), decisi di calare l’asso e proporre una sorta di ruffianesco contratto: mi impegnai a prendere un votone in qualche compito in classe scolastico, a patto che lei mi noleggiasse il tanto agognato Texas Chainsaw Massacre 4.
Non senza un po’ di titubanza, mia madre accettò e io mi ritrovai finalmente con la videocassetta tra le mani, ansioso di vedere squartamenti e frattaglie esposte, elettrizzato dall’esuberante flano sul retro della custodia che recitava più o meno “Se lo sguardo potesse uccidere, l’assassino non avrebbe bisogno di una sega elettrica”. BOOM!

Invece, l’impatto col film fu piuttosto straniante.
Nonostante il divieto ai 18, il film non era affatto splatter come pensavo. La violenza intesa come sangue che scorre era ridotta ai minimi termini, la trama era parecchio disarticolata e il mio beniamino Faccia di cuoio non aveva il risalto che avrei sperato, anzi, sembrava più impegnato a truccarsi che a menare fendenti di lama.
Riportai la VHS in negozio il giorno dopo, deluso.

Passò un po’ di tempo e il film venne successivamente trasmesso su Italia 1, una caldissima sera d’estate, per il ciclo Notte Horror. Siccome al tempo mi sparavo qualsiasi cosa, purché fosse del mio genere preferito, riguardai anche The Next Generation (questo il sottotitolo originale) e la mia idea sul film cambiò leggermente in meglio, ritrovandomi un po’ più in sintonia con il mood malato della pellicola e ammirando l’interpretazione schizzata e senza freni di un Matthew McConaughey a inizio carriera, meccanico e convulso.

Arriviamo ai primi anni 2000: esplode internet e con esso i forum di discussione.
Durante un ulteriore passaggio televisivo a mia insaputa, un utente su un forum online commentò con qualcosa tipo “Raga, mettete Italia 1, c’è un film assurdo. È violentissimo, non ho mai visto nulla del genere. Certo che ne hanno di coraggio, a trasmettere una roba simile in seconda serata”.
Incuriosito, accesi la TV e rividi la Zellweger, giovanissima, subire disperata le angherie di cyborg-McConaughey, ancora più strippato di quanto non ricordassi.
Fu così che, gradualmente, capii di aver inconsciamente apprezzato il film sin dalla prima visione, solo che non me n’ero minimamente reso conto, pischello com’ero. Guai a disattendere le aspettative di un fanboy teenager!
Crescendo, diversificando i miei gusti e metabolizzando il film in maniera lunga e progressiva, invece, imparai ad apprezzare quella bizzarra follia demenziale al punto tale che, se oggi dovessi indicare una Top Ten dei miei horror preferiti degli anni ’90, Non aprite quella porta 4 figurerebbe tranquillo come guilty pleasure di lusso, in barba alla critica che, probabilmente a ragione, lo definiva “il peggiore della serie”.

Perché nonostante tutto il film di Kim Henkel (co-sceneggiatore del primo, inimitabile capitolo di Tobe Hooper), è a suo modo coraggioso e quasi sfrontato, a voler continuare una saga leggendaria e fondamentale per la storia dell’orrore, stravolgendone dinamiche e icone.
I fans mal tollerarono il Leatherface con rossetto e giarrettiera, liquidando il tutto come una frociata senza senso, ignorando però l’essenza più pura del villain, il quale, sfigurato geneticamente e simmetricamente al nefasto Ed Gein (le cui gesta ispirarono proprio Hooper, ma anche Hitchcock), ricorre al travestitismo bisessuale per trovare catarsi.

La struttura parrebbe quasi immutata rispetto al prototipo, ma la denuncia sociale di Hooper cede il passo al sadismo gratuito nei confronti degli svampiti collegiali che finiscono tra le grinfie di Vilmer (McConaughey) e soci, redneck deformi e perciò incazzati contro i fighettini figli di papà. Questo odio insensato punta alla deflagrazione delle loro giovani menti con il reiterarsi di sevizie psicofisiche, autolacerazioni, colpi di stampella e urla immotivate.
È una vera e propria discesa nell’abisso della follia umana a cui lo spettatore, così come la vittima di turno, non ha modo di opporsi se non lasciandosi sopraffare dall’inquietudine o dal riso isterico, che è un ottimo modo per esorcizzare ciò che ancora non è possibile comprendere.

È vero, la tanto decantata motosega assassina miete sin troppe poche vittime e senza la dovizia di dettagli che esaltano i feticisti dell’emoglobina. Però c’è anche una bella testa sgommata da un fuoristrada e gli scatti nevrastenici del già citato Vilmer, vero mattatore della pellicola in barba a un Leatherface che funge più da paradossale contrappunto rassicurante alla vicenda. Proprio l’interpretazione infernale di McConaughey, unita alla performance convincentemente sottomessa della Zellweger, costrinse i produttori a posticipare l’uscita del film, sotto le pressioni degli agenti preoccupati che un film così morboso potesse rovinare la reputazione in ascesa dei loro clienti.

Nonostante le sequenze riprese paro paro o genialmente rivisitate (come quella dove il Nonno, ormai impagliato, stupisce tutti alzandosi e dandosela a gambe mentre la situazione degenera in merda), Non aprite quella porta 4 taglia i ponti col passato e impedisce qualsiasi proseguo alle vicende della famiglia Sawyer, dando vita a una “nuova generazione” senza futuro.
Difatti, il successivo episodio fu il remake targato Marcus Nispel, uscito a distanza di un decennio e non senza perplessità, proprio perché era impossibile inventarsi qualcosa di nuovo dopo quel bellissimo finale allucinante e incomprensibile, che sottende teorie del complotto, nuovi ordini mondiali e coinvolgimenti “illuminati” con almeno quindici anni di anticipo rispetto alla paranoia cospirazionista digitale della generazione social attuale, dalla quale, pur essendoci invischiato con tutto il corpo, prendo le distanze.

Perché io, aldilà di tutto, faccio ancora parte della Next Generation senza futuro del secolo scorso…

PRO
Il delirio allo stato puro

CONTRO
Sconclusionato e incomprensibile

Compralo su Amazon in DVD.

  1. Omonero says:

    Che dire? Io continuo a “spararmi qualunque cosa” e a trovarci (quasi sempre) un qualcosa di buono. Forse in questa tua reinterpretazione del IV° capitolo c’è qualcosa di vero e se continuo a ripetermelo mi convinco… 😉
    Omonero

    • Death says:

      L’avvento dell’internet e dell’accumulo di informazioni ha un po’ guastato, nel mio caso, il piacere di “spararmi qualunque cosa”, purtroppo… mi restano i ricordi nostalgici e pellicole assurde ma carismatiche come queste 🙂

      • Omonero says:

        Hey, io mi intossicavo di rassegne in cineclub e cinema d’essai ed il massimo della tecnologia era il tennis in pixel nella sala giochi del Luna Park! Si vede che ho sviluppato una rovinosa dipendenza per il film di “genere”…

        • Death says:

          Io potevo solo marcire negli angoli più bui della videoteca, ché i cineclub della mia città, oltre che fuori dalla mia portata, proiettavano solo roba per cinefili colti. Io invece volevo Craven, Carpenter, Yuzna, Romero (oltre che roba più trash) e tutte le altre icone della mia giovinezza, che tutt’ora faticano a ritagliarsi un posto nel “cinema che conta”. Però c’erano già Street Fighter o Mortal Kombat nelle sale giochi 😀

  2. Belushi says:

    Grandissimo. Fa piacere e trasmette soddisfazione infinita leggere una recensione così vissuta e definitiva, su un film sbertucciato e trattato come merda sul pane. Concordo su tutto, che te lo dico a fare. Il Faccia di cuoio come “donna di casa” qui è praticamente portato fino alle estreme conseguenze, sfidando il delirio e il ridicolo, ma in qualche modo Henkel riesce a portarlo “a casa”. Basta, smetto di sparare cazzate. Ottimo pezzo, Death. Ciao!!!

    • Death says:

      Grazie amigo, ora attendo speranzoso Leatherface, anche se il prequel esiste già e di norma cagano fuori dal vaso, ma non posso farci niente… li devo vedere tutti 🙂

  3. Lupokatttivo says:

    Ottimo! Sublime! Grandissimo post… E mi vergogno di non aver visto il film. Rimedio subito