Johnny Mnemonic

Posted: 22nd January 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Keanu Reeves, Dolph Lundgren, Dina Meyer, Ice-T, Takeshi Kitano, Udo Kier, Dennis Akayama, Barbara Sukowa, Henry Rollins
Regia: Robert Longo
Durata: 117 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 1995

VOTO: ½

Johnny Mnemonic, il futuro è già qui…” recitava il flano promozionale del film, e alla fine il futuro è arrivato davvero.
Certo, in retrospettiva viene da sorridere di fronte alle ingenuità di sceneggiatura per nulla lungimiranti sull’avanzamento tecnologico, succede sempre così. La capacità cerebrale di Johnny, il miglior corriere mnemonico sulla piazza, consta ad esempio di soli 160 Gigabytes, senz’altro impressionanti in un periodo in cui il top di gamma sarà stato al massimo un Hard Disk da 2 Giga (il mio primo computer, un AMD K6-2 del ’98, “sfoggiava” la bellezza di appena 2,35 GB di memoria, costringendomi ad avere installato un solo gioco per volta), ma ben poca cosa nell’era cibernetica attuale in cui lo spazio di archiviazione è dell’ordine dei Terabyte e i supporti hanno ormai le dimensioni di ciò che in passato veniva genericamente etichettato come “chip“.

Johnny (Keanu Reeves), dicevamo, è un corriere neurale, c’est-à-dire una persona disposta a sovraccaricarsi le sinapsi di informazioni di contrabbando che andrà poi a scaricare lontano da occhi indiscreti. Tramite un overclock sinaptico, per cercare di memorizzare più files del dovuto (con un procedimento analogo alla registrazione in LP su videocassetta, ricordate?), Johnny si frigge il cervello e compromette in dati ivi stanziati, costringendosi a un delicatissimo intervento di estrazione che potrebbe renderlo un vegetale a vita.

La Yakuza, al soldo delle grandi corporazioni, se ne fotte del bon ton giapponese e comincia a dare la caccia al nostro Johnny, con l’unico intento di strappargli via il cervello dal cranio e farne un bel backup, ma il nostro eroe fugge aiutato da una congrega di hackers rivoluzionari, i LoTeks, che complottano sotterraneamente di colpire il sistema e salvare il mondo, afflitto dalla piaga nota come NAS, Nerve Attenuation Syndrome, ovvero “sindrome da attenuazione del sistema nervoso”. C’è tutto un discorso di protesta verso i colossi farmaceutici, ovviamente.

Il boss della mafia nipponica è un corrucciato Takeshi Kitano, mentre il suo scagnozzo più aggressivo è un nippoamericano (piuttosto scarso a parlare giapponese, lo ammonisce Kitano), Shinji, armato di frusta laser con la quale affetta corpi umani come fossero prosciutto cotto.
Tra le file dei LoTeks, invece, spiccano il rasta Ice-T, la donna-cyborg Dina Meyer ed Henry Rollins, selvaggio cantante dei Black Flag, qui nei panni incredibilmente posati del chirurgo Spider.

A un certo punto irrompe in scena un magnifico Dolph Lundgren, conciato da predicatore gesuita e armato di un crocefisso-pugnale con il quale punisce gli infedeli. È il cameo di lusso che corona una carriera mai esplosa veramente e che, di lì a poco, sarebbe deragliata negli abissi dello straight-to-video, prima dell’incredibile e prolifica rinascita della terza età.

Dopo un inizio decisamente esplosivo e ritmato, il film perde effettivamente un po’ di mordente nella parte centrale, per poi riprendersi nel concitatissimo finale a base di allucinazioni techno, interfacce computerizzate manipolabili fisicamente e commistioni body horror, un vero trionfo di trovate visive e di sotterfugi narrativi, giacché nel giro di un quarto d’ora tutti i buchi vengono tappati, talvolta anche frettolosamente, ma in maniera così esagerata e menefreghista che si chiude volentieri un occhio in virtù del divertimento.

Per quanto mi riguarda – e quindi probabilmente solo per i miei personalissimi e distorti gusti -, Johnny Mnemonic è forse il film che incarna al meglio ciò che viene comunemente definito cyberpunk. Qualitativamente parlando non sarà il miglior film della categoria, ma è anche uno dei pochissimi adattamenti da William Gibson (qui anche in veste di sceneggiatore), di cui però ho letto solo Neuromante, quindi non mi fingerò grande intenditore della sua produzione. Non sono neanche sicuro che Johnny Mnemonic sia una trasposizione fedele del racconto omonimo, ma se siete sintonizzati sulla mia stessa lunghezza d’onda, capirete bene che qualsiasi cosa abbia un cyber-delfino utilizzato come antenna parabolica vivente, beh, ha già stravinto tutto.

Forse un po’ naïf e ormai datata, si respira comunque un’intensa aria di Sprawl, che non è un modo fantasioso di etichettare le scorregge, ma è il contesto urbano post-apocalittico in cui hanno luogo le storie cyberpunk. Metropoli caotiche e inquinatissime, schiacciate da tecnocrazie che detengono le sorti dei poveracci, relegati in bassifondi un tempo lustri e ora lerci, mentre i ricconi se la spassano all’interno di attici lussuosi, incuranti della catastrofe umana che accade al di fuori delle loro torri d’avorio.
Più o meno ciò che accade, in maniera meno estremizzata, ai giorni nostri, se non fosse che le generazioni attuali si sono fatte fregare bellamente dai gingilli computerizzati coi quali si trastullano per non pensare alla loro miserabile vita. Che è il trionfo totale delle grosse multinazionali e la morte individuale dell’intelletto umano (disse lo sfigato che scrive su internet).

E siccome gli hackers odierni – o presunti tali – sembrano più impegnati a crackare i servizi online di Playstation e Xbox piuttosto che usare le proprie competenze a fini virtuosi, direi che siamo proprio nella merda.

PRO
Atmosfera cyberpunk perfetta

CONTRO
Prospetta un futuro merdoso comunque migliore del nostro

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