Il replicante

Posted: 28th January 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Charlie Sheen, Nick Cassavetes, Randy Quaid, Matthew Barry, David Sherrill, Jamie Bozian, Clint Howard, Griffin O’Neal, Chris Nash
Regia: Mike Marvin
Durata: 92 min.
Titolo originale: The Wraith
Produzione: USA 1986

VOTO: ½

Una banda di balordi motorizzati, capitanata dal ceffo Packard Walsh (Nick Cassavetes), spadroneggia per le periferie di Tucson, Arizona. Il loro passatempo preferito è ingaggiare delle corse clandestine contro poveri fessi, al fine di fottergli la macchina dopo averli doppiati a suon di motori truccati.
Non solo: per via del temperamento piuttosto violento di Packard, la gang si è anche macchiata di un terribile omicidio a sfondo amoroso, dopo aver sorpreso la bella Keri (Sherilyn Fenn), per la quale il ceffo nutre un sentimento più che morboso, a letto con un altro uomo.

Peccato che Jake (Charlie Sheen), il povero fusto rimasto vittima di questo raptus di gelosia, torni dall’oltretomba anelante vendetta in una scintillante veste futuristica, inspiegabile e senza senso, ma non per questo meno affascinante. A bordo di una minacciosissima Dodge M4S Turbo Interceptor, nera e dai vetri oscurati, comincerà a dare la caccia a ogni membro della banda, massacrandoli uno a uno in spettacolari incidenti stradali.

Il replicante, o per meglio dire The Wraith (in dialetto scozzese vuol dire “spettro”) – il titolo italiano non è il massimo dell’adattamento, anche se una volta tanto pare addirittura più calzante dell’originale -, è un piccolo film giovanilistico che incarna al massimo lo spirito degli anni ’80 – soleggiati, colorati, spensierati – ma, nonostante sia una pellicola di poche pretese, si impone come cult grazie allo sfoggio di scintillanti bolidi customizzati, sogno bagnato di ogni appassionato, e per via della sua sceneggiatura sfrontatissima che esordisce come un road movie per ragazzi un po’ ribelli per poi mutare in un film di fantascienza strutturato come un horror di tipo slasher.

Particolarmente curiosa è infatti la dinamica con cui il nostro “replicante” – tra un corteggiamento e l’altro, perché il discorso con la sexy Keri è rimasto in sospeso – massacra i propri aguzzini.
L’incipit vede le due parti in gioco sfidarsi in una corsa folle sull’autostrada; il replicante, dunque, grazie alla velocità supersonica della sua Turbo nera, supera di un po’ di distanze l’avversario e sparisce dalla visuale; l’epilogo, sempre pirotecnico, vede la Turbo nera tagliare la strada al lanciatissimo contendente che non può far altro che schiantarcisi contro in un mare di fuoco e fiamme. Nonostante l’esplosione, il nostro eroe è comunque capace di rigenerarsi e dileguarsi come nulla fosse.

Le sequenze automobilistiche sono veramente eccezionali, specialmente poiché non vengono utilizzati effetti digitali per rifinire gli stunt più pericolosi. C’è un passaggio fantastico in cui un paio di volanti della polizia si schiantano contro un rimorchio zeppo di auto, che deflagrano in un tripudio di lamiere e copertoni volanti, una roba veramente tanto pericolosa quanto spettacolare. Non a caso e malauguratamente, un operatore rimase ucciso proprio durante le riprese di uno di questi inseguimenti. Questo è il fascino old-school talvolta fatale che quasi 20 anni dopo Tarantino avrebbe rievocato in Grindhouse – A prova di morte.

L’aspetto più conturbante del film, aldilà del vedere un giovanissimo Charlie Sheen ancora lontano dagli eccessi che lo avrebbero portato alla dipendenza dalle droghe prima e a contrarre l’HIV poi, è la trama che, tramite un breve flashback e senza addurre motivazioni aggiuntive, riesce a imbastire un carrozzone ultrapop insensato e irresistibile che, con un po’ di ardire, si potrebbe definire come il Il corvo degli anni ’80, con l’hair metal al posto della musica dark, la calura dell’Arizona contrapposta alla perenne pioggia di Detroit e con una rassegna di supercar e un po’ di tette in bella mostra per fare scena.

Non a caso, anche se la critica specializzata lo maltrattò con valutazioni piuttosto caustiche (come al solito), Il replicante è ovviamente divenuto oggetto di culto per tutti i ragazzi cresciuti negli iperbolici eighties.
Divertente, esagerato, menefreghista, anche un po’ cazzone: non un film per palati raffinati, ma assolutamente intrigante per i nostalgici e per chi cerca una serata vecchio stile all’insegna del disimpegno, o al limite per chi si gasa da pazzi con il metallo veloce dai capelli cotonati. La pazzesca colonna sonora comprende, tra i tanti, pezzoni di artisti del calibro di Billy Idol, Ozzy Osbourne e i Mötley Crüe.
Non credo serva aggiungere altro.

PRO
Superpop ’80

CONTRO
So bad, It’s good?

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  1. Belushi says:

    Death, ti voglio bene. Bellissimo, questo “Il Replicante”, lo vidi due volte di seguito al cinema e poi tornai una terza volta, cazzo. Mi piace ancora un casino, proprio per quel suo “tono” scanzonato, cazzaro, irresistibile per me da ragazzino e pure adesso. Cassavetes/Packard Walsh, grande villain, ignorante come pochi, lui fece anche il cattivo, praticamente la stessa parte o quasi, in”Dove l’erba si tinge di sangue” con James Remar, mi pare nello stesso anno. Grande Death!!!