Il Codice del Silenzio

Posted: 6th May 2013 by Panzer Guderian in Recensioni
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Interpreti: Chuck Norris, Henry Silva, Nathan Davis, Dennis Farina, Bert Remsen, Molly Hagan, Mike Genovese, John Mahoney, Allen Hamilton, Ron Henriquez
Regia: Andrew Davies
Durata: 101 min.
Titolo originale: Code of Silence
Produzione: USA 1985

VOTO: 

ANTEFATTO

Chi l’ha detto che i Cenoni di Capodanno sono soltanto inutili ricorrenze funerarie, dove la mal riposta fiducia nel progresso, figlia bastarda di visioni lineari e cicliche della storia, trova il 31 dicembre il suo emblematico concepimento con l’ausilio lubrificante del Cinzano d’Asti? Chi l’ha detto che tra gli smascelloni esaltati al ritmo di PSY e di Rihanna non si nasconda un profondo conoscitore della metafora della caverna, capace di irrompere nella consolle e diffondere le immagini del trailer di Code of Silence tra le fragorose risate dei commensali?
Lux Fiat. Cadde il velo di Maya e la Mokṣa fece il suo ingresso nella dance floor che poco prima aveva incatenato gli ospiti al torpore dell’illusione; qualcuno chiede l’anno di uscita del film, un altro collega la data alla Reaganomics, io elevo Chuck Norris a personificazione dell’America profonda e insulto Obama, un quarto prende non si sa quali appunti su un’agenda. Passano pochi minuti e siamo davanti al pc a consultare le recensioni di questo blog, ma subito dopo ricadiamo nell’oblio girandoci una canna e fumandocela a incastro.

IL CODICE DEL SILENZIO

A distanza di qualche mese mi ritrovo incastonato in poltrona a visionare il frutto di quella momentanea palingenesi, al mio fianco Karoni e un sodale che si aggiunge all’ultimo momento. Dopo 20 minuti di proiezione tuttavia costui getta la spugna e abbandona spedito la sala lasciandoci l’onere e l’onore di terminare la visione. Le ragioni di questa fatica sono da ricercare nella mediocrità intrinseca di un film che, forte della guest star Norris e di un cast che farà pendant con Seagal in Nico (Henry Silva su tutti, il quale in futuro avrà a che fare con un altro silenzio, quello dei prosciutti!), abdica ad ogni seria pretesa di oltrepassare il limite della sussistenza. Wikipedia mi viene incontro fornendomi i più che soddisfacenti dati del botteghino: il film è evidentemente piaciuto al pubblico del 1985, ma se penso che a distanza di pochi mesi sarebbe uscito il già citato Nico, il paragone impietoso con il capolavoro di Seagal legittima il mio giudizio di certo non esaltante (leggi: è una merda), viziato com’è dai gusti e dalle influenze del milieu contemporaneo.
Ciononostante, litoti a parte, la consuetudine vuole, quando si affrontano mostri sacri come Norris & Company, di restare saldi nella difesa a oltranza del beniamino di turno, in linea con la faziosità d’assalto di Death Row. Sicché, nonostante mi risulti a dir poco traumatico riguardare The Order di Van Damme, mai mi sognerei di esternare ufficialmente il mio disgusto in questa sede. L’amore si sa, è il veicolo dell’imparzialità, che tradotto significa fedeltà incondizionata: right or wrong it’s my country, è il motto che si dovrebbe sentire echeggiare; crap or cool it’s Chuck Norris è la chiave di lettura di ogni recensione di Guderian.

Certo non sarà elastico come un Gary Daniels, il ché mi induce a ritenere inutile il suo spot per i jeans per calciare, né esplosivo come uno Statham, né tantomeno elegante come un Jet Li, ma in termini di rapporto tra hard e soft power Chuck Norris la mette in culo a tutti.
Ma caliamo questa considerazione dal piano generale a quello specifico: il detective Norris è il classico Lone Wolf prestato al gioco di squadra, una sorta di Casaleggio in uniforme con il quale condivide una moralità che non scende a compromessi. E proprio quando la difesa ad oltranza dei principi di onestà e legalità va a discapito di una solidarietà di corpo, quando infrangere il patto di omertà comporta automaticamente l’esclusione dalla comunità cameratesca, è in quel momento, quando ricevi in pieno volto una palla di biliardo e nessuno ti soccorre, che ti rendi conto che fare lo Zingales porta molti onori, ma anche non pochi dolori.
Cosa si legge, dunque, nello sguardo di Chuck Norris, il vettore più istantaneo del suo carisma, se non un titanismo che pulsa costantemente sotto una scorza di virilità insuperata, e che alimenta un implacabile senso del dovere?
Lo scontro finale, rito assoluto, fa da ponte tra soft e hard power, legittima, o meglio consacra, l’immagine dell’eroe nel massacro.

Ed è proprio in questo frangente finale che il film acquista uno slancio, seppur effimero, tenuto a bada per troppo tempo da una gestione narrativa farraginosa. Strumento della riscossa è una sorta di Robocop dei poveri, un autoblindo pseudo-senziente controllato da un voluminoso telecomando ad antenna. Come in Delta Force, anche qui il trionfo viaggia sulle ruote: ma se l’idea della motocicletta armata a razzi appariva genuinamente ardita, in questo caso l’impiego in battaglia di un carrozzone robotico esprime più di ogni altra cosa il pressapochismo generale che pervade quest’opera, e che raggiunge imbarazzanti picchi di intensità con le battute di Dennis Farina.

POSTILLA

Per i fan del Norris marzialista, nel film compare una breve scena del nostro eroe impegnato in una sessione di allenamento con i pao. Niente di eccezionale da registrare, a parte una sfoltitura al petto notoriamente ipertricotico.

PRO
Tiro al tacchino

CONTRO
Crap or cool it’s Chuck Norris

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  1. Fabio says:

    PREMESSA, Caz Norris lo ODIO, ma proprio lo disprezzo come persona oltre che come “attore” (attore????), detto questo dico che il suo “lupo solitario”nel grandioso Expendables 2 mi è piaciuto assai come personaggio e che questo “codice del silenzio” è forse l’unico film decente in cui Norris ha lavorato come protagonista.
    ovviamente l’unico titolo magnifico di tutta la sua patetica carriera è appunto i Mercenari 2

  2. Omonero says:

    calcio rotante…

  3. Death says:

    LUI ci vuole bene…

    Chuck Norris approva

  4. Fabio says:

    io non voglio bene a lui 😛