Giustizia a Tutti i Costi

Posted: 26th September 2012 by Panzer Guderian in Recensioni
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Interpreti: Steven Seagal, Jerry Orbach, William Forsythe, Jo Champa, Shareen Mitchell, Sal Richards, Gina Gershon, Jay Acovone, Nick Corello, Robert LaSardo, John Toles-Bey, Joe Spataro, Ron Brumbelow, Jack Cipolla
Regia: John Flynn
Durata: 91 min.
Titolo originale: Out for Justice
Produzione: USA 1991

VOTO: 

Tutto preso dall’evento di Expendables 2, da qualche mese a questa parte mi ero scordato di un compito la cui ottemperanza avrebbe sancito il mantenimento di una promessa: recensire Giustizia a tutti i costi e quindi completare l’inchiesta sulla tetralogia della coda di cavallo. Eppure per ironia della sorte è stata proprio la visione del film evento a ricordarmi di questa missione. L’apparizione mitologica di Chuck Norris, la sua inossidabile e incorruttibile figura di semidio mi ha riportato alla mente lo Steven Seagal smanicato che, basco in testa e croce d’oro al collo, raggiungeva la scena del delitto in apertura di Giustizia a tutti i costi. Dal punto di vista estetico, si trattava di un’entrata in scena del tutto immotivata, dettata probabilmente dal capriccio di un attore che già percepiva la sua funzione di faro – complice la statura – nell’affollato Mare Magnum dell’action ’80-’90.

E in effetti con Giustizia a tutti i costi Steven ha fatto la differenza. Personalmente considero questo come il miglior film della sua carriera, poiché condensa in un ora e mezza tutti gli attributi, i tic, e le situazioni tipiche del suo repertorio classico, il tutto irrorato da una dose di gratuita brutalità alla quale contribuisce in maniera determinante Richie, l’antagonista più obeso e scriteriato che il cinema abbia mai avuto il coraggio di dare in pasto al pubblico.
Eppure è proprio Richie Madano (William Forsythe) a mettere in moto la vicenda, accoppando di primo mattino Bobby Lupo, collega e amico del cuore di Gino Felino (Steven Seagal), e inaugurando così una serie di violenze che, da una parte e dall’altra, sconvolgeranno Brooklyn per 24 ore.

Madano, Lupo, Felino. Cognomi degni di un bestiario medievale, ma pur sempre cognomi italiani. Ci troviamo per l’appunto immersi nel milieu italo-amerregano già analizzato in Nico, dove all’ombra del radicato familismo “morale” e solidaristico vegetano le cosche mafiose a mo’ di colonie fungine a basso tasso venefico. All’interno di questo piccolo ecosistema sociale, l’equilibrio dei rapporti non viene scosso tanto dalla presenza di una pecora bianca come Gino Felino – poliziotto certo, ma ben integrato nella realtà in cui opera dove i confini tra legalità e criminalità sfumano di fronte alle esigenze autopoietiche della comunità -, ma dalle intemperanze di Richie, la cui ingiustificata escalation criminale eccede perfino i discutibili canoni comportamentali dei mafiosi. Ma anche Richie, per quanto sia “una bestia, è un animale, anzi è peggio degli animali”, non può che adeguarsi ad un codice identitario:

Uno che ammazza un agente per la strada di fronte a cento persone sa che deve morire. L’unica differenza è che vuole morire nel suo quartiere.”

Alterato dal crack e dalla coca “che pippa a tutta birra”, Richie trascorre le ultime ore della sua vita in maniera spasmodica, senza un’apparente meta e cagando il cazzo a destra e sinistra, circondandosi di amici sfigatissimi come “il Tatuato” o Pucci, “un napoletano con la fedina penale lunga un chilometro”. Si tratta di relazioni cementate col terrore, lo stesso che costringe un manipolo di salumieri a coprire la fuga di Richie o ad una ex prostituta a soggiacere alle sue perversioni.
Al contrario Gino è un lupo solitario che si muove con la pacatezza di chi è sicuro di rivedere la luce del sole la mattina seguente. Durante le indagini ha il tempo di fare due chiacchiere con mammasantissime, troie, scugnizzi e bottegai, riappacificarsi con la moglie e persino preoccuparsi che le crocchette per “Coraggio”, il suo cucciolo, non siano “scorie di fabbrica” potenzialmente radioattive (?)

Il cattivo gusto non si esaurisce nel nome affibbiato al cane: dopo lo sfoggio da Guido in esordio, Gino non riesce a scrostarsi di dosso la tamarragine latina, sicché per buona parte del film va in giro vestito da tanguero argentino. Ma confrontato con i personages della sala da biliardo la sua figura è quella di un lord inglese: tra Benny il bookmaker, il Tatuato, Sammy e “la sua assistente… Minchia!”, spicca pure il Cinese, che altri non è che Dan Inosanto, il pupillo di Bruce Lee, con il quale Gino si esibisce in uno stick fighting che corona una scena memorabile.

Si tratta di pesci piccoli, di plancton se paragonati a quella balenottera di Richie, che ormai affronta la sua fine alla maniera di Manfred von Killinger: gozzovigliando con troie e amici tra fiumi di alcol e droga, armi alla mano in attesa che Gino chiuda la partita una volta per tutte. E quando la vendetta viene firmata con un colpo di cavatappi hai la conferma di aver appena visto un capolavoro.

Pro
Minchia!

Contro
Coraggio

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  1. John Carpentiere says:

    Seagal quando era ancora al top. Bei vecchi tempi quelli e bella recensione.