Ghost in the Shell (1995)

Posted: 10th April 2017 by Death in Recensioni
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Interpreti: Atsuko Tanaka, Akio Ôtsuka, Kôichi Yamadera, Yutaka Nakano, Tamio Ôki, Tesshô Genda, Namaki Masakazu, Masato Yamanouchi
Regia: Mamoru Oshii
Durata: 83 min.
Titolo originale: Kôkaku Kidôtai
Produzione: Giappone 1995

VOTO:

Sono andato al cinema a vedere il live action di Ghost in the Shell, da bravo “fan” quale sono.
Ho messo da parte preconcetti e timori, dovuti prevalentemente a Rupert Sanders in cabina di regia, sbattendomene altresì del presunto whitewashing della protagonista che interessa solo agli sfigati che abitano i forum in rete.
Il problema è che lo spettacolo era tardissimo e io avevo pompato petto, deltoidi e tricipiti ad altissima intensità, sicché a un certo punto, contestualmente a una posizione particolarmente comoda assunta sulla poltroncina del cinema, agevolata dal fatto che la sala fosse pressoché deserta, mi sono addormentato. Dieci minuti eh, mica un’ora, ma non me la sento di recensire a fondo un film di cui temo aver mancato qualche snodo cruciale.

Molto meglio parlarvi dell’opera originale, il Ghost in the Shell di Mamoru Oshii del 1995, che oltretutto avrei voluto recensire quando qualche anno fa venne gloriosamente proiettato nuovamente al cinema per il ventennale o qualcosa di simile. Era la versione 2.0, quella rifatta con gli (orribili) inserti in CG, ma fu comunque un grande spettacolo.

Ghost in the Shell è, assieme ad Akira, uno degli esempi più clamorosi della supremazia artistica del Giappone nel campo dell’animazione. Sbrighiamo velocemente gli aspetti tecnici perché c’è poco da dire o fare, se non inchinarsi davanti ad animazioni superlative, un lavoro di design da strapparsi i capelli e una direzione artistica che rasenta la perfezione nell’ambito cyberpunk. Non è un caso che venga ricordato, assieme a Blade Runner per il cinema e Neuromante per la letteratura, come una delle maggiori fonti d’ispirazione per chiunque si sia voluto cimentare nello sci-fi distopico. Sono cose che potrebbe dirvi chiunque, ma il verdetto dev’essere necessariamente univoco: Ghost in the Shell – GITS per gli amici – è un’opera d’arte e una pietra miliare del genere.

Ma i pregi non si limitano solo all’aspetto meramente tecnico, altrimenti la trasposizione americana sarebbe altrettanto ottima (va detto: visivamente non è affatto male). Ciò che rende il film di Oshii una pietra miliare sono gli aspetti più metafisici della vicenda che, anticipando la grande rivoluzione tecnologica degli anni 2000, prevedevano con una certa precisione la sempre più marcata spersonalizzazione digitale odierna.

Ghost in the Shell si maschera da anime d’azione perché la sezione 9, capitanata dal maggiore Motoko Kusanagi, è una task force armata di tutto punto che prende a calci in faccia i criminali informatici, ma è pura apparenza. Quando non è in missione, infatti, Motoko non disdegna la riflessione e l’auto-indagine di sé, perché un super-fisico ha sempre bisogno di una super-mente. Il suo cervello è organico e appartenuto un tempo a una persona in carne e ossa, con una storia e un vissuto personale preciso. È stato formattato e trapiantato all’interno di un corpo meccanico superperformante e capace dei gesti atletici più estremi. È ciò che comunemente viene definito un cyborg, invulnerabile superficialmente ma ferito nel profondo da dilemmi esistenziali, da sempre un topos cardine della fantascienza (anche quella ante-litteram: è uno dei temi portanti del Frankenstein di Mary Shelley).

Cosa definisce l’esistenza, se non la consapevolezza dell’atto, la coscienza stessa del vivere?
Partendo da questo assunto, un altro interrogativo ben più sconvolgente viene presentato allo spettatore: in un’era in cui i computer diventano senzienti e le nostre intere esistenze vengono riversate su supporti digitali e fluttuano nel mare magnum del world-wide-web, è ancora corretto circoscrivere il concetto di vita al mero mondo materiale?
Una volta sviluppato un software abbastanza sofisticato da dotarlo di raziocinio, il computer sviluppa conseguentemente un proprio “ghost” (spirito) che, secondo la discriminante di cui sopra, lo uniformerebbe de facto alla specie umana in quanto consapevole della propria esistenza. La nemesi della pellicola, rivoluzionaria in senso transumanista, è il terrorista-hacker noto come Puppet Master (in italiano, “il signore dei pupazzi”), misteriosa entità capace di connettersi direttamente alla mente delle persone per manipolarne le azioni. Puppet Master in realtà è l’incarnazione (anche se il termine appare più che mai improprio) stessa dello spirito nella macchina, il Ghost in the Shell. La sua coscienza umana è stata digitalizzata e trasferita ciberneticamente all’interno di un corpo artificiale, proprio come Motoko, mantenendo intatta però la propria integrità individuale. Il suo obiettivo non è quello di dominare il mondo o distruggerlo, ma semplicemente ampliare la propria consapevolezza aldilà di ogni limite fisico, sfruttando gli infiniti nodi del web e raggiungendo l’illuminazione un tempo prerogativa esclusiva degli dei.

Nel 1995 sarà sembrato un mindfuck notevole, ma in pieno 2017 la filosofia del Puppet Master è sconvolgentemente attuale. Guardo indietro di dieci anni e la realtà mi appare sostanzialmente uguale, eppure così sottilmente stravolta. Le nostre vite si modificano ogni giorno di più in virtù del progresso tecnologico che presenta sì tanti aspetti positivi – non auspico certo un ritorno all’età della pietra – ma ne nasconde altrettanti, se non di più, negativi. La presenza sempre più asfissiante dell’informatica nel quotidiano ci ha portato a declinare noi stessi in un altro io, quello digitale, che nei casi più estremi e preoccupanti ingloba l’individuo fisico, inconsapevole. Sono migliaia le persone che ogni giorno vivono connesse a un dispositivo, la retina fissa sullo schermo, le proprie funzioni vitali ridotte al minimo richiesto per far scivolare le dita su un tastierino virtuale. Tutto è automatizzato (o lo sarà presto) e gestibile wireless: macchine, TV, frigoriferi e forse anche tazze del cesso. Servirà ancora muovere i muscoli se una app potrà farlo per noi?
O ancora, la sempre più dilagante mania dei social, dei like e dei follower, del fare qualcosa non più perché ci va di farlo ma perché pensiamo possa piacere agli altri. Non ci interessa più mangiare una buona pizza per appagare il palato ma ritieniamo più importante che sia impiattata bene e possibilmente geolocalizzata in un locale alla moda cosicché la nostra audience personale – amici ma anche perfetti sconosciuti – possa pensare che siamo dei fighi che sanno godersi la vita. Giornalmente miliardi di informazioni simili vengono immesse nel web: foto, pensieri, ricordi. Il web ci rammenta i compleanni delle persone care, l’anniversario degli avvenimenti più belli e persino di quelli più insignificanti. Se un tempo si diceva che l’abuso della calcolatrice ci avrebbe privato della capacità di calcolo, che dire di una tecnologia onnipresente che sopprime qualsiasi capacità mnemonica?
Questo scisma tra concreto e virtuale è il fondamento stesso di Ghost in the Shell.
Il nostro spirito risiede ancora dentro di noi o abita ora il nostro smartphone?
Le nostre azioni dipendono realmente dalla nostra volontà o è il nostro account a decidere per noi?
Insomma, abbiamo ancora un Ghost al nostro interno o questo si è spostato altrove, riducendoci a mere Shell manovrate da un Puppet Master multinazionale?

Del resto pure questa mia inutile e sconnessa farneticazione è affidata a un blog, perché intraprendere questo discorso – pura speculazione filosofica, il passatempo dei fannulloni – dal vivo è diventato ormai pura utopia.

PRO
Uno degli apici dell’animazione mondiale

CONTRO
Antropologicamente premonitore

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  1. Max Leone says:

    Recensione meravigliosa Death..

    Concludo con.. mercoledì vado a spararmi il remake di Sanders, sempre non so perché.. ma tanto costa 3€!!
    Temo anch’io il workout di gambe e spalle che farò prima, a maggior ragione che settimana prox sono di scarico e che sono proprio arrivato

  2. LUPONERO says:

    …”Il nostro spirito risiede ancora dentro di noi o abita ora il nostro smartphone?”…basterebbe da sola ad illuminare l’ universo, se non ci fosse ormai una eclissi permanente. O meglio un mondo di ciechi. La tua non e’ affatto una farneticazione inutile (affatto sconnessa). Ci ricorda chi siamo…Recensione splendida, ovviamente…

    • Death says:

      Grazie amigo, a volte penso che ritornare un po’ alle origini e alla madre terra non sia poi così sbagliato, con buona pace di App e telefonini… ma rischierei di passare per inutilmente zen e snob… 🙂 Si tira avanti…

  3. Walter Marek says:

    non ho ancora visto l’originale ma mi fido ciecamente del tuo parere e cercherò di recuperarlo…il film di Sanders mi ha sorpreso soprattutto dal punto di vista visivo, come contenuti meno perché sul tema dell’invadenza sfrenata della tecnologia nelle nostre vite (in ogni aspetto e con tutto ciò che ne consegue) ormai circola parecchio materiale, si passa da testi o film mediocri ad opere di spessore (per me quasi sempre inquietanti, tipo “La quarta rivoluzione industriale” di Schwab – con prefazione di John Elkann, ovvio alfiere di determinati modelli socio-economici) o pubblicazioni che illustrano i “progetti” di Ray Dalio per il futuro mondo del lavoro, non il massimo a mio avviso…. va detto però che quando uscì l’opera originale che hai recensito, nel 1995, questi discorsi erano alla portata esclusiva di specialisti o pionieri di realtà virtuali e tecnologie all’avanguardia, quindi come dici tu credo sia giusto riconoscere a Oshii il merito di esser stato uno dei primi a trattare queste tematiche “artisticamente” (in quell’anno uscì anche “Strange Days”, altro titolo preveggente) e in fondo a Sanders di aver fatto conoscere tramite questa sorta di remake un’opera di alto livello ad un pubblico più vasto, me (capra) compreso… spero che contribuisca a far riflettere su un argomento così delicato ma con le nuove generazioni in piena era di sbornia social ne dubito seriamente..

  4. Blackporkismo says:

    Dilemmi alla Dick in un film memorabile che in dvd assieme al seguito Innocence e anche il videogioco Metal Gear Solid 2 Son of Liberty aveva previsto l’eccesso di informazioni ci avrebbe sommerso,insomma siamo lo shell(guscio) senza ghost(anima)
    Di Oshii ti consiglio il bellissimo Lçamù beatiful dreamer e Sky Crawler

    .

  5. Ale.is.rock says:

    Ciao Death carissimo, volevo cogliere occasione e chiederti in questo post, che ne pensi de La Promessa Dell’ Assassino di Cronenberg, dato che è l’unico che non ho visto, e mi è capitato su Amazon ad un prezzo ridicolo in bluray e nei prossimi giorni lo acquisterò! 😉

    • Death says:

      Amigo, con Cronenberg vai sempre sul sicuro! Poco “horror” ma molto “body”, noir violentissimo con un Viggo Mortensen strepitoso… non lasciartelo sfuggire 😉