Django Unchained

Posted: 24th January 2013 by Death in Recensioni
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Interpreti: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, Franco Nero, Jonah Hill, Quentin Tarantino, Don Johnson
Regia: Quentin Tarantino
Durata: 165 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2012

VOTO: 

Ogni nuovo film di Quentin Tarantino genera un’euforia di massa a cui è difficile sottrarsi ma che io, fingendomi superiore, evito di ostentare platealmente. Eppure c’è poco da fare: Quentin è uno dei migliori registi moderni al mondo, pochi cazzi. Potremmo stare qui ore ad elencare perché ogni suo film sia tecnicamente impeccabile, ma non sono io la persona più indicata a spiegarvelo. Quello che è certo è che Quentin, da bravo “terrorista di generi” come il suo eroe Fulci, riesce con ogni progetto a rivisitare qualsiasi branca della cinematografia e renderla cool anche ai profani.

Prendiamo questo Django Unchained, per esempio. Si parla di “spaghetti western”, vecchia gloria nazionale rivalutata dalla critica solo in tarda età per la quale Tarantino stravede, ma io gli spaghetti li preferisco al ragù, quindi eviterò di fingere che conosca tutte le immancabili citazioni e i rimandi che QT ha inserito, perché la mia cultura in materia è davvero scarsa. Tanto su Wikipedia trovate tutto. Ok, ci sono gli zoom sui volti in primissimo piano vecchia scuola, gli schizzi di sangue (qui enfatizzati allo sfinimento) stile Peckinpah e una vasta selezione musicale a tema e non (durante una sparatoria esplode un rap di 2Pac, mentre sui titoli di coda suona addirittura il motivo di Trinità!), ma questa è roba che chiunque potrebbe individuare.

E allora, che roba è ‘sto western tarantiniano? Piuttosto che di cowboy e indiani, Django è innanzitutto un film che riprende la tematica della vendetta, già ampiamente illustrata in Kill Bill, ed approfondisce quella dello schiavismo, anticipata dalla grandiosa battuta su King Kong in Bastardi senza Gloria.
Django (Jamie Foxx) è uno schiavo negro liberato (non a caso acquisisce da quel momento in poi il cognome Freeman) dal dottor King Schulz (Christoph Waltz), cacciatore di taglie mascherato da cavadenti. Le motivazioni sono semplici: Django conosce l’identità di alcuni schiavisti su cui pende una generosa taglia. La ricompensa, oltre quella monetaria, è vantaggiosa perché Django ha così modo di vendicarsi dei suoi aguzzini e trarre in salvo sua moglie, ancora in cattività.

Ci troviamo dunque di fronte a un plot abbastanza canonico. Ciò che rende Django grandioso, oltre ad una realizzazione tecnica eccellente (mi sa che Tarantino non riuscirebbe a girare male una scena neanche se lo volesse), sono ancora una volta i dialoghi frizzantissimi e un ritmo tale che le quasi 3 ore di visione volano via che neanche te ne accorgi.
Tarantino, dicevamo, riesce a rendere figa qualsiasi cosa, pescando a piene mani dalla sua sterminata cultura cinematografica e riproponendone un “best of“, una selezione del suo meglio. Così, anche un genere (per me) potenzialmente soporifero come il western, nelle mani di Quentin elude ogni debolezza e diventa ganzo. Forse però è proprio questo il suo limite. Pare che i suoi film debbano per forza contenere un tot di omaggi, un tot di citazioni, un tot di cose prese in prestito, in maniera tale che il suo stile sia in realtà un non-stile, un qualcosa di peculiare eppure derivativo. È anche vero però che al momento è l’unico che riesce a fare tutto ciò toccando vette di alto cinema. Gli altri emuli, essendo “copioni” a un livello ulteriore, falliscono miseramente e risultano patetici.

Sicuramente non avranno mai la sua maestria nella gestione del cast. Son sicuro che pure io, se fossi diretto da QT, sembrerei un grande attore. Figurarsi un Leo Di Caprio, che un tempo faceva figo insultare solo per pura invidia (come accade per tutti gli idoli delle teenagers), solo che, ironia della sorte, a furia di farsi dirigere da gente come Scorsese, Leo è diventato davvero un attore impressionante. Il suo ruolo è quello di un azzimato negriero, ignorante come una capra ma che si atteggia a gran sofista, coi denti sporchi di tartaro e il pizzetto mefistofelico. Nel suo monologo sulla propensione genetica dei negri alla schiavitù si taglia davvero una mano e continua a recitare imperterrito, sanguinando come un suino. È la ciliegina sulla torta di un’interpretazione davvero notevole.
Poi c’è Christoph Waltz, che in vita sua ha sbagliato solo un’interpretazione (quella nel merdoso Green Hornet), ancora una volta istrionico, col suo ghigno beffardo e la parlata teutonica, un ruolo forse a rischio gigioneria esagerata, ma troppo carismatico per resistergli. Poi c’è l’affezionatissimo (a proposito, nel film ho scorto pure una citazione di Arancia Meccanica…) Samuel L. Jackson, che ha un ruolo pazzesco: deve fare il negro manipolato dal sistema al punto da convincersi di essere bianco. È lui la vera nemesi del film, colui che rinnega le proprie origini per asservilirsi al male che ha messo in catene la propria razza, ancora più colpevole degli ignorantissimi sudisti, razzisti poiché allevati così sin dalla nascita.

Manca solo il pezzo grosso, cioè Jamie Foxx. Foxx basilarmente deve solo fare l’accigliato, pompare i trapezi e seccare a colpi di rivoltella quanti più scagnozzi possibile. A un certo punto mostra pure palle e cazzo (che finezza), ma all’apparenza siamo lontani dalle misure di Motumbo. Anche a lui è richiesto di rinnegare se stesso e fingersi un negriero appassionato di lotta tra mandingo. Un palestrato del Bronx attivo su Youtube, in risposta all’ennesimo commento razzista, spiegava che all’epoca i negri più forti e sexy venivano fatti accoppiare con le femmine più belle e sensuali, in modo da creare una razza di supernegri: Django probabilmente è uno di questi. Io per il ruolo avrei scelto Michael Jai White, ma considerato che il primo candidato fu Will Smith direi che ci è andata persino di lusso.

Insomma, l’avrete capito, Django è il trionfo della negritudine. Di fronte a quei ritardati del Ku Klux Klan, incapaci pure di confezionarsi le maschere, la possanza dei dorsali negri, scolpiti a suon di picconate nei campi, fa davvero la differenza.
E Tarantino è capace di affrontare questo tema delicatissimo con ironia e gravità allo stesso tempo, spingendo sui tasti giusti nei momenti opportuni, con buona pace di quel visionario di Spike Lee, che lo accusava di razzismo solo perché a suo parere un bianco non può parlare di negri. Sarebbe come dire che un essere umano non può scrivere le storie su Topolino. Dunque, prima che lo stucchevole Lincoln di Spielberg (al cinema in questi giorni) ponesse fine allo schiavismo col potere della burocrazia, Django si industriava a risolvere la situazione in maniera più spiccia, a suon di revolverate.

Per gli spettatori più beceri per il quale Tarantino è solo sinonimo di sangue (esistono davvero, ne avevo un paio dietro di me in sala), qui non si toccano le vette di Kill Bill Vol.1, ma c’è comunque un alto tasso di passata di pomodoro in alcune scene. Consiglio comunque di ripassare Le Iene, Pulp Fiction e Jackie Brown.

Carrellata finale con tutte le comparse di lusso: Don Johnson, razzistissimo quanto stolido bovaro; Jonah Hill, lo odio ed è grasso; Tom Savini, il grandissimo Sex Machine, quanto è invecchiato!; James Remar, molti di voi lo ricorderanno per i film di Walter Hill, io lo ricordo per La Prova e Mortal Kombat: Distruzione Totale; scontata ma doverosa la presenza di Franco Nero, il Django originale del film di Corbucci. C’è anche Zoe Bell, la stuntman ufficiale di Uma Thurman, ma appare in poche scene, mascherata, per poi scomparire nel nulla senza che capissi l’utilità del suo ruolo.

Breve cameo anche per Tarantino in persona. Quentin, parafrasando le parole di Richard Benson su Malmsteen, è diventato un maiale, grasso! anche se simpatico, bravissimo… ma poco importa. Se la sua bravura è direttamente proporzionale alla sua mole – perché diventa davvero più bravo ad ogni film – mi auguro che ci dia dentro a raffica coi cheeseburgers!

P.S.
Non so se devo vergognarmene o meno, ma il pezzo scritto apposta per il film da Elisa ed Ennio Morricone, Ancora Qui, mi piace abbestia…

PRO
Il trionfo della negritudine

CONTRO
Sono un profano del genere

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  1. Psichetechne says:

    Bene, bene, sono contento di vedere i 4 teschi e di leggere ottimi pareri anche qui. Lo andrò senz’altro a vedere o nel week-end o la settimana prossima che sarà una settimana più tranquilla di questa. desidero godermelo con tutto il tempo giusto che merita 🙂

  2. Babol says:

    Immenso in ogni inquadratura, nota musicale, parola, scena ed attore, non c’è altro da dire.
    Immenso come il mio adorato e ciccionissimo QT! :PP

  3. John Matrix says:

    Eccezionale! Visto in lingua originale coi sottotitoli. Non ho idea di come sia il doppiaggio italiano, ma sicuramente si perde un terzo della bellezza del film. Ci si ritrova difatti alla “Sagra delle Parlate Nordamericane”, con una vagonata di accenti differenti. Un po’ come aveva fatto per BSG.
    L’unica pecca del film a mio modesto parere sono i pezzi rap che fanno schifo alla merda e non ci stanno bene un cazzo.

    • Death says:

      Appena esce in DVD la visione in lingua originale è obbligatoria! L’unico personaggio che si è cercato di adattare un minimo è quello di Waltz, con la parlata da pseudo-crucco, mentre gli altri parlano tutti in comunissimo italiano… Sono ansioso di sentire la performance di Di Caprio!

  4. Una bomba davvero mi sono divertito come un pupo. QT fenomenale e poco importa se non si coglie tute le citazione il film ti prende e diverte lo stesso!

    VIVA IL PASSATO DI POMODORO!

  5. John Matrix says:

    Per la cronaca (vera): visto in lingua grazie al torrent, versione “For your consideration”. Di Caprio pazzesco, confermo.