Delta Force

Posted: 27th July 2012 by Panzer Guderian in Recensioni
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Interpreti: Chuck Norris, Lee Marvin, Martin Balsam, Joey Bishop, Robert Forster, Lainie Kazan, George Kennedy, Hanna Schygulla, Susan Strasberg, Bo Svenson, Robert Vaughn, Shelley Winters, William Wallace
Regia: Menahem Golan
Durata: 129 min.
Titolo originale: The Delta Force
Produzione: USA 1986

VOTO: 

Solitamente aprire una recensione, così come ogni altro testo, comporta un maggiore sforzo creativo e una botta di intuito e sagacia. L’incipit è come il cavallo di Troia che deve spianare la strada a migliaia di achei scalpitanti e furenti, che attendono il momento giusto per esprimere tutto il loro valore. E queste schegge di bronzo impazzite sono come le idee, i suggerimenti, le citazioni, i collegamenti e tutto il materiale che rimbalza, si schianta, frana e poi riaffiora, si mescola, ribolle e frigge all’interno della testa del recensore. A volte sfocia tutto nel peggiore dei modi, come l’impasto di risotto alla pescatora, sangria, birra e vermentino sgorgatomi quasi contemporaneamente in vomito e merda ieri notte.
A volte si fa leva sulla simpateticità consona all’universo radical-chic under 14, di cui Yotobi è un esponente indiscusso: “Da un’idea di Maurizio Costanzo – riferendosi a Troppo Belli – […] cioè Maurizio Costanzo è un uomo che era iscritto alla P2 […], ha anche intervistato Licio Gelli..”
Un po’ come azzardare che Olympia o Il Trionfo della Volontà sono paccottiglia perché la Riefenstahl era amica di Adolf. Poi vabbé, Yotobi va avanti come un treno attingendo a piene mani dal repertorio del miglior Gad Lerner, ma questa è un’altra storia… ne riparleremo in un’eventuale recensione alternativa di Troppo Belli.
Tornando a noi, nella maggior parte dei casi il recensore affronta senza tanti fronzoli l’argomento per il quale sta seduto a scrivere, ovvero il film. L’esatto contrario di quanto io faccia, perché se è vero che non sono un recensore evenemenziale, sono soprattutto un reduce da una sbronza, il quale entro le 20 deve consegnare la bozza di un testo che nessuno leggerà.

Se queste sono le premesse, per affrontare in maniera frettolosa un classico come Delta Force, bisogna adottare un approccio comparativo. Quando non si hanno argomenti a disposizione la reazione istintiva è insultare alla maniera di Yotobi, ma in tale contesto mi limiterò a elevare a capro espiatorio Act of Valor. Quale altra pellicola può fungere da termine di paragone, se entrambi i film esprimono in maniera differente la stessa apologia delle forze speciali americane? Come ricorderete Act of valor fondava nel realismo la sua presunta superiorità nel cinema di guerra, nonostante si mantenesse coerente con una retorica manichea nella quale gli USA si collocavano dalla parte dei giusti. Su questo monotono basso continuo si sviluppava l’azione concertante di indagini sotto copertura, spionaggio, azioni anfibie, aviotrasportate, e chi più ne ha più ne metta. Ci muovevamo insomma in un terreno tutt’altro che inesplorato, che il così tanto celebrato realismo non aveva di certo ravvivato. Aveva anzi costituito un limite. Come ho avuto modo di affermare in altre occasioni, giustificare aprioristicamente un prodotto cinematografico in base al metro del realismo, sia esso relativo all’azione o al vissuto, è un’operazione sterile e pretestuosa, specie quando si è pronti a sacrificare sull’altare della veritas la fecondità dell’inventio.

Delta Force fa proprio l’inverso: non solo butta nella spazzatura ogni criterio di realismo nell’azione, ma attinge dal mosaico della storia e del contingente alcuni tasselli essenziali, li frantuma, e li riversa a mo’ di soft drink in quel cocktail micidiale a base di sangue, benzina, Chuck Norris e Quella Sporca Dozzina.
La trama infatti si ispira ad uno dei tanti dirottamenti di aerei frequenti negli anni ’70 e ’80, e al coinvolgimento in tale contesto della Delta Force, l’unità antiterrorismo statunitense, così come nella fallita operazione di salvataggio degli ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran: Chuck Norris (Maggiore McCoy) si distingue immediatamente mentre trae in salvo un suo commilitone incastrato tra i rottami in fiamme dell’elicottero schiantatosi nel deserto. Scottato da questa débâcle, McCoy si congeda e cerca di convertire il suo modus vivendi a fini pacifici, ma il suo temperamento nervoso che lo costringe a stare sempre in guardia – tanto da ritenere un vezzo borghese consumare i pasti seduto a tavola – non può che acclimatarsi soltanto in un ambiente ostile. Le occasioni non mancano, giacché il mondo è pieno zeppo di terroristi mediorientali che fanno di tutto per non nascondere la loro provenienza né tantomeno i loro intenti. Barbe foltissime come Il Profeta comanda, occhiaie violacee frutto di nottate passate a studiare piani criminali, pupille spippate e volti fradici di sudore a causa della tensione per l’azione imminente. Questo è l’identikit estetico dei dirottatori del volo Atene – Roma, un gruppo di disperati quanto esaltati libanesi in cerca di vendetta, capitanati da un Saddam Hussein conciato alla maniera di Tony Montana. Un genio del travestimento. Da questo momento il film segue le rotte schizofreniche dell’aereo sequestrato, indugiando sul clima di terrore e di solidarietà creatosi al suo interno (notevole il psicodramma sull’Olocausto), mentre al di fuori la Delta Force predispone i piani di intervento sotto la direzione del Colonnello Alexander (un sempreverde Lee Marvin), che può contare sull’apporto del figliol prodigo McCoy. Simile al rientro di Achille tra le fila dei greci in armi, dopo la bagarre con Agamennone, il ritorno di McCoy alla sua unità in procinto di partire, è una delle scene più austeramente celebrative ed epiche della gloriosa figura di Norris, stabile ed imperitura come una colonna del Partenone. Che il suo prezioso marmo possa fregiare quel monumento di Expendables 2 è per me un motivo valido per continuare a vivere fino ad agosto inoltrato.

Da qui in poi il suo personaggio si impone gradualmente in compagnia del suo “Patroclo” Pete (noto marzialista americano dal nome impegnativo, William Wallace, e dal soprannome esagerato, “Superfoot”) fino all’apoteosi finale, dove l’impronta trash degli anni ’80 viene amplificata con risultati impensabili tramite l’impiego di motociclette armate con razzi.

Ma sebbene Norris rivesti i panni del mattatore assoluto, Delta Force, coerentemente con il suo titolo, non trascura lo spirito di corpo e il genuino cameratismo con il colonnello Alexander (Quella sporca dozzina è di casa); insomma l’opera del supereroe Norris si innesta in una dimensione corale che lo comprende, e con cui condivide un’etica di offerta, privazione, e brutalità. Al di là di questa cerchia di eletti si staglia l’universo dei civili, inermi, a volte ignari, ma sopra le cui teste veglia sempre un C-130 pieno zeppo di Delta Force, tra le note di Alan Silvestri. Belle storie.

PRO
Chuck Norris

CONTRO
Yotobi

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