Cimitero vivente

Posted: 5th March 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Dale Midkiff, Fred Gwynne, Denise Crosby, Brad Greenquist, Michael Lombard, Miko Hughes, Blaze Berdahl, Susan Blommaert
Regia: Mary Lambert
Durata: 98 min.
Titolo originale: Pet Sematary
Produzione: USA 1989

VOTO:

La famiglia Creed (Apollo non c’entra niente…) si trasferisce in periferia di una piccola cittadina del Maine. Papà Louis è stato assunto come medico nella scuola del paese, mentre la moglie Rachel penserà ai due pargoli Ellie e Gage a casa. Il problema, li avverte il vicino Jud, è che la ridente villetta è posizionata da far schifo, proprio sul ciglio di una strada trafficatissima da camion lanciati a folle velocità. La preoccupazione maggiore è rivolta verso il gatto Winston Churchill, per gli amici Church, ma i Creed dovrebbero premurarsi anche di controllare il marmocchio Gage, fin troppo sgambettante nonostante la tenerissima età.

Il primo giorno di lavoro, per Louis, è una vera merda. Appena arrivato a scuola, un giovane ragazzo, Victor Pascow, viene frullato da un camion in corsa e muore nell’infermeria scolastica, il cervello a penzoloni e un ultimo, inquietante avvertimento sulle labbra. È solo l’inizio di un periodo da incubo, costellato da lutti, apparizioni spettrali e trekking spregiudicato sul ripido percorso per l’antico cimitero dei Micmac, sul quale aleggia una strana leggenda…

Il meglio di Cimitero vivente, va riconosciuto, sta tutto nel soggetto di Stephen King, qui anche in veste di sceneggiatore e presente nel film in un piccolo cameo. King è un maestro nel tratteggiare situazioni di vita comune per poi speziarle di perturbante grazie a piccoli accorgimenti. Così, anche un qualcosa di potenzialmente inoffensivo come un felino domestico o uno stupido marmocchio, vomito e pannoloni cagati a parte, può diventare più raccapricciante e temibile del solito panzer armato di machete come Jason o Michael Myers.

Nondimeno, King, attraverso lo script, tratta il tema della caducità della vita (aka lammorte) in maniera leggera e toccante, sfruttando i dialoghi tra paparino Louis e la piccola Ellie, preoccupata che il micio Church, prima o poi, debba passare a miglior vita e lasciarla “sola” al mondo. È proprio tramite il ragionamento tra un adulto e un bambino che l’argomento viene sviscerato nella maniera più ficcante, e l’inesorabilità della fine porta la bimba a ragionamenti inaspettatamente sacrileghi. Chi decreta che si debba morire a tutti i costi? “Dio, immagino… ma [Church] non è il gatto di dio, lui è il mio gatto. Se dio vuole un gatto se ne prenda uno, ma non il mio“.

E poi c’è un’arguta nonché scomoda riflessione sugli effetti paradossi che possono scaturire da un amore spinto all’estremo dall’ossessione. “L’amore per le persone che ci sono care è la vera e unica ricchezza, e l’amore è il sentimento che supera anche il limite invalicabile della morte” è una massima decisamente virtuosa e degna di affollare un buon numero di bacheche Facebook, ma cosa succede quando questo sentimento viene esasperato sino a sconfinare in territori proibiti che, purtroppo, non competono neanche a dio?

Una volta tanto, poi, le aggiunte rispetto al libro rendono il film più funzionale e scorrevole di quanto non possa essere una riproduzione passo uno del cartaceo. Per esempio, le scene extra con il deus ex machina Pascow, perennemente scervellato e grondante sangue, aggiungono quel contrappunto di ironia che stempera i toni altrimenti gravissimi, laddove il romanzo indugia maggiormente nello sconforto, anche se in alcune sezioni di trama potrebbe apparire come un espediente troppo didascalico.
L’unico mio appunto è rivolto alla sequenza finale, nel libro da pelle d’oca, nel film eccessivamente sensazionalistico.

Considerata l’età del materiale trattato, non posso esimermi dal fare un parallelismo con l’horror moderno. Cimitero vivente è tutto giocato su tempi lunghi e inquadrature statiche. Mentre l’orrore recente punta alto sul montaggio convulso, sulle esplosioni sonore improvvise e sull’effettaccio splatter digitale, il film della Lambert stressa i nervi dello spettatore con sinuose carrellate, lenti movimenti di macchina inframmezzati da sinistri (ma non strabordanti) effetti sonori che culminano in scoppi di violenza (quella figa, quella artigianale) dosati e mai fuori posto. E pazienza se ogni tanto si scorge qualche pupazzo di troppo.

Il flashback dai toni onirici in cui Rachel racconta al marito la storia della sorella Zelda, lasciata a morire in preda a una gravissima forma virale, è una sequenza che continua a terrorizzarmi nonostante siano passati quasi 30 anni. È sufficiente una stanza in penombra, un attore maschio perfettamente truccato da ragazza deformata dal morbo e le spaventose maledizioni che la poveretta rivolge con voce gracchiante alla spaurita sorellina, unica testimone della tragedia.

cimiteroviventezelda

Un attimo di pausa per cambiarsi la mutanda cagata.

Il film l’avrebbe dovuto dirigere George A. Romero ma, non mi ricordo perché, la regia passò a Mary Lambert. La Lambert, autrice (tra i tanti) di alcuni videoclip bomba di Madonna, dimostrò di saperci fare anche alle prese con l’orrore e il lungometraggio, al punto da esser paragonata, a suo tempo, a Kathryn Bigelow. Incredibilmente la sua carriera è precipitata piuttosto in fretta e, dopo qualche slasherino dimenticabilissimo, si è ridotta a dirigere spazzatura del calibro di Mega Python vs. Gatoroid, che oltretutto ho visto e sembra girato da un principiante alle prime armi. Avrà forse fatto solo da prestanome? Mistero.

Destino similare anche per il bimbo prodigio Miko Hughes, di cui ricordo volentierissimo Nightmare – Nuovo incubo e Spawn (e un po’ meno volentieri Codice Mercury con Bruce Willis), che sembra anch’esso precipitato nell’oblio dello straight-to-video e delle serie TV.

Menzione d’onore anche per i Ramones, presenti nella soundtrack con Sheena is a punk rocker (strepitata da un camionista ciccione) e con la traccia sui titoli di coda, scritta apposta per il film e intitolata, pensate un po’, Pet Sematary.
Il pezzo è insolitamente malinconico per gli standard della band e, ve lo confesso, riascoltandolo a distanza di così tanti anni, sono stato colto da un profondo ma piacevole senso di tristezza (più per il fattore nostalgia che per il pezzo in sé, probabilmente).
Che il tempo passi veramente troppo in fretta è un tema piuttosto ricorrente, nei miei scritti, ma è la conseguente retrospettiva sulla mia esistenza – fino a oggi, ho combinato realmente qualcosa di buono? – a farmi precipitare in un loop depressivo, nonostante il testo della canzone sia squisitamente ambiguo – I don’t want to be buried in a Pet Sematary, I don’t want to live my life again – e possa portare a due risoluzioni perfettamente in antitesi.
Ma queste sono solo cazzate extracinematografiche, sulle quali non vi tedierò oltre.

PRO
Un raro esempio di adattamento ben riuscito

CONTRO
Qualche effetto un po’ datato

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  1. Zelda, porca puttana. Trauma infantile di quelli che poi ti condizionano l’intera esistenza.
    A me questo film mette ancora tanto a disagio. Pensavo fosse perché, avendolo visto quando ero piccina, mi facesse rivivere la stessa esperienza. E invece mette a disagio anche chi lo ha visto da adulto. Ho fatto la prova con un gruppo di amici che non lo avevano mai visto e si sono cagati sotto. Non solo, ma si sono anche emozionati molto.
    La Lambert era una bomba, a dirigere. Poi è finita male, purtroppo

    • Death says:

      Assolutamente sì! Pur avendolo riguardato, recentemente, con assoluto spirito critico, mi son reso conto che parecchie scene, specialmente quelle con Zelda, fanno davvero una paura fottuta, indipendentemente dall’età! Grandissimo adattamento, in certi frangenti persino più spaventoso del romanzo. Peccato per il finale un po’ cafone… quello del libro mi aveva fatto rizzare tutti i peli del corpo!

  2. caden cotard says:

    Rece di competenza rara, esaustiva al massimo. Confronti col libro, citazioni perfette, tematiche sviscerate e un pò tutti gli aspetti della macchina cinema presi in considerazione.
    Io l’ho detto più volte, Zelda è il mio maggior incubo dellì’adolescenza, non ce l’ho fatta mai a rivederla.
    Death, parlando d’altro, secondo me commentare da te è molto difficile, ci si arriva solo da quel numerino vicino al titolo, non c’è alcun riferimento visibile.
    Le prime volte che ti ho letto pensavo addirittura non si potesse commentare

    un saluto amico

  3. caden cotard says:

    Ah, e manca anche la possibilità di avere notifiche, se uno commenta poi deve sempre tornare a vedere se hai risposto (mi pare).
    Magari, giustamente, non ti fregherà nulla ma secondo me hai perso centinaia di commenti negli anni, o è troppo difficile notarli o troppo laborioso “controllarli”

    😉

    • Death says:

      Innanzitutto, grazie per i sempre graditi complimenti, amigo! 🙂
      Il box dei commenti, effettivamente, appare solo se si visualizza il post specifico e non la homepage, altrimenti ci sarebbero troppe interruzioni nel layout. Cercherò di inventarmi una grafica più intuitiva del balloon per i commenti 😀
      Riguardo le notifiche, WordPress, di base, non lo permette… ho appena installato un plugin dedicato, fatemi sapere se funziona ed è efficace 😉
      Grazie anche per i suggerimenti! 😉