Bullet

Posted: 6th October 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Mickey Rourke, Tupac Shakur, Adrien Brody, John Enos III, Ted Levine, Manny Perez, Jerry Grayson, Suzanne Shepherd
Regia: Julien Temple
Durata: 96 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 1996

VOTO:

Quando si parla dei migliori film di Mickey Rourke, generalmente, vengono citati sempre i soliti titoli. Angel Heart, L’anno del dragone, Il papa di Greenwich Village… tutti ottimi film, per carità, eppure nessuno di questi, a mio avviso, rispecchia veramente l’essenza del buon vecchio Mickey.
Io non ho dubbi. Per quanto mi riguarda, il miglior film di Mickey Rourke è Bullet.

Scritto dallo stesso Rourke, sotto il bizzarro pseudonimo di Sir Eddie Cook (nome falso che il giovane Rourke usò per identificarsi, fermato dalla polizia), Bullet parla di Butch Stein, spacciatore ebreo appena uscito dal gabbio, incarcerato per parare il culo a un amico e diventato impotente dopo non esser riuscito a pararsi il proprio, di culo, in galera.
La vita nel quartiere non è facile, per un pregiudicato. Nessuno si azzarda a offrirti un lavoro, le cattive compagnie tornano a ronzarti attorno e la via del malaffare sembra l’unica strada percorribile. Così Bullet ciondola, con il tipico portamento à la Rourke, per le strade della città, struggendosi per le occasioni sprecate, corroso dai fantasmi del passato e dai sensi di colpa, sempre più disgustato da un ritorno nel baratro della droga e del crimine che appare ormai inevitabile.

A peggiorare le cose ci pensa Tank (un convincente e bendato Tupac Shakur), gangster di provincia sfigurato in passato proprio dal nostro Bullet.
In una spirale discendente verso l’inferno, tra shot di eroina e angosciose confessioni, si consuma la tragedia ordinaria di un uomo inghiottito dalle luride sabbie mobili della società e della vita di strada.

Rourke si mette a nudo e riversa nel film, con le dovute variazioni, tutto il marcio che albergava (e forse continua ad albergare tuttora) nella sua mente. Bullet ha sprecato le sue qualità riducendosi allo spaccio e al furto con scasso, così come Rourke sciupò il proprio talento attoriale firmando per ruoli suicidi e mandando affanculo metà Hollywood. Rourke/Bullet non scende a compromessi, è coerente con sé stesso. “Io ho sempre fatto quello in cui credevo”, dice al fratello Adrien Brody, al quale suggerisce però di non seguire il proprio esempio ma di coltivare la propria passione, la pittura, e cercare di farla fruttare al meglio.
Ancora, il periodo di refrattarietà al sesso dopo il successo planetario di Nove settimane e mezzo viene parafrasato nell’ormai celebre scena in cui Bullet, a letto con una sexy figa ispanica, si lamenta di aver perduto la sua virilità dopo la traumatica esperienza carceraria. “Io me lo tocco… me lo sbatto, me lo strofino… non funziona. È morto.”. Difficile trovare un divo, anche se sul viale del tramonto, disposto a pronunciare una battuta simile, anzi, addirittura a scriversela da sé.

Anche sforzandomi, mi è arduo pensare ad altri film capaci come questo di descrivere la depressione e l’alienazione con poche e semplici inquadrature. Un breve time skip in dissolvenza ci mostra le giornate di Butch, trascorse a rigirarsi sul letto o a esplodere in improvvisi scatti di violenza contro il mobilio della propria camera, o ancora peregrinare senza meta per assolate quanto desolate locations periferiche della città (una New York, in particolare Brooklyn, raramente così malinconica).

Oltre a caratterizzare alla perfezione il lato psicologico del personaggio, Rourke ci mette del suo anche per quanto riguarda l’aspetto estetico. Bullet indossa una fantastica tuta Adidas modificata, la celeberrima SuperMax oggetto del desiderio di migliaia di fan sul web. Cuffia, bandana e scarpa sportiva da basket completano un total look che strizza l’occhio all’hip-hop anni ’90, concedendosi dei raffinati dettagli extra come il ciondolo con la stella di Davide.

Mickey contribuisce anche alla colonna sonora, selezionando egli stesso alcuni dei pezzi presenti, tra cui spiccano un paio di calorosi brani di Barry White, e introduce nel cast alcune delle persone a lui più care, come suo fratello Joey, il buddy John Enos III (il suo Lester è grandiosamente viscido, veramente stratosferico) e il pugile Ray “Boom Boom” Mancini.

Concepito come una sorta di personale catarsi psicoanalitica, Bullet è un film che, nonostante il look rap e le tematiche apparentemente grossolane e tipiche proprio della musica nigga, droga, mignotte, criminalità e thug life, nasconde un animo ben più tormentato e rivelabile solo attraverso la chiave di lettura del biopic non autorizzato.
Un film ingiustamente dimenticato o, alla peggio, frettolosamente bollato come mezza cagata dalla maggior parte della critica specializzata. Beati loro, direi. Evidentemente hanno trascorso una vita più che serena, per non comprendere il carico di tristezza e disperazione, nella finzione scenica e nella realtà umana, che Rourke ha infuso in questa pellicola.

PRO
L’apoteosi di Rourke

CONTRO
Per i più distratti, solo droga e puttane

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