Act of Valor

Posted: 6th April 2012 by Panzer Guderian in Recensioni
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Interpreti: Roselyn Sanchez, Alex Veadov, Jason Cottle, Nestor Serrano, Gonzalo Menendez, Ailsa Marshall, Drea Castro, Alexander Asefa, Sonny Sison, Emilio Rivera
Regia: Mike McCoy, Scott Waugh
Durata: 111 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2012

VOTO:

È forse passato un decennio dall’ultima volta in cui ho guardato un film di guerra al cinema. Ero un pischello in lotta con la matematica, l’acne e un Pentium 2 capriccioso; ero imbevuto della merda di MTV, conoscevo tutti i giocatori di serie A e B, trafficavo grottesche pics pornografiche su floppy disk. Pullman e piedi gli unici mezzi di locomozione e un orario da boccomero per lo spettacolo pomeridiano di Black Hawk Down.

Da quei tempi molte cose sono cambiate, ma altrettante sono rimaste immutate: i negri nei parcheggi del cinema per esempio, il portafoglio vuoto, e le guerre americane. Quelle non mancano mai. Non c’è generazione che non sia sfuggita all’indice di Zio Sam, non c’è famiglia che non abbia pianto qualche ragazzo caduto sulla Marna, in Normandia, Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan, solo per citare i teatri di guerra più noti. Act of Valor ci introduce immediatamente in questa realtà collettiva, inquadrata in un’intima cornice letteraria: si tratta di un testamento spirituale indirizzato ad un neonato, figlio di un eroico Navy Seal recentemente caduto in azione, e nipote di un prode pilota abbattuto nei cieli d’Europa nel ’45. Il loro sacrificio sancisce nella maniera più nobile l’adesione a valori come libertà, onore, tolleranza e chi più ne ha più ne metta: “rispetto per tutti, paura di nessuno!”, siamo al livello retorico di Max Bertolani, ma non è finita qua. A fare da testimonial delle buone intenzioni degli USA viene paradossalmente citato un capo pellerossa, modello di coraggio e dedizione che non può che confermare la teoria junghiana sull’immaginario eroico americano.

Che Act of Valor fosse così celebrativo lo sapevamo, e per questo motivo non mi dilungherò in una sterile critica antimperialista che reputo inopportuna in questa sede, nonché anacronistica (fossimo vissuti all’epoca di Berretti verdi il nutrito pubblico di spettatori riversatosi sulla sala sarebbe stato accolto da calci e pugni, e sommerso di insulti…). Tutto sommato, infatti, la retorica politica si appoggia su un fondamento incontrovertibile: attualmente quello americano è l’unico, o almeno il più autorevole, popolo guerriero dell’Occidente, e alla luce di questa realtà oggettiva dobbiamo leggere le vicende dei Navy Seals di Act of Valor. Dopotutto gli interpreti non fanno altro che replicare sul grande schermo le proprie azioni sul campo, nonostante l’impronta videoludica (il film è sponsorizzato dalla EA) possa confondere le idee. Scordatevi quindi i protagonismi sulla scia di berserks del calibro di Rambo o di John Matrix, con tutto il repertorio di corse a mitra spianato, aim bot e mattanze all’arma bianca; in Act of Valor l’azione viene preventivamente programmata, si avvale di un supporto logistico all’avanguardia e non può fare a meno della coordinazione tra tutti gli elementi in gioco.

Ma al netto dell’esperienza e del duro addestramento che contraddistingue gli uomini del Navy Seals, il loro affiatamento non può che nutrirsi del cameratismo che si consuma anche fuori dal teatro di operazioni. Il falò sulla spiaggia con famiglia al seguito rappresenta il quadro idilliaco in cui si condensano tutti i valori positivi che meritano di essere difesi dai nostri eroi. Esso segna un netto discrimine dal lugubre habitat in cui si muovono guerriglieri e narcos centroamericani, jihadisti ceceni e filippini, trafficanti e terroristi ucraini. La separazione tra bene e male passa anche attraverso la distinzione bourdieuiana: se il sempliciotto e onesto americano si diverte a fare surf con gli amici, il terrorista bombarolo suona Mendelssohn e Brahms, un po’ come il villain di The Peacemaker, il bosniaco Dusan Gavrich, che si dilettava con Chopin ma allo stesso tempo meditava un attacco nucleare. Pregiudizi euroatlantici del tutto trascurabili, se non fosse che la sceneggiatura faccia acqua da tutte le parti, isolando i momenti di azione e dissipando ogni tipo di caratterizzazione dei protagonisti. Per cui alla fine della battaglia ti rimane impresso solo la strabiliante performance del Minigun GAU-17/A, un compiacimento del tutto pirotecnico che la dice lunga sul fascino del film.

Si tratterà di atti di valore realmente accaduti, di imprese da “Guardiano del Mondo”, ma per dirla tutta a me ‘sto dispiegamento di forze non ha impressionato per niente . Certo, me ne stavo seduto sulla poltroncina lontano dalle paludi del Costa Rica, dal deserto messicano, al riparo dai kalashnikov e dagli uomini bomba; ma per tutta la durata del film ho dovuto sopportare l’olezzo che proveniva dallo spettatore al mio fianco, micidiale mix tra deodorante di bassa lega e aroma di spaghetti aglio e olio. E come se ciò non bastasse per ben tre volte! ho subito l’attacco di gas anali, silenziosi ma non per questo meno letali, e nonostante tutto sono rimasto al mio posto. Non sarò un Navy Seal, ma credetemi… l’eroismo passa anche attraverso due valorose narici.

PRO
Minigun

CONTRO
Guerra chimica

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  1. Alessandra says:

    La descrizione della tua situazione al cinema è stata più inquietante di un film horror…dico solo questo.