Incarnate – Non potrai nasconderti

Posted: 10th February 2017 by Death in Recensioni
Tags:

Interpreti: Aaron Eckhart, Carice van Houten, Mark Steger, David Mazouz, Catalina Sandino Moreno, Emjay Anthony, Keir O’Donnell
Regia: Brad Peyton
Durata: 91 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO:

Che i film esorcistici ormai non abbiano nulla da dire non è più un mistero.
Che io continui a recarmi al cinema a vederli, consapevole di buttare il mio tempo (e i miei soldi – fortunatamente appena 2 euro -)… be’, ciò fa di me un coglione. E anche questo è evidente a tutti.

Incarnate parla di un demone cagacazzo che ce l’ha a morte con Aaron Eckhart, anche se non è ben chiaro perché.
Aaron, costretto in carrozzella da un terribile incidente automobilistico, ha la capacità di entrare nella mente degli altri e condurre così delle specie di esorcismi cerebrali, agendo direttamente sulla mente del posseduto che, sotto l’influsso del demonio, visualizza tipo la sua vita ideale e altre belle cose, nonostante nella realtà concreta stia sacramentando e facendo le linguacce.

L’idea dell’esorcismo astrale potrebbe anche portare a qualcosa di interessante, se non fosse che è gestita malissimo.
Aaron entra nella mente dell’invasato e lo trova tutto felice, la sua vita perfettamente realizzata. Un frustrato imprenditore, per esempio, sogna di festeggiare in un privé circondato da formose puttane plastificate; senz’altro un animo semplice.
Allora Aaron che fa? Entra nel sogno lucido con aria trucida e cerca di aprirgli gli occhi sull’illusione malefica, ma mica a parole. Proprio come nella realtà, interviene infatti la security del locale: ebbene, Eckhart comincia a scazzottarsi contro i demoni-bodyguards ed eventualmente anche con il demonio in persona. Anatemi e preghiere assortite a quanto pare sono fuori moda, sembra sufficiente avere un buon destro per sormontare persino Belzebù.

Il film inizia in maniera efficace, con un ragazzino aggredito da una senzatetto indemoniata. Il testimone viene passato tramite contatto fisico e nel giro di pochi secondi il ragazzo ha già imparato a difendersi e spezza il collo alla disgraziata. Il Vaticano in persona decide di contattare Eckhart perché è il più ganzo di tutti e bla bla bla, la solfa è sempre la solita: c’è il primo approccio che finisce in merda – il demonio è troppo forte! -, c’è la sperimentazione scientifica per trovargli un punto debole, un po’ di cazzotti, un po’ di patemi d’animo e l’inevitabile finale che cerca di moltiplicarsi in un paio di twist pietosi, una raffica di cliché dietro l’altra.

Cosa si salva di un film come Incarnate, datato sin dalle premesse e assolutamente privo di qualsiasi originalità o spunto? A parte Eckhart, che è un bravo attore ma ha la tendenza a sputtanarsi in produzioni totalmente ingrate (ricordate quella sciolta di I, Frankenstein?), l’incipit sembra abbastanza cattivo da infondere un briciolo di speranza, ma è lo svolgimento a non tenere fede alle aspettative. C’è qualche momento vagamente truce ma il regista Brad Peyton (lo stesso di San Andreas, non proprio il nome giusto per un horror) sembra fregarsene così poco da non voler neanche tentare la carta della truculenza spinta, che almeno potrebbe rendere il film appettibile ai fanatici dello splatter.
Il sangue è quasi tutto fuori campo e non basta qualche faccia accigliata e il solito vocione baritonale modificato che dice stronzate a spaventare neanche lo spettatore medio, ormai anestetizzato a qualsivoglia turperia.
Figurarsi quando nel finale irrompono sullo schermo degli effetti digitali poverissimi degni di una produzione Asylum…

Incarnate è un horror assolutamente innocuo: non fa paura, non è violento. Al massimo fa un po’ di tenerezza, ma non me la sentirei di considerarlo un pregio…
Ora, io il biglietto l’ho pagato 2 euro, pazienza. Ma se dovesse capitarvi di pagarlo a prezzo intero, sentitevi pure di modificare il titolo in Inculate.

PRO
Esorcismi a cazzotti

CONTRO
Datato in tutto

Split

Posted: 6th February 2017 by Death in Recensioni
Tags:

Interpreti: James McAvoy, Anya Taylor-Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson, Brad William Henke, Kim Director, Lyne Renee
Regia: M. Night Shyamalan
Durata: 117 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO:

Se mi leggete sin dagli albori saprete senz’altro che non nutro particolari simpatie per M. Night Shyamalan. La deriva artistica intrapresa dopo il già traballante Signs me lo fece detestare mano a mano sempre di più, arrivando persino ad augurargli uno spietato tracollo di carriera dopo aver visto il nefasto E venne il giorno.
Fui senz’altro esagerato, una leggerezza di gioventù di cui avrei tranquillamente potuto fare a meno.

A ogni modo, poco più di un anno fa e assolutamente impenitente spalavo una buona quantità di merda sul povero Manoi per quella fetecchia maleodorante di The Visit, inspiegabilmente incensata in altri lidi. Puntualmente mi prometto di chiudere per sempre i rapporti con lui, troppi bruciori di culo irrisolti, peggio che per un indigestione di pollo Tandoori.
Siccome però sono testardo e non sempre coerente, dopo la visione del trailer di Split mi sono comunque recato al multisala per vedere cosa avrebbe tirato fuori dal cilindro il nostro bravo indianino, ormai sporco di letame digitale ma evidentemente ancora in cerca di riscatto.

L’abbrivio è intrigante: James McAvoy è uno svitato dentro il quale convivono ben 23 personalità distinte (anche se ce ne verranno mostrate al massimo 5 o 6), ognuna con i propri tratti peculiari e le proprie manie. Un bel giorno rapisce tre ragazze e le segrega all’interno di un dungeon inespugnabile. Non si capisce cosa voglia da loro. Non vuole violentarle né vuole che gli tengano in ordine la casa, sebbene una personalità abbia il pallino maniacale dell’igiene. Forse ucciderle? Ma non subito; semplicemente le tiene chiuse in preparazione di un non meglio precisato avvenimento, identificato in maniera vaga come l’avvento de La bestia.

I film di reclusione sono sempre avvincenti ma spesso mostrano il fianco a livello di logica di continuità. Appurato che McAvoy è alto un metro e una zolla e premesso che le teenagers in questione sono quelle di nuova generazione, imbottite di OGM e di ormoni della crescita, un eventuale assalto combinato delle tre avrebbe facilmente ridotto il loro carceriere all’impotenza, a suon di schiaffi e calci nei coglioni.
Invece no, molto meglio piangere e disperarsi, nonostante vada dato il merito alle tre di impegnarsi comunque più di altre protagoniste in pellicole analoghe.
A un certo punto una di queste trova persino il coraggio di tirare una sediata sulla schiena a McAvoy, salvo poi tentare immediatamente la fuga anziché accanirsi sulla carcassa. Peccato.

C’è anche tutto un sottotesto legato a infanzie difficili e abusi familiari che dona un po’ di spessore sociale a una pellicola all’apparenza di mera exploitation. Assieme alle sequenze psicoanalitiche costituiscono il lato impegnato del film, anche se talvolta non si capisce bene dove vogliano andare a parare… ma attendo senza lasciarmi trasportare dalla bile, fidente nel finale: a un certo punto Shyamalan, pur con qualche lungaggine di troppo nell’inframezzo, si ricorda di ciò che l’ha reso celebre al grande pubblico, ovvero il colpo di scena a sorpresa.

Che prima o poi La bestia sarebbe comparsa in scena era cosa abbastanza scontata, del resto già il trailer lo spiattellava con una certa leggerezza. A intrigare è piuttosto l’assunto pseudoscientifico secondo cui una mente volitiva all’ennesima potenza sarebbe capace di influenzare e modificare la realtà concreta. Se vuoi, puoi, riassunto in soldoni.
Altrimenti detto, se ti convinci di qualcosa al punto tale da abbattere ogni altra sovrastruttura mentale limitante, la forza del cerebro sarebbe in grado di alterare persino il corredo genetico individuale, tanto più se il tuo animo è marchiato a fuoco da traumi e sofferenze tali da permetterti di evolvere rispetto al pinco pallino comune che ha vissuto per sempre nella bambagia e nella spensieratezza.
Una teoria che trovo personalmente condivisibile nella sua accezione più filosofica, certo non nelle diramazioni postumanistiche che dovrebbero dotarmi di muscolatura titanica e di invulnerabilità ai proiettili solo perché, senza inutili piagnistei, nella vita ho patito più d’altri… ma molto meno di altri ancora! Altrimenti l’Africa più nera e affamata sarebbe in grado di risorgere, bestiale e adamantina, e vendicare nel sangue secoli di soprusi che la ha ridotta in schiavitù.

Se comunque tutto ciò non vi sembra un plot twist degno di Shyamalan, aspettate di vedere gli ultimissimi minuti, la cui rivelazione è così sfrontata da sembrare ruffianeria di bassa lega, eppure così affascinante che l’interesse nei confronti di un sequel passa da 0 a 1000 nel giro di pochi secondi.

Va bene Shyamalan, chapeau. Stavolta te lo sei meritato.

PRO
Pseudoscienza e twist irriverente

CONTRO
Qualche lungaggine di troppo

Acquista su Amazon.it

Assassin’s Creed

Posted: 19th January 2017 by Death in Recensioni
Tags: ,

Interpreti: Michael Fassbender, Marion Cotillard, Jeremy Irons, Brendan Gleeson, Charlotte Rampling, Michael K. Williams, Denis Menochet
Regia: Justin Kurzel
Durata: 115 min.
Titolo originale: id.
Produzione:
USA, Gran Bretagna, Francia 2016

VOTO: ½

Prosegue il sodalizio tra Justin Kurzel e Michael Fassbender: dopo Macbeth, Assassin’s Creed. Cosa abbia spinto i due a passare da Shakespeare a un tie-in videoludico, mi è ignoto. Probabilmente i soldoni, senza il bisogno di fantasticare troppo, ma le premesse di un film dignitoso, stavolta, c’erano tutte.

Sono passati i tempi dei grotteschi adattamenti in stile Super Mario Bros o Double Dragon, produzioni sgangherate o incomprensibili realizzate alla bellemmeglio giusto per racimolare qualche soldo alle spalle degli appassionati. Nel caso di Assassin’s Creed, invece, la produzione c’ha pensato a lungo prima di cacciare i soldi. Si è premurata di aspettare almeno dieci anni (in concomitanza, oltretutto, con un momento di stanca nella serie originale) anziché farsi prendere dalla frenesia del momento e affidare tutto a persone di un certo livello, non il primo shooter pescato al discount o l’attore di serie B un-tempo-famoso ridotto allo straight-to-video. Anche se poi materiale simile potrebbero benissimo trattarlo anche un Simon West e un Casper Van Dien, per carità.

Non Shakespeare, dunque, anche se qualche cialtrone sarebbe capacissimo di dire che “il videogioco è un capolavoro!!!11” e un’opera d’arte e bla bla bla, ma la verità è che no, la storia di Assassin’s Creed è sempre stata tanto affascinante quanto afflitta da filler commerciali atti a giustificare ogni anno la presenza di un capitolo natalizio tra gli scaffali dei negozi. Era piuttosto molto intrigante da giocare, ma sulla trama, come già detto, si potrebbero trovare magagne a non finire.

Quel che il videogioco ci svela in tipo 3/4 capitoli, qui ci viene spiettellato immediatamente, per amor di concisione.
Esistono al mondo due fazioni rivali, i templari e gli assassini, che si scornano da secoli nella ricerca della Mela dell’Eden, una sorta di accrocchio magico che consentirebbe il controllo del liberto arbitrio e dunque il dominio del mondo. I templari sono progressisti, mentre gli assassini conservatori; i primi rappresentano la scienza, i secondi la religione. Profondissimo, non c’è che dire.

Michael Fassbender è Callum Lynch, manzo affiliato agli assassini che sta per essere stecchito con un’iniezione letale. Si risveglia nei palazzi della Abstergo, multinazionale controllata dai templari, che decide di sfruttarlo, in quanto discendente di un antico assassino, per un progetto segretissimo capace di rievocare il passato attraverso la lettura del codice genetico individuale. Il macchinario predisposto si chiama Animus e funziona per via epidurale: Callum viene agganciato a quello che nell’aspetto altro non è che un enorme braccio meccanico e comincia ad agitarsi sballottato da tutte le parti, rivivendo le esperienze del suo avo, Aguilar de Nerha, attivo in Spagna durante l’inquisizione.

I fanatici del gioco saranno sicuramente contrariati dalle evidenti libertà che il film si prende nei confronti del modello originale. Bisognerebbe però capire che, qualora si volesse una copia carbone dei videogiochi, si potrebbe semplicemente continuare a giocare nella comodità del vostro divano di casa, anziché pretendere l’impossibile da un film, per forma e struttura incapacitato su più fronti a essere fedele al 100%. Oltretutto, se proprio si volesse la fedeltà assoluta, dovreste prepararvi a vedervi propinati almeno una decina di sequel, laddove Kurzel e Fassbender pare abbiano optato per una più gestibile trilogia.

Qualcuno si è sbilanciato definendo Assassin’s Creed il miglior film tratto da un videogioco mai realizzato. Non sono del tutto d’accordo. È semplicemente quello più costoso e che beneficia di materiale di partenza già cinematografico di suo. È difficile inventarsi un plot coerente capace di coinvolgere tutto il roster di picchiatori di Street Fighter, e i risultati si sono visti. Molto più semplice invece pensare a una storia alternativa di un universo già bello e sviluppato, infilarci un po’ di esotismo mistico, qualche cenno storico, capelli sporchi, tatuaggi, cappucci, dorsali pompati, un po’ di frasacce a effetto (agisco nell’ombra per servire la luce… il mio nome è Sailor Moon! …o non era così?) e un comparto tecnico di prim’ordine (merito dei paperdollari dei templari!), anche le sezioni in costume a volte puzzano un po’ di fiera del cosplay.

La sceneggiatura sconta tantissimo il tentativo di rendere misterioso un segreto di Pulcinella ben noto a chiunque abbia mai preso il pad in mano e fatto un po’ di parkour con Ezio o Altair. Fa saggiamente le rivelazioni più importanti durante la prima mezz’ora, sennò sai che palle, per poi spiaggiarsi però sullo scoglio più grande: “e mò che cazzo ci inventiamo?”.
Così, il finale è puramente ridicolo e funge da innesco a un continuo che non so se avrò tantissima voglia di vedere.

PRO
Un tie-in realizzato col sufficiente cash

CONTRO
La storia ormai la conosciamo tutti

Acquista su Amazon.it

The Neon Demon

Posted: 10th January 2017 by Death in Recensioni
Tags:

Interpreti: Elle Fanning, Karl Glusman, Jena Malone, Bella Heathcote, Abbey Lee, Christina Hendricks, Keanu Reeves, Desmond Harrington
Regia: Nicolas Winding Refn
Durata: 118 min.
Titolo originale: id.
Produzione: 2016

VOTO:

Il primo film dell’anno è The Neon Demon, graditissimo regalo natalizio che sopperisce alla mancata visione in sala causa distribuzione disastrosa, ma questo è un altro discorso.
Di Nicolas Winding Refn ho già parlato a più riprese ed è senz’altro uno dei primi nomi a cui penso quando sento la solita tiritera sul fatto che ormai il cinema faccia tutto schifo e non esistano più grandi registi postmoderni.

Nettamente in contrasto, perlomeno stilisticamente, con gli esordi grezzi e underground della saga Pusher, The Neon Demon si propone come il film più curato tecnicamente del regista danese, per quanto concettualmente abbastanza lineare. Nelle intenzioni il film vorrebbe essere un horror, anche se col genere non ha troppo a che fare, strettamente parlando.

Jesse (Elle Fanning) è una giovane ragazza, orfana, con ambizioni nel mondo della moda. Totalmente spaesata e inizialmente spaurita, si propone come indossatrice in una Los Angeles notturna popolata da sciacalli e avvoltoi.
Nonostante la concorrenza sia agguerrita e ben plastificata, è proprio l’innocenza della sua inesperienza – una verginità sia morale che fisica – a renderla il frutto proibito per designer, fotografi e colleghe invidiose.
Di fronte al suo candore, reso ancora più puro dalla mancanza di ambizione – Elle pensa di sfruttare la sua bellezza solo per guadagnarsi da vivere, non per vivere all’insegna dell’eccesso -, anche il più blasonato stilista del settore deglutisce rumorosamente, nonostante di figa ne abbia vista a bizzeffe e forse prediliga il cazzo duro a quest’ultima.

Ci sarebbe anche un innocuo spasimante, anche lui con velleità artistiche (è uno dei tanti photographer che spopolano su Facebook) ma ben ancorato al mondo reale. Viene interrogato su cosa conti maggiormente al mondo, se la bellezza esteriore prevalga sulle qualità interiori. La risposta, scontata, è la seconda ma il suo approccio viene deriso poiché estraneo a un microcosmo – fortunatamente limitato a una cerchia precisa di “estetici” per necessità e non per inclinazione – in cui essere È apparire; la bellezza è tutto.
Parlo di cerchia precisa perché, in altri contesti, questi fighetti vestiti e truccati di tutto punto avrebbero vita MOLTO difficile e, senza prospettare futuri post-apocalittici alla Ken il guerriero, se la vedrebbero veramente brutta anche solo in un quartiere difficile della suburbe americana o a sostenere un faccia a faccia con un manovale proletario sporco e incazzato.
Lo sguardo altero e carico di disprezzo del tanto acclamato fotografo, che nel film detta il bello e il cattivo tempo, verrebbe trasformato in una pietosa smorfia di dolore da qualsiasi disoccupato vestito cinese ma con la mano pesante.
Nel mondo reale, questi buffoni non valgono NIENTE.

Il problema è che a Jesse, sulle prime scettica, questa recente assurzione a Dea comincia a piacere.
Il cambiamento di prospettiva è sottolineato da una convulsa sequenza in passerella in cui il simbolo divino per eccellenza, il femminino sacro (quello che più veracemente Tinto Brass identificava geograficamente nel “triangolo della gnocca” nord-italiano, anni e anni prima delle farneticazioni del professor Langdon) satura e assume il colore del sangue e della passione: Elle si monta la testa e si rende conto di aver settato lo standard. Non è più lei a dover aspirare a qualcosa, ma è il resto del mondo ad anelare la sua divinità.

Il contrappasso è inevitabile e la metafora, rumorosamente splatter e vagamente esoterica, è giocata sulle possibili accezioni di un ambiente tentacolare che letteralmente spersonalizza e fagocita l’individuo. In un finale delirante, con momenti à la Bathory ma sottilmente in equilibro tra il dramma e il grottesco, il film si chiude con il sorgere di una nuova Fashion Goddess, più spregiudicata e forse destinata a resistere sul piedistallo più della sua sfortunata predecessora.

The Neon Demon è, per stessa ammissione del regista, un film sulla bellezza e in questo aspetto centra il bersaglio in pieno. Tecnicamente siamo su livelli altissimi al punto tale che si potrebbe definire il film come la proiezione di un’installazione artistica, in cui ogni inquadratura è studiata in ogni minimo dettaglio e mima meticolosamente gli shooting più patinati del sordido mondo del fashion. Questa perfezione stilistica esasperata, peraltro, è un’arma a doppio taglio: il film tratta il tema della bellezza ma in maniera parossistica marca proprio il confine in cui la concezione di essa si distorce e sfocia nell’orrore, indi per cui le premesse – bellezza e orrore che rimano assieme – sono soddisfatte.

PRO
La perfezione stilistica e tecnica

CONTRO
Brillante specchio di una società allo sfascio

Acquista su Amazon.it

Death Row’s Purge 2016 – Lo sfogo annuale

Posted: 31st December 2016 by Death in Dossier

Un anno cominciato con un momento di totale sconforto – ricordate il mio post su Quo Vado? – non poteva che concludersi nel peggiore dei modi, ovvero con la rassegnazione a non poter stilare il “consueto” almanacco annuale del Meglio e Peggio cinematografico.
Il motivo? Semplicemente non ho visto abbastanza film da riempire 20 posizioni, e comunque quei pochi film che ho visto li ho già recensiti singolarmente, per cui non sarebbe il caso di proporre ulteriore ridondanza.

Inutile negarlo: questo 2016 è stata una cocente delusione su più fronti.
Non citerò gli infiniti lutti che lo hanno contraddistinto – ma è di poche ore fa, nel momento in cui inizio a scrivere queste righe, la conferma del decesso di Carrie Fisher, proprio ora che la saga di Star Wars inizia una terza (e dispensabile) vita – ma mi limiterò a registrare il mio personalissimo e progressivo disinteressamento verso un’industria che ha da sempre costituito la mia principale attrattiva.
Sarà per la sempre maggiore disponibilità e la conseguente sovraesposizione al medium, sarà per il proliferare incontrollato dei cinecomics, sarà per l’altrettanto indiscriminata pratica del raschiare il fondo del barile – che prevede, nell’ordine, remake, reboot, restart e spin-off dei grandi film del passato -, sarà per un mercato che inevitabilmente sposta la maggior parte dei propri fondi (nonché dei talenti, sia registi che attori) sulla produzione di serie TV, ma durante questo 2016 sono stati veramente pochi i momenti in cui ho desiderato ardentemente andare al cinema a guardare una prima visione, se si esclude l’apoteosi geek di Batman v Superman (il ché è tutto dire).

Per carità, è uscita anche roba molto interessante, spesso però schiacciata da una distribuzione sempre più orientata al cash facile e sempre più menefreghista del valore artistico: The Neon Demon di Refn, per esempio, è rimasto in programmazione al multisala della mia città appena una settimana. Altri, come Animali Notturni di Tom Ford, li aspetto in DVD perché non so se sarei più in grado di sostenere un attacco d’ansia nella claustrofobia della sala buia.

Non posso attribuire le colpe solo all’industria, dunque, ma anche a me stesso, sempre meno tollerante, sempre più nevrastenico nei confronti dei modi e delle opinioni altrui. Così come non sopporto più neanche l’udire uno spettatore sgranocchiare del popcorn alle mie spalle, mi viene veramente difficile non mandare affanculo quei cialtroni che, forti delle infinite possibilità offerte dal digitale, si premurano di infangare le miriadi di pagine web 3.0 con la loro dispensabilissima e presuntuosa opinione.
Rolling Stone elegge Suicide Squad come il peggior film dell’anno? E allora giù di commenti grevi e ignoranti da parte di haters col cervello preconfezionato che si sollazzano a farsi i seghini a vicenda tra “colleghi” (salvo poi esaltarsi per il trailer di Spider-man più scialbo che la storia ricordi). Ancora peggiori gli hipsters che ribattono con “I supereroi fanno cagare, viva il cinema d’autore!” e citano Béla Tarr così, a caso, solo per sentirsi (e spacciarsi per) grandi intenditori ma probabilmente senza avere la minima idea di cosa stiano dicendo. Giuro che per una scena simile, nel mondo reale, non esiterei a mettere le mani addosso a qualcuno.

La colpa, in questo caso, va invece attribuita ai nuovi modelli di riferimento della “critica” fai-da-te, perlopiù inetti totali che, forti della loro telecamerina in HD e di qualche vaga competenza nel video-editing, ogni giorno lavano il cervello ai sempre più numerosi analfabeti funzionali incapaci di formulare un proprio pensiero critico e che necessitano a tutti i costi che gli si venga detto per filo e per segno cosa fare, cosa pensare e che gusti avere. Siamo arrivati al punto che non è più bello ciò che piace, ma è bello ciò che Tizio dice che sia bello. E guai a dissentire, che altrimenti non capisci un cazzo e non ti meriti neanche un argomentazione a sostegno di tale impropero, con ogni tentativo di resistenza soffocato sul nascere da orde di fanboy pronti a dare il culo pur di difendere il proprio beniamino.

Io, nel mio piccolo e allo stesso modo, ho sempre cercato di lanciare un messaggio personale ma senza mai avere la presunzione di indottrinare le menti altrui. Al contrario, ho sempre cercato l’assenso di persone affini, ma mica per onanismo reciproco, quanto perché parto dall’idea che ognuno abbia i suoi gusti e che debba coltivarli nella maniera che più lo aggrada, restando oltretutto sempre aperto al dialogo, cosa che è sempre mancata e la cui assenza oggi si fa sentire sempre più duramente: ha ceduto il passo all’alterco furioso senza alcuna possibilità d’appello.
Il problema è che quei valori che da anni vado a propugnare mi appaiono ormai obsoleti, e non sono più tanto convinto di volerli portare avanti.

Mi riferisco alla passione sfegatata per i grandi del cinema action che fu.
Capiamoci, il cinema anni ’80 e ’90 hollywoodiano rimane per me un must inattaccabile, ma mi perplime la deriva che le star tanto idolatrate in passato abbiano intrapreso in questi ultimi anni.
Schwarzenegger è ridotto a blaterare le solite frasette stantìe, divenute ormai barzelletta, mentre esegue maldestramente qualche esercizio su macchinari fighetti caricati con 20 kg: il fantasma di sé stesso. E il nuovo Conan, di cui si ciarla da anni? Il tempo scorre spietato, e il sentore è che a Arnold non gliene freghi più un cazzo…
Stallone invece infesta i social con foto di famiglia, in particolar modo della giovane figlia che evidentemente ha bisogno di una spintarella per trovare lavoro, ma di girare un film non se ne parla neanche, nonostante Sly sia quello che fisicamente si mantenga meglio. Expendables 4 appare un miraggio lontano, e la terribile prospettiva di ritrovarsi Hulk Hogan come villain purtroppo non mi fa neanche disperare più di tanto.
Van Damme è schiavo del proprio passato e ripropone foto storiche e spezzoni dai suoi film migliori, salvo poi ricascare nella trappola dello straight-to-video bulgaro e delle produzioni “tutto in famiglia”. Il suo prossimo film, infatti, propone come “piatto forte” uno scontro con suo figlio Kristopher… non vedo l’ora…
L’unico coerente con sé stesso parrebbe essere Steven Seagal, che spadroneggia nell’Est Europa e continua a prodursi i film a costo zero dove fa il solito ex-militare imbattibile e invulnerabile; peccato che fisicamente non ce la faccia più, il suo screen-time sia sempre più centellinato e, alla fine dei giochi, siano tutti film di merda.

Non mi resta dunque che ancorarmi al passato, proprio come i miei (ex?) idoli, e magari concentrarmi maggiormente su piccoli film della mia adolescenza sprecata, misconosciuti ai più, nella speranza che qualcuno possa riscoprirli o per ricevere un “cinque” da qualche nostalgico che come me ha piacere nel galleggiare nel mare di ricordi cinematografico, quando questa merda di internet non esisteva e il cinema si fruiva per davvero, non si accumulava spasmodicamente solo per poter dire di aver visto più film degli altri (che non capiscono un cazzo, ricordiamolo).

Non posso predire il futuro, ma credo che, senza scadere in puerili catastrofismi, la mia presenza su queste pagine sarà più sporadica di prima.
Giusto un post di tanto in tanto – qualche nuova uscita o un vecchio cult da riscoprire -, sempre per tenere vivo un archivio ricco di ricordi (belli e brutti) e di scritti di cui tutto sommato vado fiero, nel bene e nel male.
Poi magari tra un paio di mesi mi rimangio tutto, chi lo sa?
Quel che so con certezza è che sento la necessità di fare log-out e riscoprire la vera essenza di ciò che ho amato per così tanti anni e che, solo recentemente e per cause a me esterne, sto scoprendo di non amare più così tanto.
Tipo andare al cinema a scatola chiusa, a vedere un film di cui non ho visto manco il trailer né letto l’opinione di qualche marchettaro prezzolato. In un mondo in cui gli smartphone ci accompagnano anche al cesso per cagare (dove hanno rimpiazzato quelle belle riviste patinate di una volta o, in casi estremi, le etichette dei detersivi) appare quasi una Mission: Impossible degna di Tom Cruise.

Ma è un tentativo che non mi duole fare, perché sono certo che ne valga la pena.

Buon anno a tutti,

Death