Cell

Posted: 27th July 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: John Cusack, Samuel L. Jackson, Isabelle Fuhrman, Stacy Keach, Griffin Freeman, E. Roger Mitchell, Alex ter Avest, Catherine Dyer
Regia: Tod Williams
Durata: 98 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO: ½

È il secondo film di fila con John Cusack, e guardacaso pure la seconda merda consecutiva.
Credo proprio che il buon John stia attraversando un periodo di difficoltà economiche, perché per scelta dei ruoli, impegno profuso e persino capigliatura sospetta, mi ha ricordato in più di un’inquadratura il sempre simpatico ma in-guai-grossi-con-il-fisco Nicolas Cage.

Cell è un film tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, che lessi durante una schizofrenica estate di 10 anni fa. Nel 2006 ero piuttosto in merda e Death Row non esisteva ancora, sicché il mio cervello versava in condizioni critiche.
Ho pochi ricordi del libro, ma rammento con certezza di averlo letto con un certo piglio, interessato e vigile sino all’ambiguo e per nulla conciliante finale sospeso.

L’adattamento cinematografico di Cell esce per l’appunto a dieci anni di distanza da quella delirante stagione e dopo esser passato per le mani di Eli Roth che, dopo vari tentativi falliti, le mani ha preferito lavarsele e lasciare la patata bollente in quelle di Tod Williams, il campione a cui si deve quel sacchetto di sciolta liquida di Paranormal Activity 2.

La trama è semplice. Un bel giorno, un misterioso segnale GSM frigge il cervello a chiunque stia usando il telefono cellulare. King aveva anticipato il tema del rincoglionimento telefonico con largo anticipo, ma una simile punizione è oggi più che mai attuale, e ci meriteremmo un po’ tutti di finire con le sinapsi rosolate dal nostro smartphone in abbonamento. Le vittime dell’impulso, simpaticamente rinominate “telepazzi” o “cellulati”, diventano rabbiose e violentissime, si muovono in “stormi” e sono collegate tra loro in maniera telepatica, un bieco figuro sfregiato con la felpa rossa (nel libro chiamato in maniera evocativa “il Frastagliato”) a fare da ripetitore per tutti.

John Cusack incontra Samuel L. Jackson e una ragazzina rompiballe e tutti assieme appassionatamente cercano di sfuggire al disastro.

Salvo alcune differenze, specie nel finale, il film segue in maniera abbastanza fedele la struttura del libro, solo che quest’ultimo è di pregevole fattura, mentre il film fa cagare.
Perché?

Innanzitutto, gli attori sono scazzatissimi.
Cusack sembra Cage, l’ho già detto, e tiene la stessa espressione imbambolata per tutto il film. Che provi a difendersi da un cellulato o che si strugga al pensiero del tragico destino a cui potrebbe essere andata incontro la propria famiglia, Cusack è sempre lì, monolitico e con gli occhioni sgranati, a bonfonchiare le sue battute pensando probabilmente alla pausa pranzo.
Pensare poi che il Samuel L. Jackson di questo film sia lo stesso che, sempre quest’anno, ha recitato in The Hateful Eight è qualcosa di metafisico, di inconoscibile, un abisso concettuale che sfugge totalmente alla mia comprensione.

La fattura tecnica è altalenante. Qualche sequenza sarebbe pure ben diretta, ma generalmente il montaggio svacca il tutto e gli effetti digitali fanno proprio cagare, soprattutto nelle sequenze “di massa”. È evidente che il cash a disposizione fosse pochino, ma una simile pochezza non la vedevo dai tempi del glorioso Left Behind (guarda un po’ con chi?).

Lo scazzo domina la scena. Della sorte dei protagonisti non ci interessa minimamente, così come pare non freghi nulla neanche a loro stessi. Quando muore qualcuno si pensa “e sticazzi?”, mentre i personaggi al limite strepitano “oh no!” con scarsa convinzione. Pure con l’avvicinarsi alla conclusione la situazione non migliora. King, autore anche della sceneggiatura, ha detto di aver voluto cambiare il finale rispetto al libro perché questo non era stato apprezzato dai fan, peccato che ne abbia scritto uno del tutto peggiore e privo di qualsiasi pathos, al massimo una buona occasione per far esibire Cusack in una faccia ancora più imbambolata del solito.

Cell era un’ottima opportunità per riflettere sulla recente evoluzione della telefonia mobile e sull’influsso sempre più presente e pressante nella vita di tutti i giorni. Si potevano sfruttare i lungimiranti spunti del libro per ampliarli e contestualizzarli alla realtà moderna, che già ben si presta a esser criticata, non ci vuole neanche tutto ‘sto gran sforzo, e invece no, riproduciamo gli eventi del libro paro paro, qualche modifica qua e là giusto per far finta di averci lavorato su e tutti a casa.

Salvo al massimo la presenza di qualche sequenza splatter, ma è veramente poca cosa, anche perché spesso, nonostante la violenza sia piuttosto grafica, si scade nel ridicolo involontario con una scioltezza quasi ammirabile.
Per fortuna, almeno, il film dura poco. Il libro una settimana di lettura intensa, ma ne vale certamente più la pena.

PRO
Cusack potrebbe diventare il nuovo Cage

CONTRO
Una buona occasione buttata alle ortiche

La battaglia degli imperi – Dragon Blade

Posted: 20th July 2016 by Panzer Guderian in Recensioni
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Interpreti: Jackie Chan, John Cusack, Adrien Brody, Sharni Vinson, Lin Peng, Kevin Lee, Raiden Integra, Alfred Hsing, Tomer Oz, Temur Mamisashvili
Regia: Daniel Lee
Durata: 101 min.
Titolo originale: Tian jiang xiong shi
Produzione: Cina 2015

VOTO:

L’idea di accoppiare il genere peplum a quello wuxia è sicuramente seducente, ma nei fatti si scivola sulla pericolosa deriva del rapporto contronatura. Questo è ciò che avviene con l’abominevole La battaglia degli imperi, di recente uscita nelle sale cinematografiche italiane. Avevo fiutato il pacco già dal trailer, ma ero disposto a pagarmi il biglietto, salvo poi scoprire che il film è uscito worldwide da un pezzo e allora fanculo, vai di piratone.
Mai scelta fu più saggia.

Romani vs Cinesi dunque.

Siamo nel 48 a.C. e probabilmente gli sceneggiatori si sono ispirati ai legionari romani scampati alla sconfitta di Carre e rifugiatisi dopo un lungo peregrinare in Cina, dove si riciclarono come guardiani di confine al servizio del Figlio del Cielo. Una bella storiella su cui poter imbastire un bel film d’avventura, dai tratti survivor, attraverso i grandi spazi dell’Asia.

Manco per sogno.
Gli sceneggiatori optano per un’unica ambientazione, una polverosa città fortificata in mezzo al deserto del Gobi, su cui soltanto alla fine convergono in maniera sbrigativa gli eserciti delle nazioni confinanti lungo la Via della Seta. Tra questi i Parti, di cui si fa un gran parlare durante il film ma che non combinano un cazzo. Nel mezzo della vicenda abbiamo quindi i romani e i cinesi (?), o presunti tali, che si fanno i pompini a vicenda.

C’è il tempo, tra un boccaglio e l’altro, per stringere salde amicizie.
Cusack e Chan sono ben assortiti, l’uno il comandante di una legione in fuga dai complotti dell’Urbe, l’altro una specie di vigile urbano della Via della Seta.
Chan l’uomo giusto, restio all’ira, generoso. Evita la figa unna che puzza di latte cagliato, ma anche quella della moglie che pare confortarsi con i mercanti turkmeni. Rappresenta un’autorità del melting pot centroasiatico ed è il veicolo per le più banali tirate umanitarie del Jackie Chan uomo.
Cusack non di meno rappresenta la virtus latina, tutta patria et pietas, si porta appresso un patrizio di 10 anni dai tratti ributtanti. Publio, il mostro, sembra un bambolotto da film horror, piagnone e mezzo invalido. Strazio dei nostri occhi, sparisce dalla nostra vista a metà del film catapultato in german suplex dal suo tutore, un sicofante finocchio che somiglia a Costantino della Gherardesca.

Nessuno grida allo scandalo nemmeno quando spuntano i tratti semiti di Brody, nei panni del malvagio console romano. Al contrario, Tiberio – questo il nome del bomber – troneggia per cafonaggine e pacchianeria come un sovrano di Kenshiro, metà Shin e metà Souther, e ne fa fuori parecchi.

Le battaglie, totalmente irrealistiche – così come i costumi e le armi dei romani, che sembrano omini playmobil – ci regalano pochi momenti pregevoli, come il “carro armato” di scudi o l’incursione aerea dei condor sui fanti romani che grida al trash assoluto.

Chan fa la sua parte, ma rimane irrimediabilmente compromesso. Sembra tutto già visto, compresi i sorrisi a desti stretti da attacco diarroico, a cui aggiungiamo qualche gag presto abortita e il suo eyeliner a chiudere il cerchio del ridicolo.

Jackie Chan pericolosamente prossimo alla blacklist insieme al vegetariano Van Damme e al pro-gender Schwarzenegger.

PRO
Soldi risparmiati

CONTRO
Tutto e tutti

Disponibile su Amazon.it in DVD Import e Blu-ray Import.

RoboCop 2

Posted: 18th July 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Peter Weller, Nancy Allen, Galyn Georg, Tom Noonan, Dan O’Herlihy, Gabriel Damon, Felton Perry, Thomas Rosales Jr., John Glover
Regia: Irvin Kershner
Durata: 117 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 1990

VOTO: ½

Dopo il successone del RoboCop di Verhoeven (1987), la produzione decise di produrre immediatamente un sequel.
Ovviamente Verhoeven se ne tirò fuori, perché doveva dirigere Atto di Forza. La regia venne affidata a un mesteriante di lusso come Irvin Kershner (L’impero colpisce ancora), a lavoro su uno script fuori di testa di Frank Miller. Miller, presente anche in un breve cameo, punta tutto sull’esasperazione dei temi già cari al primo capitolo, come una per nulla velata critica alle società ipertecnologicizzate e soffocate dall’influsso nefasto e mendace di media sempre più spudorati, ma del suo script, a conti fatti, rimane ben poco: la produzione lo reputò “infilmabile” e lo sottopose a innumerevoli revisioni e riscritture (fu comunque trasposto sotto forma di graphic novel nel 2003, con il titolo Frank Miller’s Robocop).
Si ravvisa comunque il suo influsso nella cattiveria di alcune scene, in alcuni personaggi assolutamente sopra le righe e anche nella composizione dell’inquadratura, spesso di stampo così fumettistico che a volte sembra di assistere a un vero e proprio storyboard in movimento.

RoboCop è sempre stato un film commerciale ma intimamente indirizzato agli adulti, nonostante da piccolo stravedessi per lui e avessi pure il giocattolo (ispirato alla serie TV, per la verità) che facevo scazzottare contro He-Man e altri colossali figurine di plastica.
Così come nel primo film rimasi assolutamente traumatizzato per l’esecuzione di Murphy e per lo scagnozzo squagliato nell’acido e arrotato da un camion in corsa, le sequenze shock imprescindibili di questo sequel sono certamente quando un grasso poliziotto corrotto viene sbudellato con un bisturi senza anestesia, quella in cui il cervello senziente del villain Cain viene estratto dal suo involucro mortale per essere inserito nell’esoscheletro cyborg top di gamma della OCP e la colluttazione finale, con relativa estrazione dello stesso cervello in trip totale da overdose di Nuke.

Un film per ragazzi.

Un film per ragazzi.

La Nuke è uno degli aspetti più intriganti del film: si tratta di una droga sintetica di nuova fabbricazione, economica e potentissima, per cui la gente esce fuori di testa al punto tale da aver generato un vero e proprio culto metropolitano. Il setting infatti è una Detroit sempre più degradata, vittima degli assalti dei teppisti e dei delinquenti in astinenza da Nuke, diventata ormai unica ragione di vita.

Oltre al villain Cain, si segnala la presenza di Hob, un moccioso con la mascagna gelatinata che vorrebbe fare il duro ma che riesce tuttalpiù a far venire il nervoso, perché nessuno ha le palle di fucilarlo in piena faccia anche se ne avrebbe l’opportunità. L’unico abbastanza spietato è proprio RoboCain, ma l’esito della sua freddezza omicida si traduce in una pietosa scena di redenzione in punto di morte, dove il moccioso cerca di suscitare tenerezza nello spettatore con un istante di ipocrita sincerità.

Sfortunatamente i rimaneggiamenti in fase di scrittura si fanno sentire tutti. Il film dura troppo e per buona parte non riesce a prendere una decisione concreta su dove andare a parare. L’abbondante mezz’ora centrale, in cui RoboCop viene riprogrammato in modo da comportarsi da rincoglionito (povero Peter Weller…), si potrebbe tranquillamente tagliuzzare e ridurre al massimo a una decina di minuti. Il ritmo globale del film ne gioverebbe parecchio, perché il meglio sta tutto nel prologo e nell’epilogo, al quale però si arriva sfiancati da troppo girare a vuoto.

RoboCop 2 rimane a modo suo una sorta di cult minore, per tutti i ragazzi cresciuti in quegli anni. All’epoca, se trasmesso in TV, faceva gran parlare di sé alla ricreazione del giorno successivo. L’atmosfera urbana sporca celata da una coltre di materialismo ingannatore, la fotografia fluo in anticipo di un lustro sul Batman di Schumacher e la violenza spinta in un film che, all’insaputa dei genitori, non era affatto indirizzato ai più piccoli, nonostante ne costituissero il pubblico più vasto: tutti elementi capaci di elevare un film strutturalmente imperfetto e concettualmente ridondante a pellicola da riscoprire, pur se a un livello molto più basso rispetto al capostipite.

PRO
A modo suo, un cult minore

CONTRO
Troppo lungo e discontinuo

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.

Exeter

Posted: 12th July 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Gage Golightly, Brittany Curran, Stephen Lang, Jenny Shakeshaft, Kelly Blatz, Brett Dier, Kevin Chapman, Meredith Prunty
Regia: Marcus Nispel
Durata: 91 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2015

VOTO: ½

Exeter è una scuola per ragazzi problematici, una specie di collegio con un oscuro passato, e cioè che i bambini anziché esser riabilitati venivano repressi a suon di elettroshock, fino a che un bel giorno a qualcuno non ha preso così male da appiccare fuoco all’edificio e tanti saluti a tutti. La scuola giace sfatta e abbandonata, in attesa di un restauro.
Una cricca di minchioni decide di organizzarci un party; siamo al minuto 00:05:00 e già desidero vederli tutti morti.

Il giorno dopo la struttura è ridotta ancora più a merda ma solo un ristretto numero di minchioni è rimasto a cazzeggiare nelle luride stanzone marcescenti, a tirarsi scherzi birboni. Nonostante sia pieno giorno e l’atmosfera tutt’altro che inquietante, in maniera abbastanza random scoppia una maledizione che sigilla tutte le porte e comincia a possedere i ragazzi uno a uno, cominciando da un moccioso coi capelli lunghi e (a parer suo) piuttosto ribelle. I sintomi della possessione, inizialmente, si limitano a essere un po’ di ruggiti gutturali e un po’ di bava alla bocca; sarebbe più verosimile pensare ai postumi della sbronza appena patita, ma i più coraggiosi non hanno dubbi e urlano subito all’intervento del maligno.

Questi figli di puttana sono così deficienti da lasciarsi sopraffarre dal panico più totale e cercano di sfondare le porte a spallate, anziché tirare due sassi contro le finestre non sprangate e saltare fuori verso la libertà.
Tra un urlo e l’altro, i minchioni finiscono sempre più nella merda, fino a scoprire i tremendi e immancabili segreti celati tra le mura di Exeter.

A metà film mi è sorto un tremendo dubbio, ovvero che il film non fosse prodotto dalla Asylum; così, ho messo pausa e sono andato a controllare, ma no, mi dispiace, non è così, nonostante il titolo del film per il mercato anglosassone sia proprio The Asylum.

Non riuscivo infatti a spiegarmi come gli sceneggiatori potessero aver pensato di far eseguire ai personaggi azioni assolutamente assurde, come un esorcismo seguendo un tutorial su Youtube (ovviamente nessuno è abbastanza intelligente da pensare di mandare un SOS tramite internet…) o intagliare una tavoletta Ouija con l’opzione “FUCK YOU” ben cesellata nel legno.
Potrebbe essere un indicatore di sottostima della situazione che cozza però con le reazioni assolutamente sopra le righe dei minchioni di fronte ai vari poltergeist visti e rivisti in centinaia di altre pellicole. Se le costanti battutine farebbero pensare a gente che non prende assolutamente la faccenda sul serio, lo stesso non si può dire delle urla isteriche di fronte a qualche scritta scarabocchiata sui muri o ai già citati rutti dall’oltretomba.

Gli indemoniati oltretutto non è che abbiano chissà quali poteri sovrannaturali: si limitano a tirare qualche schiaffone e a urlare come dei deficienti, e basta nascondersi bene dietro una tavola da stiro per eludere i loro assalti (sic!), tant’è che la maggior parte dei personaggi finisce ammazzata più per idiozia propria che per la pericolosità delle nemesi: il “figo” della compagnia inciampa addirittura su uno stipite e si trafigge il cuore con un piccone.

Exeter è uno degli horror più strani che mi sia capitato di vedere.
È un film che non fa paura, perché è pieno di dialoghi stupidi e situazioni al limite del delirante, ma non fa neanche ridere, perché le presunte gag sono di una pochezza disarmante. Alcune scene piuttosto tese vengono sputtanate da battutacce da liceale sfigato, mentre altre sequenze all’apparenza rilassate vengono bruscamente troncate da esplosioni splatter efferatissime.
Insomma, non si capisce davvero che cazzo di senso abbia il film e quale fosse l’intento della produzione o del povero Marcus Nispel, spernacchiato regista a cui dobbiamo l’odiatissimo ma tutto sommato gradevole remake di Non aprite quella porta e quella secchiata di sciolta bollente del reboot di Conan The Barbarian.

Eppure sembra esserci qualcosa, oltre la superficie.
Il film ironizza anche sui clichés dei film dell’orrore e di tanto in tanto ne scimmiotta i più famosi, il ché mi fa pensare che si tratti di un’opera volutamente sgangherata e assurda, con una sua consapevolezza, forse un esperimento metacinematografico volto a realizzare l’horror moderno più imbecille di tutti i tempi.
Che l’intento sia voluto o meno, poco importa: mi sento di dire con buona certezza che sì, Exeter è probabilmente uno degli horror più brutti e stupidi degli ultimi 15 anni ma, forse proprio per questo, è anche un film che gli amanti dell’orrido e del weird dovrebbero vedere a tutti i costi.
Lo ammetto: mi ci sono divertito.

P.S.
Stephen Lang, il militare grosso di Avatar, interpreta un prete uguale sputato a Don Zauker de Il Vernacoliere.

PRO
Tutto sommato divertente

CONTRO
Che cazzo si saranno fumati gli sceneggiatori?

Disponibile su Amazon.it in DVD Import e Blu-ray Import.

The Conjuring – Il caso Enfield

Posted: 10th July 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Patrick Wilson, Vera Farmiga, Madison Wolfe, Frances O’Connor, Lauren Esposito, Benjamin Haigh, Patrick McAuley, Franka Potente
Regia: James Wan
Durata: 133 min.
Titolo originale: The Conjuring 2: The Enfield Poltergeist
Produzione: USA 2016

VOTO:

The Conjuring – Il caso Enfield esce a distanza di qualche anno dal primo L’evocazione come seguito diretto delle matte avventure dei coniugi Warren, in realtà un prequel sul piano temporale sempre tratto da una matta storia vera delle loro: l’infestazione di Enfield, nota agli avezzi del paranormale come la Amytiville inglese.

Il setting si sposta infatti nel Regno Unito proprio mentre sui TG contemporanei impazzano le contestazioni al Brexit ma, essendo il film ambientato al calar degli anni ’70, si respira un altro tipo di atmosfera, forse non serenissima, come sottolineato dall'(anacronistico) esplodere marziale di London Calling subito dopo il prologo, ma comunque più conciliante rispetto ai tempi moderni.

Una famigliola composta da madre divorziata e numerosa prole a carico è insidiata da strane presenze che infestano la topaia in cui abitano. In realtà non avrebbero neanche i soldi per pagare l’affitto, per cui sarebbe sufficiente trasferirsi sotto un ponte a chiedere l’elemosina per risolvere la situazione, ma per amor di spavento i nostri si ostinano a fronteggiare le inquietanti manifestazioni.
Nello specifico, lo spettro di un vecchio morto di crepacuore mentre guardava la tele (forse segandosi di fronte a una televendita di biancheria intima?) sembra aver sviluppato una morbosa passione per la più piccola delle figliole, e ogni notte si presenta in cameretta ad ansimarle all’orecchio, sollevarle le coperte e tirarla giù dal letto per una gamba.

Aspetto piuttosto inedito, stavolta gli spiriti sono così sfrontati da fare casino anche in presenza di individui estranei alle vittime. Avete presente la solita situazione da film soprannaturale dove prima succede il finimondo ma poi, arrivata la polizia o i vicini, tutto torna a essere assolutamente tranquillo, in modo che questi pensino che i protagonisti siano pazzi?
È un cliché abbastanza abusato che, sorprendentemente, stavolta sembra esser stato riposto nel cassetto.
Le manifestazioni si presentano anche di fronte a sgomenti agenti di polizia o addirittura al cinico occhio delle telecamere di una troupe televisiva, sicché la notizia diventa di portata mondiale e il Vaticano stesso si vede costretto a inviare gli Warren (i sempre adorabili Patrick Wilson e Vera Farmiga) a fare luce sul caso.

E da qui in poi il film si struttura come il precedente episodio, con l’anamnesi del caso, le iniziali investigazioni, le false piste, le apparentemente estranee visioni malefiche (c’è una suora, una specie di monaca infame che ogni tanto appare a lanciare occhiate minacciose a Lorraine, forse la sezione più scagamutande del film) fino all’inaspettata risoluzione dell’intrigo che, complice la durata massiccia (ben 2 ore e un quarto!) riesce davvero a incasinarsi al punto giusto e spaziare tra i vari generi dell’orrore: c’è un po’ di film esorcistico, un po’ di mockumentary, un po’ di mistery classico e via dicendo, quanto basta per giustificare il film, forse diluendolo eccessivamente ma rendendolo comunque qualcosa di più del solito “more of the same” prodotto per questioni economiche.

Wan gira sempre con una tecnica della madonna, specie nella prima parte dove sono rimasto più incantato ad ammirare i movimenti di macchina che a lasciarmi spaventare dalle sequenze orrorifiche, ancora una volta saldamente incentrate su terrori atavici tipici dell’infanzia, filastrocche inquietantissime, giocattoli spaventosi che per fortuna io giocavo con He-Man e le Tartarughe Ninja e il solito corollario di demoni antichi assortiti.

C’è un passaggio in cui l’apparizione di un boogeyman è realizzata in computer grafica veramente pedestre, forse l’unica scena che mi ha fatto storcere il naso per la fattura tecnica, perché se mi sottendi l’esistenza di un babau ma non me lo mostri io mi cago in mano lo stesso, a seconda di come me la gestisci, ma se questo babau me lo sbatti in primo piano con grafica da FMV di gioco PC budget degli anni ’90, perdonami se mi scappa la risatina di scherno. Ho pensato anche che si trattasse di un qualcosa di voluto, ma resta comunque una scena risibile.

Come al solito, quando un film mi piace trovo difficoltà a parlarne troppo bene, mi sembra sterile masturbazione fine a sé stessa, non una vera e propria critica. Sintetizzo quindi dicendovi che se vi piace lo stile tecnico di James Wan e apprezzate di buon grado le ghost stories – stavolta con qualche interessante variazione sul tema compresa nel pacchetto -, fiondatevi pure a vedere The Conjuring 2, ma non fate come i fottuti teenagers che avevo affianco in sala, che non hanno fatto altro che ridacchiare isterici per farsi coraggio o dissimulare l’evidente scaga con battutine da bulli di periferia.
Perché ok, la suora infernale fa un sacco paura, ma sono molto più pericolosi due schiaffi del sottoscritto.

PRO
Un ottimo tentativo di variare la formula senza snaturarla

CONTRO
A tratti dispersivo

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.