The Neon Demon

Posted: 10th January 2017 by Death in Recensioni
Tags:

Interpreti: Elle Fanning, Karl Glusman, Jena Malone, Bella Heathcote, Abbey Lee, Christina Hendricks, Keanu Reeves, Desmond Harrington
Regia: Nicolas Winding Refn
Durata: 118 min.
Titolo originale: id.
Produzione: 2016

VOTO:

Il primo film dell’anno è The Neon Demon, graditissimo regalo natalizio che sopperisce alla mancata visione in sala causa distribuzione disastrosa, ma questo è un altro discorso.
Di Nicolas Winding Refn ho già parlato a più riprese ed è senz’altro uno dei primi nomi a cui penso quando sento la solita tiritera sul fatto che ormai il cinema faccia tutto schifo e non esistano più grandi registi postmoderni.

Nettamente in contrasto, perlomeno stilisticamente, con gli esordi grezzi e underground della saga Pusher, The Neon Demon si propone come il film più curato tecnicamente del regista danese, per quanto concettualmente abbastanza lineare. Nelle intenzioni il film vorrebbe essere un horror, anche se col genere non ha troppo a che fare, strettamente parlando.

Jesse (Elle Fanning) è una giovane ragazza, orfana, con ambizioni nel mondo della moda. Totalmente spaesata e inizialmente spaurita, si propone come indossatrice in una Los Angeles notturna popolata da sciacalli e avvoltoi.
Nonostante la concorrenza sia agguerrita e ben plastificata, è proprio l’innocenza della sua inesperienza – una verginità sia morale che fisica – a renderla il frutto proibito per designer, fotografi e colleghe invidiose.
Di fronte al suo candore, reso ancora più puro dalla mancanza di ambizione – Elle pensa di sfruttare la sua bellezza solo per guadagnarsi da vivere, non per vivere all’insegna dell’eccesso -, anche il più blasonato stilista del settore deglutisce rumorosamente, nonostante di figa ne abbia vista a bizzeffe e forse prediliga il cazzo duro a quest’ultima.

Ci sarebbe anche un innocuo spasimante, anche lui con velleità artistiche (è uno dei tanti photographer che spopolano su Facebook) ma ben ancorato al mondo reale. Viene interrogato su cosa conti maggiormente al mondo, se la bellezza esteriore prevalga sulle qualità interiori. La risposta, scontata, è la seconda ma il suo approccio viene deriso poiché estraneo a un microcosmo – fortunatamente limitato a una cerchia precisa di “estetici” per necessità e non per inclinazione – in cui essere È apparire; la bellezza è tutto.
Parlo di cerchia precisa perché, in altri contesti, questi fighetti vestiti e truccati di tutto punto avrebbero vita MOLTO difficile e, senza prospettare futuri post-apocalittici alla Ken il guerriero, se la vedrebbero veramente brutta anche solo in un quartiere difficile della suburbe americana o a sostenere un faccia a faccia con un manovale proletario sporco e incazzato.
Lo sguardo altero e carico di disprezzo del tanto acclamato fotografo, che nel film detta il bello e il cattivo tempo, verrebbe trasformato in una pietosa smorfia di dolore da qualsiasi disoccupato vestito cinese ma con la mano pesante.
Nel mondo reale, questi buffoni non valgono NIENTE.

Il problema è che a Jesse, sulle prime scettica, questa recente assurzione a Dea comincia a piacere.
Il cambiamento di prospettiva è sottolineato da una convulsa sequenza in passerella in cui il simbolo divino per eccellenza, il femminino sacro (quello che più veracemente Tinto Brass identificava geograficamente nel “triangolo della gnocca” nord-italiano, anni e anni prima delle farneticazioni del professor Langdon) satura e assume il colore del sangue e della passione: Elle si monta la testa e si rende conto di aver settato lo standard. Non è più lei a dover aspirare a qualcosa, ma è il resto del mondo ad anelare la sua divinità.

Il contrappasso è inevitabile e la metafora, rumorosamente splatter e vagamente esoterica, è giocata sulle possibili accezioni di un ambiente tentacolare che letteralmente spersonalizza e fagocita l’individuo. In un finale delirante, con momenti à la Bathory ma sottilmente in equilibro tra il dramma e il grottesco, il film si chiude con il sorgere di una nuova Fashion Goddess, più spregiudicata e forse destinata a resistere sul piedistallo più della sua sfortunata predecessora.

The Neon Demon è, per stessa ammissione del regista, un film sulla bellezza e in questo aspetto centra il bersaglio in pieno. Tecnicamente siamo su livelli altissimi al punto tale che si potrebbe definire il film come la proiezione di un’installazione artistica, in cui ogni inquadratura è studiata in ogni minimo dettaglio e mima meticolosamente gli shooting più patinati del sordido mondo del fashion. Questa perfezione stilistica esasperata, peraltro, è un’arma a doppio taglio: il film tratta il tema della bellezza ma in maniera parossistica marca proprio il confine in cui la concezione di essa si distorce e sfocia nell’orrore, indi per cui le premesse – bellezza e orrore che rimano assieme – sono soddisfatte.

PRO
La perfezione stilistica e tecnica

CONTRO
Brillante specchio di una società allo sfascio

Death Row’s Purge 2016 – Lo sfogo annuale

Posted: 31st December 2016 by Death in Dossier

Un anno cominciato con un momento di totale sconforto – ricordate il mio post su Quo Vado? – non poteva che concludersi nel peggiore dei modi, ovvero con la rassegnazione a non poter stilare il “consueto” almanacco annuale del Meglio e Peggio cinematografico.
Il motivo? Semplicemente non ho visto abbastanza film da riempire 20 posizioni, e comunque quei pochi film che ho visto li ho già recensiti singolarmente, per cui non sarebbe il caso di proporre ulteriore ridondanza.

Inutile negarlo: questo 2016 è stata una cocente delusione su più fronti.
Non citerò gli infiniti lutti che lo hanno contraddistinto – ma è di poche ore fa, nel momento in cui inizio a scrivere queste righe, la conferma del decesso di Carrie Fisher, proprio ora che la saga di Star Wars inizia una terza (e dispensabile) vita – ma mi limiterò a registrare il mio personalissimo e progressivo disinteressamento verso un’industria che ha da sempre costituito la mia principale attrattiva.
Sarà per la sempre maggiore disponibilità e la conseguente sovraesposizione al medium, sarà per il proliferare incontrollato dei cinecomics, sarà per l’altrettanto indiscriminata pratica del raschiare il fondo del barile – che prevede, nell’ordine, remake, reboot, restart e spin-off dei grandi film del passato -, sarà per un mercato che inevitabilmente sposta la maggior parte dei propri fondi (nonché dei talenti, sia registi che attori) sulla produzione di serie TV, ma durante questo 2016 sono stati veramente pochi i momenti in cui ho desiderato ardentemente andare al cinema a guardare una prima visione, se si esclude l’apoteosi geek di Batman v Superman (il ché è tutto dire).

Per carità, è uscita anche roba molto interessante, spesso però schiacciata da una distribuzione sempre più orientata al cash facile e sempre più menefreghista del valore artistico: The Neon Demon di Refn, per esempio, è rimasto in programmazione al multisala della mia città appena una settimana. Altri, come Animali Notturni di Tom Ford, li aspetto in DVD perché non so se sarei più in grado di sostenere un attacco d’ansia nella claustrofobia della sala buia.

Non posso attribuire le colpe solo all’industria, dunque, ma anche a me stesso, sempre meno tollerante, sempre più nevrastenico nei confronti dei modi e delle opinioni altrui. Così come non sopporto più neanche l’udire uno spettatore sgranocchiare del popcorn alle mie spalle, mi viene veramente difficile non mandare affanculo quei cialtroni che, forti delle infinite possibilità offerte dal digitale, si premurano di infangare le miriadi di pagine web 3.0 con la loro dispensabilissima e presuntuosa opinione.
Rolling Stone elegge Suicide Squad come il peggior film dell’anno? E allora giù di commenti grevi e ignoranti da parte di haters col cervello preconfezionato che si sollazzano a farsi i seghini a vicenda tra “colleghi” (salvo poi esaltarsi per il trailer di Spider-man più scialbo che la storia ricordi). Ancora peggiori gli hipsters che ribattono con “I supereroi fanno cagare, viva il cinema d’autore!” e citano Béla Tarr così, a caso, solo per sentirsi (e spacciarsi per) grandi intenditori ma probabilmente senza avere la minima idea di cosa stiano dicendo. Giuro che per una scena simile, nel mondo reale, non esiterei a mettere le mani addosso a qualcuno.

La colpa, in questo caso, va invece attribuita ai nuovi modelli di riferimento della “critica” fai-da-te, perlopiù inetti totali che, forti della loro telecamerina in HD e di qualche vaga competenza nel video-editing, ogni giorno lavano il cervello ai sempre più numerosi analfabeti funzionali incapaci di formulare un proprio pensiero critico e che necessitano a tutti i costi che gli si venga detto per filo e per segno cosa fare, cosa pensare e che gusti avere. Siamo arrivati al punto che non è più bello ciò che piace, ma è bello ciò che Tizio dice che sia bello. E guai a dissentire, che altrimenti non capisci un cazzo e non ti meriti neanche un argomentazione a sostegno di tale impropero, con ogni tentativo di resistenza soffocato sul nascere da orde di fanboy pronti a dare il culo pur di difendere il proprio beniamino.

Io, nel mio piccolo e allo stesso modo, ho sempre cercato di lanciare un messaggio personale ma senza mai avere la presunzione di indottrinare le menti altrui. Al contrario, ho sempre cercato l’assenso di persone affini, ma mica per onanismo reciproco, quanto perché parto dall’idea che ognuno abbia i suoi gusti e che debba coltivarli nella maniera che più lo aggrada, restando oltretutto sempre aperto al dialogo, cosa che è sempre mancata e la cui assenza oggi si fa sentire sempre più duramente: ha ceduto il passo all’alterco furioso senza alcuna possibilità d’appello.
Il problema è che quei valori che da anni vado a propugnare mi appaiono ormai obsoleti, e non sono più tanto convinto di volerli portare avanti.

Mi riferisco alla passione sfegatata per i grandi del cinema action che fu.
Capiamoci, il cinema anni ’80 e ’90 hollywoodiano rimane per me un must inattaccabile, ma mi perplime la deriva che le star tanto idolatrate in passato abbiano intrapreso in questi ultimi anni.
Schwarzenegger è ridotto a blaterare le solite frasette stantìe, divenute ormai barzelletta, mentre esegue maldestramente qualche esercizio su macchinari fighetti caricati con 20 kg: il fantasma di sé stesso. E il nuovo Conan, di cui si ciarla da anni? Il tempo scorre spietato, e il sentore è che a Arnold non gliene freghi più un cazzo…
Stallone invece infesta i social con foto di famiglia, in particolar modo della giovane figlia che evidentemente ha bisogno di una spintarella per trovare lavoro, ma di girare un film non se ne parla neanche, nonostante Sly sia quello che fisicamente si mantenga meglio. Expendables 4 appare un miraggio lontano, e la terribile prospettiva di ritrovarsi Hulk Hogan come villain purtroppo non mi fa neanche disperare più di tanto.
Van Damme è schiavo del proprio passato e ripropone foto storiche e spezzoni dai suoi film migliori, salvo poi ricascare nella trappola dello straight-to-video bulgaro e delle produzioni “tutto in famiglia”. Il suo prossimo film, infatti, propone come “piatto forte” uno scontro con suo figlio Kristopher… non vedo l’ora…
L’unico coerente con sé stesso parrebbe essere Steven Seagal, che spadroneggia nell’Est Europa e continua a prodursi i film a costo zero dove fa il solito ex-militare imbattibile e invulnerabile; peccato che fisicamente non ce la faccia più, il suo screen-time sia sempre più centellinato e, alla fine dei giochi, siano tutti film di merda.

Non mi resta dunque che ancorarmi al passato, proprio come i miei (ex?) idoli, e magari concentrarmi maggiormente su piccoli film della mia adolescenza sprecata, misconosciuti ai più, nella speranza che qualcuno possa riscoprirli o per ricevere un “cinque” da qualche nostalgico che come me ha piacere nel galleggiare nel mare di ricordi cinematografico, quando questa merda di internet non esisteva e il cinema si fruiva per davvero, non si accumulava spasmodicamente solo per poter dire di aver visto più film degli altri (che non capiscono un cazzo, ricordiamolo).

Non posso predire il futuro, ma credo che, senza scadere in puerili catastrofismi, la mia presenza su queste pagine sarà più sporadica di prima.
Giusto un post di tanto in tanto – qualche nuova uscita o un vecchio cult da riscoprire -, sempre per tenere vivo un archivio ricco di ricordi (belli e brutti) e di scritti di cui tutto sommato vado fiero, nel bene e nel male.
Poi magari tra un paio di mesi mi rimangio tutto, chi lo sa?
Quel che so con certezza è che sento la necessità di fare log-out e riscoprire la vera essenza di ciò che ho amato per così tanti anni e che, solo recentemente e per cause a me esterne, sto scoprendo di non amare più così tanto.
Tipo andare al cinema a scatola chiusa, a vedere un film di cui non ho visto manco il trailer né letto l’opinione di qualche marchettaro prezzolato. In un mondo in cui gli smartphone ci accompagnano anche al cesso per cagare (dove hanno rimpiazzato quelle belle riviste patinate di una volta o, in casi estremi, le etichette dei detersivi) appare quasi una Mission: Impossible degna di Tom Cruise.

Ma è un tentativo che non mi duole fare, perché sono certo che ne valga la pena.

Buon anno a tutti,

Death

Auguri Natalizi 2016

Posted: 23rd December 2016 by Death in News

Lo so, quest’anno non siamo stati particolarmente buoni.
Questi ultimi mesi, oltretutto, sono stati una discesa continua, come numero di recensioni pubblicate.
Ancora peggio, considerato l’esiguo numero di film visti, temo che non potrò pubblicare la consueta rassegna Best & Worst annuale, anche se ho in mente qualcosina per farmi almeno parzialmente perdonare.

In ogni caso, è un altro Natale assieme.

Il tempo passa e noi – e con noi intendo anche VOI che continuate a leggerci – siamo ancora qua.

È una cosa a suo modo straordinaria, anche se a momenti la passione vacilla, anche se a tratti non si ha più tanta voglia di scrivere.

Quindi, senza troppi altri giri di parole, Vi auguro con tutto il cuore Buone Feste, amigos.

Death

Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans

Posted: 19th December 2016 by Death in Recensioni
Tags: ,

Interpreti: Nicolas Cage, Val Kilmer, Eva Mendes, Xzibit, Shea Whigham, Brandi Coleman, Katie Chonacas, Fairuza Balk, Brad Dourif, Tom Bower
Regia: Werner Herzog
Durata: 121 min.
Titolo originale: Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans
Produzione: USA 2009

VOTO:

A distanza di 17 anni, senza alcun preavviso, viene annunciato un remake de Il cattivo tenente.
Abel Ferrara, piuttosto comprensibilmente, dà di matto e augura la morte a tutti i nomi coinvolti nel progetto.
Dal canto suo, il regista Werner Herzog – che non è mica il primo coglioncello qualsiasi – ribatte di non sapere chi cazzo sia Ferrara e di non aver neanche visto il film originale.

Per quanto non si possa dare torto a Ferrara, neanche Herzog ha di che scusarsi: i produttori gli proposero una sceneggiatura titolata “Bad Lieutenant” ma col film originale, questo remake che remake non è, ha poco a che vedere, a parte la presenza di un poliziotto drogato e corrotto.

Al posto dell’inquietante Keitel troviamo un sempre iperbolico Nicolas Cage.
Terence McDonagh – stavolta il tenente ha un nome – opera a New Orleans in maniera poco ortodossa: dopo essersi scheggiato una gamba cercando di salvare la vita a un carcerato, nell’immediato aftermath dell’uragano Katrina, ha deciso di votare sé stesso alla perdizione pur restando fedele al giuramento militare.
Si spacca di crack insieme a spacciatori di colore, ha una tresca con un puttanone da sbarco (Eva Mendes) che gli procura ricchi avventori da ricattare e va a rompere il cazzo alle coppiette strafatte fuori dalla disco per scroccare un po’ di coca o un pompino nei parcheggi del locale.

Quando una famiglia di senegalesi viene brutalmente assassinata, però, il tenente McDonagh ha modo di dar prova del suo talento nelle indagini, per quanto non segua proprio il protocollo ufficiale. Tra un abuso e l’altro, riesce a risalire all’artefice del delitto, un boss della droga locale pittorescamente noto come Big Fate (il rapper Xzibit).
La risoluzione della vicenda è meno tragica ma non del tutto conciliante, così come il film tutto.

Il tenente di Cage/Herzog è una figura certamente viscida ma non completamente perduta come quella di Keitel/Ferrara. Ha le mani sporchissime di merda ma, in un qualche modo, ha a cuore il suo lavoro, per quanto il fine giustifichi i mezzi e commetta più reati dei criminali che vorrebbe ingabbiare. La sua visione distorta della giustizia lo porta, nella sequenza più apoteotica del film, ad accusare due omertose vecchiette di essere la merda del mondo e la rovina della società. Alla fine dei giochi, però, il suo dovere è compiuto.

Rispetto alla puzzolente e notturna New York, New Orleans è più umida e assolata: probabilmente l’olezzo di sudore è sempre presente in scena, ma dal DVD sprovvisto di sistema Odorama non mi è data possibilità di confermarlo.
Particolarmente efficaci alcuni incisi psichedelici in cui Cage, stonato di droga, ha la visione assurda di un cadavere che balla la break dance e un faccia a faccia carico di tensione con un iguana, un vero scontro tra titani della monoespressività.

Acting Masterclass

È anche vero che il ritmo è un po’ troppo dilatato e, per quanto ritenga inutile continuare a confrontare i due film, la vicenda non ha lo stesso mordente del prototipo, specie nella crudezza delle situazioni e nella totale mancanza dell’elemento sacrilego che rendeva così maledetto e privo di speranza Keitel.
Cage è marcio ma è anche virtuoso, a modo suo.
Così come New Orleans stoicamente si erge dalla rovina della catastrofe naturale, il tenente McDonagh le prova tutte per uscire dal tunnel del vizio. Non è detto che ci riesca, ma l’intento è comunque eroico.

PRO
Diretto da Herzog, Cage è spettacolare

CONTRO
Meno dissacrante del “prototipo”

Acquista su Amazon.it

Mechanic: Resurrection

Posted: 7th December 2016 by Death in Recensioni
Tags:

Interpreti: Jason Statham, Jessica Alba, Tommy Lee Jones, Michelle Yeoh, Natalie Burn, Sam Hazeldine, Yayaying Rhatha Phongam, Raicho Vasilev
Regia: Dennis Gansel
Durata: 98 min.
Titolo originale: id.
Produzione:
USA, Thailandia 2016

VOTO:

Prima di approcciare Mechanic: Resurrection è necessario anteporre due inevitabili considerazioni.

  1. La sceneggiatura è una cagata, senza sé e senza ma.
  2. Bisogna tenere bene a mente il motto “Amat Victoria Curam”, tormentone del precedente Professione assassino, per dare un senso ai momenti narrativi più imbarazzanti.

Perché in Mechanic: Resurrection il redivivo Bishop (Statham) si trova suo malgrado costretto ad accoppare 3 grossi signori del contrabbando per aver salva la vita della sua sexy fidanzata (Jessica Alba), conosciuta poche ore prima; infatti la love story è tra le meno convinte mai viste.
Rimbalza da una location all’altra, dal Sud America all’Europa orientale, trovando in ciascuna un bel kit di sopravvivenza dotato di passaporti, PC portatili e armi, sepolto chissà quando e chissà come, pronto all’uso.

Alla faccia della previdenza: ok che la vittoria ama la preparazione, ma forse così è un pelino implausibile.

Comunque, dicevamo, i signori del mercato nero.
Si tratta di un dittatore africano, un magnate invischiato nello skin trade e Tommy Lee Jones che fa il comunista fricchettone.

Quando si tratta di far secco il bersaglio, Bishop non sbaglia mai e regala dei grandi momenti action, anche se meno sofisticati rispetto agli esordi (a esclusione della raffinatissima scena della piscina sospesa, quella vista nel trailer: per chi soffre di vertigini è un vero tripudio di angoscia e sudore freddo), in quanto spesso e volentieri – forse per accontentare il giovane e vasto pubblico rincoglionito dai moderni sparatutto online – non disdegna un approccio più frontale in cui lo stealth cede il passo alle mitragliate e alle gomitate nei denti.

Dal punto di vista cinetico, Resurrection va alla grande. Merito delle sempre ottime coreografie dello specialista JJ Perry e merito ovviamente di uno Statham sempre granitico e ipertrofico  (dettaglio dorsale da urlo!), mai così manesco. Dopo appena 5 minuti tira una tavolata in faccia a una donna che tenta di ricattarlo, dopo mezz’ora ha spaccato il cranio al fidanzato violento della Alba e dopo un’ora e mezza ha più denti rotti sulla coscienza della buonanima di Kimbo Slice.

Non solo cazzotti, ci mancherebbe. Si diletta alla grande anche con le armi da fuoco e con gli esplosivi, e sul finale salta in aria davvero di tutto. Peccato che la fattura tecnica non sempre sia all’altezza.
Gli effetti digitali, specie le sopraccitate esplosioni, sono spesso orrendamente digitalizzate e tutto il film è permeato da un fastidioso effetto bagliore sfocato che fa sembrare ogni scena girata maldestramente in green screen, cosa che spero non sia.
A ogni buon modo Dennis Gansel (L’onda) – scelta di regia quasi inspiegabile – dirige, forse costretto, con mano sufficientemente ferma e salva la baracca anche se il budget non lo sostiene a dovere.

Rispetto al primo capitolo è un indubbio passo indietro dal punto di vista della sceneggiatura. Pretestuosa, stupida, incoerente. Ma sticazzi. Perché finché ci sarà uno Statham in così gran forma e con un bodycount di morti ammazzati così alto, mi andrà bene qualsiasi cosa.

PRO
Nella sua trashosità è parecchio divertente

CONTRO
La sceneggiatura è demenziale

Acquista su Amazon.it