Fast & Furious 8

Posted: 28th April 2017 by Death in Recensioni
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Interpreti: Vin Diesel, Charlize Theron, Dwayne Johnson, Michelle Rodriguez, Tyrese Gibson, Ludacris, Jason Statham, Scott Eastwood, Kurt Russel
Regia: F. Gary Gray
Durata: 136 min.
Titolo originale: The Fate of the Furious
Produzione: USA 2017

VOTO:

Arrivati all’ottavo capitolo, diventa davvero difficile parlare ancora di Fast and Furious.
C’è poco da fare, e ve lo dico senza snobismi da finto intellettuale ma con sincera rassegnazione: ormai la solfa è sempre la stessa.

C’è il prologo esotico con un cambio di prospettiva che funge da innesco al pirotecnico svolgimento, qualche colpo di scena che porta alla concitata risoluzione finale e l’immancabile barbecue celebrativo in compagnia della family.
Nel twist, stavolta, Vin Diesel è costretto a voltare le spalle al proprio team e diventare cattivissimo, ma non ci crede nessuno. In assenza di una figura patriarcale simile, il ruolo di leader ricade ovviamente su The Rock, più grosso, più carismatico e ormai più apprezzato dello stesso Toretto. Non sorprendono dunque i rumors su una presunta faida tra Diesel e Johnson sul set, ora che Vin non può più spadroneggiare indisturbato e agevolato da comprimari non all’altezza.

Comunque, macchine a manetta, battutine ed esplosioni, ogni tanto qualche sguardo corrucciato e qualche aforismo tronfio, per poi tornare prepotenti a esplosioni e sparatorie. Nonostante questa digressione produttiva siamo ancora lì (e stavolta senza melancolismi di sorta a dare man forte).
Anche ciò che per cause di forza maggiore non può esser riproposto trova comunque un surrogato: la mancanza del personaggio di Paul Walker, per esempio, è risolta introducendo quello di Scott Eastwood, di cui a nessuno frega niente.
Il villain di Charlize Theron? Fiacco e poco credibile, situazione aggravata dalla tremenda capigliatura scelta per caratterizzarla, un incrocio tra dreadlocks biondi e un piatto di spaghetti.
La soluzione di sceneggiatura proposta per motivare il passaggio di Vin Diesel dalla parte dei cattivi? Banale e assai “fregacazzi”, perché né io né i miei sconosciuti dirimpettai al cinema quasi ci ricordavamo del personaggio chiave dell’intrigo in questione. Non che faccia mai affidamento sulla competenza del pubblico in sala, ma stavolta siamo stati in tanti a cascare dal pero.

Il perché è presto spiegato: nessuno guarda Fast & Furious per la trama e quel poco di plot che viene di volta in volta presentato è schiacciato dal peso degli effetti speciali e dalle scintillanti carrozzerie dei bolidi che puntualmente sfrecciano e si accartocciano. Il limite di un simile modo di fare cinema è strutturale e dettato dalla natura concreta stessa delle macchine. Mentre se con il corpo umano c’è ancora un buon margine di miglioramento per quanto riguarda acrobazie e tecnicismi marziali, una macchina lanciata in corsa la puoi solo far volare, piroettare un po’ ed eventualmente deflagrare come fosse un petardo.
Ecco perché, in fin dei conti e al netto di una storyline già dimenticata appena sollevato il culo dalla poltroncina del cinema, le sequenze che meno mi hanno convinto di Fast and Furious 8 sono proprio quelle automobilistiche; ben fatte, per carità, ma ormai troppo uguali e sé stesse e sfortunatamente abbondantissime.

Meno male che c’è Statham che rimane fedele al tricking puramente fisico. Sono sue le scene migliori del film; che si tratti di evadere da un carcere di massima sicurezza o di infiltrarsi in maniera poco stealth nel covo dei nemici, il buon Jason è l’unica stella che brilla realmente all’interno di una produzione che, checché ne dicano produttori e giornalisti, non ha più un cazzo da dire (Nota: avevo originariamente scritto “ha veramente esaurito tutte le cartucce” ma, considerata la quantità di piombo e polvere da sparo versata durante i 136 minuti di durata, mi sembrava quantomeno improprio).
E spaventa la certezza che arriveranno presto altri due film a chiudere quest’ultima (?) trilogia, perché il barile sembra ormai raschiatissimo e lo stridore di forchetta e coltello rischia di diventare insopportabile.

PRO
The Rock e Statham tengono alta la bandiera

CONTRO
Si comincia a non poterne più

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Ghost in the Shell (1995)

Posted: 10th April 2017 by Death in Recensioni
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Interpreti: Atsuko Tanaka, Akio Ôtsuka, Kôichi Yamadera, Yutaka Nakano, Tamio Ôki, Tesshô Genda, Namaki Masakazu, Masato Yamanouchi
Regia: Mamoru Oshii
Durata: 83 min.
Titolo originale: Kôkaku Kidôtai
Produzione: Giappone 1995

VOTO:

Sono andato al cinema a vedere il live action di Ghost in the Shell, da bravo “fan” quale sono.
Ho messo da parte preconcetti e timori, dovuti prevalentemente a Rupert Sanders in cabina di regia, sbattendomene altresì del presunto whitewashing della protagonista che interessa solo agli sfigati che abitano i forum in rete.
Il problema è che lo spettacolo era tardissimo e io avevo pompato petto, deltoidi e tricipiti ad altissima intensità, sicché a un certo punto, contestualmente a una posizione particolarmente comoda assunta sulla poltroncina del cinema, agevolata dal fatto che la sala fosse pressoché deserta, mi sono addormentato. Dieci minuti eh, mica un’ora, ma non me la sento di recensire a fondo un film di cui temo aver mancato qualche snodo cruciale.

Molto meglio parlarvi dell’opera originale, il Ghost in the Shell di Mamoru Oshii del 1995, che oltretutto avrei voluto recensire quando qualche anno fa venne gloriosamente proiettato nuovamente al cinema per il ventennale o qualcosa di simile. Era la versione 2.0, quella rifatta con gli (orribili) inserti in CG, ma fu comunque un grande spettacolo.

Ghost in the Shell è, assieme ad Akira, uno degli esempi più clamorosi della supremazia artistica del Giappone nel campo dell’animazione. Sbrighiamo velocemente gli aspetti tecnici perché c’è poco da dire o fare, se non inchinarsi davanti ad animazioni superlative, un lavoro di design da strapparsi i capelli e una direzione artistica che rasenta la perfezione nell’ambito cyberpunk. Non è un caso che venga ricordato, assieme a Blade Runner per il cinema e Neuromante per la letteratura, come una delle maggiori fonti d’ispirazione per chiunque si sia voluto cimentare nello sci-fi distopico. Sono cose che potrebbe dirvi chiunque, ma il verdetto dev’essere necessariamente univoco: Ghost in the Shell – GITS per gli amici – è un’opera d’arte e una pietra miliare del genere.

Ma i pregi non si limitano solo all’aspetto meramente tecnico, altrimenti la trasposizione americana sarebbe altrettanto ottima (va detto: visivamente non è affatto male). Ciò che rende il film di Oshii una pietra miliare sono gli aspetti più metafisici della vicenda che, anticipando la grande rivoluzione tecnologica degli anni 2000, prevedevano con una certa precisione la sempre più marcata spersonalizzazione digitale odierna.

Ghost in the Shell si maschera da anime d’azione perché la sezione 9, capitanata dal maggiore Motoko Kusanagi, è una task force armata di tutto punto che prende a calci in faccia i criminali informatici, ma è pura apparenza. Quando non è in missione, infatti, Motoko non disdegna la riflessione e l’auto-indagine di sé, perché un super-fisico ha sempre bisogno di una super-mente. Il suo cervello è organico e appartenuto un tempo a una persona in carne e ossa, con una storia e un vissuto personale preciso. È stato formattato e trapiantato all’interno di un corpo meccanico superperformante e capace dei gesti atletici più estremi. È ciò che comunemente viene definito un cyborg, invulnerabile superficialmente ma ferito nel profondo da dilemmi esistenziali, da sempre un topos cardine della fantascienza (anche quella ante-litteram: è uno dei temi portanti del Frankenstein di Mary Shelley).

Cosa definisce l’esistenza, se non la consapevolezza dell’atto, la coscienza stessa del vivere?
Partendo da questo assunto, un altro interrogativo ben più sconvolgente viene presentato allo spettatore: in un’era in cui i computer diventano senzienti e le nostre intere esistenze vengono riversate su supporti digitali e fluttuano nel mare magnum del world-wide-web, è ancora corretto circoscrivere il concetto di vita al mero mondo materiale?
Una volta sviluppato un software abbastanza sofisticato da dotarlo di raziocinio, il computer sviluppa conseguentemente un proprio “ghost” (spirito) che, secondo la discriminante di cui sopra, lo uniformerebbe de facto alla specie umana in quanto consapevole della propria esistenza. La nemesi della pellicola, rivoluzionaria in senso transumanista, è il terrorista-hacker noto come Puppet Master (in italiano, “il signore dei pupazzi”), misteriosa entità capace di connettersi direttamente alla mente delle persone per manipolarne le azioni. Puppet Master in realtà è l’incarnazione (anche se il termine appare più che mai improprio) stessa dello spirito nella macchina, il Ghost in the Shell. La sua coscienza umana è stata digitalizzata e trasferita ciberneticamente all’interno di un corpo artificiale, proprio come Motoko, mantenendo intatta però la propria integrità individuale. Il suo obiettivo non è quello di dominare il mondo o distruggerlo, ma semplicemente ampliare la propria consapevolezza aldilà di ogni limite fisico, sfruttando gli infiniti nodi del web e raggiungendo l’illuminazione un tempo prerogativa esclusiva degli dei.

Nel 1995 sarà sembrato un mindfuck notevole, ma in pieno 2017 la filosofia del Puppet Master è sconvolgentemente attuale. Guardo indietro di dieci anni e la realtà mi appare sostanzialmente uguale, eppure così sottilmente stravolta. Le nostre vite si modificano ogni giorno di più in virtù del progresso tecnologico che presenta sì tanti aspetti positivi – non auspico certo un ritorno all’età della pietra – ma ne nasconde altrettanti, se non di più, negativi. La presenza sempre più asfissiante dell’informatica nel quotidiano ci ha portato a declinare noi stessi in un altro io, quello digitale, che nei casi più estremi e preoccupanti ingloba l’individuo fisico, inconsapevole. Sono migliaia le persone che ogni giorno vivono connesse a un dispositivo, la retina fissa sullo schermo, le proprie funzioni vitali ridotte al minimo richiesto per far scivolare le dita su un tastierino virtuale. Tutto è automatizzato (o lo sarà presto) e gestibile wireless: macchine, TV, frigoriferi e forse anche tazze del cesso. Servirà ancora muovere i muscoli se una app potrà farlo per noi?
O ancora, la sempre più dilagante mania dei social, dei like e dei follower, del fare qualcosa non più perché ci va di farlo ma perché pensiamo possa piacere agli altri. Non ci interessa più mangiare una buona pizza per appagare il palato ma ritieniamo più importante che sia impiattata bene e possibilmente geolocalizzata in un locale alla moda cosicché la nostra audience personale – amici ma anche perfetti sconosciuti – possa pensare che siamo dei fighi che sanno godersi la vita. Giornalmente miliardi di informazioni simili vengono immesse nel web: foto, pensieri, ricordi. Il web ci rammenta i compleanni delle persone care, l’anniversario degli avvenimenti più belli e persino di quelli più insignificanti. Se un tempo si diceva che l’abuso della calcolatrice ci avrebbe privato della capacità di calcolo, che dire di una tecnologia onnipresente che sopprime qualsiasi capacità mnemonica?
Questo scisma tra concreto e virtuale è il fondamento stesso di Ghost in the Shell.
Il nostro spirito risiede ancora dentro di noi o abita ora il nostro smartphone?
Le nostre azioni dipendono realmente dalla nostra volontà o è il nostro account a decidere per noi?
Insomma, abbiamo ancora un Ghost al nostro interno o questo si è spostato altrove, riducendoci a mere Shell manovrate da un Puppet Master multinazionale?

Del resto pure questa mia inutile e sconnessa farneticazione è affidata a un blog, perché intraprendere questo discorso – pura speculazione filosofica, il passatempo dei fannulloni – dal vivo è diventato ormai pura utopia.

PRO
Uno degli apici dell’animazione mondiale

CONTRO
Antropologicamente premonitore

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The Ring 3

Posted: 31st March 2017 by Death in Recensioni
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Interpreti: Matilda Anna Ingrid Lutz, Alex Roe, Johnny Galecki, Vincent D’Onofrio, Aimee Teegarden, Bonnie Morgan, Chuck David Willis
Regia: F. Javier Gutierrez
Durata: 102 min.
Titolo originale: Rings
Produzione: USA 2016

VOTO: ½

Troppo a lungo rimasta illesa alla serializzazione incontrollata, anche la saga di The Ring viene infine tirata fuori dalla naftalina per presentarci un terzo capitolo di cui nessuno sentiva realmente il bisogno, specie dopo un già non esemplare secondo episodio (a stelle e strisce; in Giappone sono andati anche oltre, arrivando all’invero interessante crossover con la serie The Grudge).

Ringu di Hideo Nakata rappresenta uno degli apici del J-Horror ma anche il disgraziato ispiratore di una moda, quella dei remake americani, che ha infestato la produzione horror dei primi anni 2000. Eppure The Ring di Gore Verbinski riusciva in un qualche modo a mantenere una sua dignità autoriale nonostante il materiale non fosse originale, e tutti noi lo ricordiamo come l’incubo peggiore per le nostre mutande, funestate da orrorifiche sgommate di merda a ogni visione.

Eravamo a cavallo della rivoluzione digitale, dove le videocassette cedevano il posto agli allora moderni DVD. Era il terreno ideale per ambientare una storia in cui una VHS maledetta, oggetto ancora comune ma abbastanza vetusto da suscitare mistero, ti condannava a morte solo per aver voluto curiosare più del dovuto. In pieno 2017, però, la storia non regge più. Neanche io che sono notoriamente nostalgico ho più in casa un videoregistratore funzionante, figuriamoci se devo credere che qualche giovinastro molto trendy, rincoglionito dal suo smartphone, conservi ancora nella sua cameretta un VCR sul quale spararsi vecchi pornazzi su nastro.

La povera Samara sarebbe quindi destinata all’oblio, ma il regista Gutierrez vuole convincerci che le videocassette siano ancora un must irrinunciabile e non paccottiglia da mercatino, sicché la gente continua a morire. Imbrocca un’idea forse azzardata ma perlomeno intrigante, ovvero abbinare la scienza alla superstizione con un bel lavoro di ricerca sulla maledizione, che è un po’ ciò che faceva Suzuki nei romanzi e, maldestramente, altri autori alle prese con i vari sequel cinematografici del prototipo giapponese.

Il video viene quindi duplicato in DivX e circola all’interno di un’università al fine di capire il funzionamento del maleficio. Tutto ok, drizzo le antenne e fantastico su come si potrebbe sbrogliare la situazione.
Già, come? Ve lo chiederete anche voi.
Eh boh, a quanto pare neanche gli sceneggiatori ne avevano la più pallida idea, perché dalla metà del film, in cui ci viene presentato un nuovissimo video maledetto (piuttosto standard, niente a che vedere col fascino inquietante dell’originale), The Ring 3 diventa praticamente una sorta di remake del primo film, con la solita fase di indagine, di ritorno al passato e ai posti in cui il male avrebbe avuto origine, con le solite cripte da perlustrare e con i soliti svitati da intervistare, e con una Samara sempre più figura marginale che ne ammazza davvero pochi e che per la quale ormai non si riesce più a provare terrore ma solo tanto, tantissimo affetto.
Perché me la immagino, poveretta, in fondo al pozzo a rompersi i coglioni, periodicamente rievocata per uscire da un teleschermo – un tempo grosso e catodico, ora LED e in 4K – ma neanche un pettine per stirarsi un po’ i capelli ormai fuori controllo né un po’ di crema per la pelle squamata dall’umidità.

Il finale prospetta una pandemia su larga scala, ovviamente grazie ai potenti mezzi di internet.
Samara su Youtube, 100.000 visualizzazioni in poche ore e un bel pacco di soldi grazie alla partnership.
E chissà che la nostra affezionatissima non riesca finalmente a pagarsi un bel trattamento dall’estetista…

PRO
Tecnicamente curato

CONTRO
Dispensabilissimo

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Logan – The Wolverine

Posted: 29th March 2017 by Death in Recensioni
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Interpreti: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E. Grant, Boyd Holbrook, Stephen Merchant, Dafne Keen, Eriq La Salle, Elizabeth Rodriguez
Regia: James Mangold
Durata: 135 min.
Titolo originale: Logan
Produzione: USA 2017

VOTO:

Sarebbe facile, come hanno fatto tutti, esordire irridendo i precedenti spin-off dedicati all’artigliato Wolverine e lodare la perseveranza di Mangold e Jackman, che al terzo tentativo imbroccano finalmente il film giusto.
Sarebbe facile e infatti l’ho fatto, perché non c’ho più voglia di scrivere un cazzo.

Mi sento tanto come il Logan di questo film: stanco, disilluso, fisicato (anche se con qualche acciacco) e menefreghista il giusto per continuare a campare senza troppi grilli per la testa.
L’apparente placidità di una vita monotona è scossa da due macro-avvenimenti.
Il primo è che il professor Xavier, ormai morente, ogni tanto sbrocca e fa ballare tutto il deserto in cui sta rintanato.
Il secondo è che Logan, suo malgrado, si ritrova a fare da babysitter a X-23, una wolverina formato tascabile ma non per questo meno letale (anzi, forse ancor più manesca del nostro eroe).

A innescare il casino, come al solito, è la solita corporation che vorrebbe sfruttare i mutanti a proprio vantaggio, niente di nuovo. L’assenza di novità a livello strutturale non coincide però con ciò che riguarda la cifra stilistica.
Abbandonati i clowneschi costumi e colori delle altre stupidaggini del genere, Logan è un film estremamente livido e cupo che, sfruttando i supereroi, ne approfitta per trattare temi ben più profondi dei pacchiani riferimenti all’alcolismo di un Iron Man 2, tanto per citarne uno (all’epoca i nerd ci si facevano le seghe manco fosse chissà quale trattato psicologico). La rivalsa di Mangold e Jackman coincide anche con la rivalsa della Fox, da sempre perculata ma che con il presente Logan e con Deadpool batte di numerose misure tutta la più recente produzione della “rivale” Marvel Studios.

Saggiamente sottolineato dalla presenza massiccia di sequenze splatter, quelle che un personaggio come Wolverine avrebbe dovuto mostrare sino dalle sue origini, Mangold punta tutto sul minimalismo: ambienti, personaggi, dialoghi. Tutto stringato, essenziale, ma proprio per questo ancora più efficace. Scampato il pericolo che i grossolani effetti speciali possano seppellire il resto, Logan è un viaggio interiore di un essere un tempo indistruttibile che si scontra con l’incedere del tempo, in un qualche modo determinato ad averla vinta anche su “l’immortale”, e con la possibilità di consolidare degli affetti, quelli che la sua natura imperitura gli aveva da sempre precluso. È toccante perciò il rapporto che si viene a creare tra Logan e la figlia in provetta X-23, l’unica a poter sopravvivere al padre proprio per via della sua natura mutante affine.

Le concessioni all’ironia sono veramente poche (ma sono grandiose quelle in cui il film attacca direttamente e metacinematograficamente i comics cartacei, smerdandoli di brutto senza troppi giri di parole) e rendono Logan un film estremamente malinconico, specie nelle battute finali, trascinate e dolenti, che pongono la parola fine a un sodalizio artistico, quello tra Jackman e Wolverine, lungo ben 17 anni e capace di riscrivere l’immaginario colletivo.
Andavo ancora al liceo quando il primo X-Men uscii al cinema. Mi è perciò impossibile lasciare la sala senza provare un leggero senso di smarrimento, come se quei titoli di coda sulle note di Johnny Cash significassero in realtà la fine di qualcosa di ancor più grande.

Logan è un film di supereroi che fa di tutto per non essere il solito film di supereroi. Per alcuni questo potrebbe costituire un deterrente imperdonabile; per me costituisce il valore più alto di una pellicola destinata a modo suo a lasciare il segno.

PRO
Apice di un sodalizio quasi ventennale

CONTRO
Il tempo scorre inesorabile, per tutti…

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Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

Posted: 22nd February 2017 by Death in Recensioni
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Interpreti: Eva Green, Asa Butterfield, Samuel L. Jackson, Judi Dench, Rupert Everett, Allison Janney, Chris O’Dowd, Terence Stamp
Regia: Tim Burton
Durata: 127 min.
Titolo originale: Miss Peregrine’s Home For Peculiar Children
Produzione: USA 2016

VOTO: ½

Tim Burton ormai è andato.
Hanno poco da obiettare i nostalgici, secondo me l’estroso regista di Burbank è proprio bollito.
Le avvisaglie le avevamo già avute col merdaceo Alice in Wonderland e il clownesco Dark Shadows, ma non beccare più neanche un film così burtoniano alla radice come Miss Peregrine è davvero preoccupante.

La storia, tratta dai romanzi di Ransom Riggs, sembra cucita su misura per lui.
Un fessacchiotto, persuaso dai racconti del nonno rincoglionito e recentemente defunto in circostanze misteriose, va alla ricerca di un mitologico orfanotrofio per ragazzi particolari retto da Miss Peregrine, appunto, che nel libro è una vecchia sciura mentre nel film è bona come Eva Green.
L’istituto, scopre il fessacchiotto, è stato distrutto durante un raid aereo durante la seconda guerra mondiale, quindi parrebbe che il nonno fosse davvero rincoglionito, ma la spiegazione a tante stronzate è di fattura magica.

L’edificio è ancora in piedi (e abitato) all’interno di un loop temporale, castato dalla Miss proprio prima che il simpatico siluro targato Luftwaffe si abbattesse sul tetto, che costringe gli inquilini – Miss Peregrine e i ragazzi speciali – a rivivere all’infinito le stesse 24 ore precedenti al bombardamento.

Ogni ragazzo ha un’abilità particolare: c’è il bimbo invisibile, la marmocchia superforzuta, la ragazza che spara fiamme e quella che svolazza più leggera di una piuma. Gli X-Men X-Kids, praticamente.
Sono perseguitati dai Wight, dei ceffi con gli occhi bianchi che desiderano sbranarseli vivi per avere tipo la vita eterna o una cazzata del genere. Ovviamente fessacchiotto si rivelerà determinante per la salvezza dell’intera combriccola.

La prima ora di film è sconcertante.
Burton dirige con uno stile totalmente televisivo, fotografia verdognola piattissima, ambientazione suburbana che cita (?) maldestramente Edward mani di forbice, inquadrature dozzinali, una vera pattumiera.
La seconda ora ingrana la marcia giusta in quanto a stramberie, ma è affossata da cadute di tono veramente amatoriali. In primis l’utilizzo di una computer grafica pedestre che fa rimpiangere persino alcuni film della Asylum, in secundis delle leggerezze di sceneggiatura veramente imperdonabili, specie perché inventate di sana pianta rispetto al prototipo cartaceo.

Senza spoilerare troppo, i ragazzi di Miss Peregrine sono minacciati dai Wight (capeggiati da un gigionissimo Samuel L. Jackson) e da alcuni mostroni oblunghi chiamati Hollowgast che ricordano lo Slenderman tormentone del web, ok? Ebbene, dal momento che si tratta di X-Men, in miniatura ma pur sempre dotati di poteri straordinariamente pericolosi, perché quell’imbecille di Miss Peregrine anziché fare la saggia non li aizza a pianificare un attacco coordinato per far secche le loro nemesi? Basterebbero solo la ragazza fuoco e la ragazza vento (no, non tira scorregge mefitiche) per organizzare un lanciafiamme umano da paura, per non parlare dell’invisible kid che potrebbe sgozzare chiunque alle spalle, con la dovuta cattiveria. Cattiveria che, ormai, sembra non essere più di casa, visto che Burton pare uniformatosi alla mollezza placida delle produzioni Disney più edulcorate.
Così, anziché un bel rogo di cattivoni o una sequela di gole mozzate in stile stealth, dobbiamo accontentarci di una ridicola carica di scheletri di plastica animati col potere della magia, ovviamente nel nome dell’amore, che vince sempre, un po’ come lo sport.

Insomma, il peculiar child Tim, quel ragazzo speciale che tanti anni fa ci aveva stregato coi suoi film così bizzarri ma fondamentali, sembra proprio aver perso la sua particolarità…

PRO
Eva Green fa sempre la sua figura

CONTRO
A tratti televisivo e scritto col culo

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