The Boy

Posted: 25th May 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Lauren Cohan, Rupert Evans, Jim Norton, Diana Hardcastle, Ben Robson, James Russell, Jett Klyne, Lily Pater
Regia: William Brent Bell
Durata: 97 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO:

Era da un po’ che non usciva un film del terrore al cinema, se ne sentiva proprio la mancanza (Sarcasmo? Non del tutto).
The Boy, a giudicare dal trailer, sembra coinvolgere anche uno di quei pupazzi infernali che tanto inquietano lo spettatore, sicché mi convinco che possa valere la pena di guardarlo.

La trama, però, pare un po’ una stronzata.
Greta, giovane ragazza in fuga da non si sa cosa, viene incaricata da una ricca famiglia di bacucchi di fare da babysitter a un bambolotto, Brahms, feticcio che rimpiazza il bimbo deceduto della coppia. Per inciso, ci troviamo in un castello nelle periferie inglesi: enorme, oscuro e immerso nella campagna. Bambolotti o meno, già quello mi sarebbe bastato per cagarmi addosso e rifiutare l’incarico, nonostante la paga sia precisa e cospicua.

Mammina e Papino partono in vacanza e lasciano la nostra eroina con questo pupazzo in porcellana dallo sguardo vitreo e il taglio a caschetto. Si insinua nella mente della ragazza che il pupazzo possa essere stregato: Greta comincia infatti a ricevere strane telefonate ove si ode il vociare sinistro di un pargoletto, gli oggetti della casa si spostano in maniera misteriosa e sparisce pure qualche abito sexy utile a rimorchiare qualche contadino locale (no, davvero, cosa si sarà portata a fare un vestito simile?).

In casi simili, la soluzione dell’enigma può dipendere da sole due cose: la presenza concreta di un’entità soprannaturale o un colpo di scena finale in stile Scooby Doo.
Non vi sto a svelare in cosa consista il twist ma, converrete con me, la risposta è di facile lettura.

The Boy ha dalla sua una buona atmosfera, difficile negarlo. Il maniero è sufficientemente spettrale e fotografato con toni malinconici, ambientazione ideale per una ghost story romantica e decadente.
Anche l’incipit che mescola tragicamente amore e morte è coinvolgente. A un certo punto sospetto quasi che il film sia un drammone familiare mascherato da film del terrore, con Brahms a rappresentare il transfert emotivo della perdita del proprio figlio e altre cose psicologiche così. Roba cerebrale, capito?

Il fatto è che l’incedere del film è ritmato in maniera non troppo efficace. Alla prima avvisaglia, una qualsiasi persona ragionevole avrebbe gettato il pupazzo nel fuoco, avrebbe depredato la villa di ogni bene di lusso e sarebbe fuggito ai Caraibi senza lasciare traccia. Greta invece tergiversa, si lascia spaventare e indugia di fronte ai macabri ammonimenti che non lasciano presagire nulla di buono. Quando poi la minaccia assume connotazioni più fisiche, in coincidenza con un drammatico ritorno dal passato, ci sembra di assistere a un clone malandato di un Venerdì 13 qualsiasi, uno slasher sui generis che pecca proprio nella caratteristica fondamentale del genere, ovvero la presenza di sangue e squartamenti.

Appurata la vera natura del progetto, si rimane con l’amaro in bocca per la totale assenza di spaventi nella prima parte e di esecuzioni sanguinolente nella seconda. The Boy, continuo a ribadirlo, ha uno spunto di partenza interessante e un buon utilizzo delle scenografie, ma manca di tutti i crismi fondanti del genere horror. Esangue, noiosetto, pieno di potenzialità inespresse.

Non una merda, ma neanche un capolavoro.
Guardabile? Sì. Ve lo dimenticherete il giorno dopo? Avoja.

PRO
Bella atmosfera

CONTRO
Ritmo fiacco e storia blanda

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.

Captain America: Civil War

Posted: 18th May 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Chris Evans, Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Sebastian Stan, Jeremy Renner, Don Cheadle, Anthony Mackie, Paul Bettany, Elizabeth Olsen
Regia: Anthony Russo, Joe Russo
Durata: 146 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO: ½

Premessa: la presente sarà una recensione fuori dagli schemi, più pensieri in libertà che altro. A scrivere che “Pantera Nera cazzofigata” e “Miglior film Marvel del mondo!!!” (cose che tra l’altro neanche condivido) sono buoni tutti; preferisco vomitare la mia opinione scevra da ogni vincolo. Come sempre, del resto.

Avevo preannunciato che contro Civil War mi sarei accanito come il peggiore dei fanboy ma, no, a malincuore devo ammettere che non mi sembra il caso.

Per carità, non è mica il capolavoro di cui tutti cianciano, però, come sempre accade con ‘ste stronzate di cinecomics, alla fin fine mi ci son divertito. Mi è impossibile fare un parallelismo con il fumetto, che comunque mi pare di aver capito fosse molto più approfondito e stimolante, ma non avendolo letto non posso indignarmi per questa o quella variazione di trama (e temo ce ne siano parecchie…).

Persino la tanto bistrattata scaramuccia in aeroporto, che dal trailer sembrava una poverata senza precedenti sia per scenografia che coreografia (una decina di buffoni mascherati che si prendono a schiaffi in mezzo al piazzale) alla fin fine intrattiene con mestiere e non senza qualche momento di inaspettata ispirazione.

Credo che il limite più grosso del film, al netto delle buone sequenze action e dei discontinui effetti digitali, sia una sceneggiatura che tenta di strafare, cercando la drammaticità in contesti non adeguati e che, per questioni di continuità narrativa, si trova costretta a inventarsi più di una cazzata, laddove il fumetto, da quel poco che posso capire leggendo la sinossi su Wikipedia, appariva più coerente e naturale. Questo è uno dei grossi limiti del voler sempre far quadrare film tra loro diversissimi ma, per pretese produttive, tutti appartenenti allo stesso universo narrativo.
È un qualcosa che sarebbe fattibile se, nell’ormai lontano 2008, la Marvel avesse preparato decine e decine di sceneggiature, tutte già belle pronte e articolate a creare un disegno globale ben ponderato. Invece, lavorando per forza di cose a posteriori, a volte ci si trova di fronte a dei veri e propri muri contro i quali scontrarsi per motivare determinate scelte di plot.

Non ridurrò tutto nuovamente a una disputa tra Marvel e DC ma, per correttezza ideologica, un appunto su questo script proprio lo devo fare.

C’è un importantissimo snodo della sceneggiatura che si basa, praticamente, sul fatto che il villain di turno, un bamboccio con le guanciotte, per assoluta botta di culo e cercando tutt’altro, incappa in una rivelazione pazzesca – OMG!!!11 – sul passato di un personaggio centrale della saga, con tanto di testimonianza video in primissimo piano, poiché in una stradina di campagna qualsiasi era guarda caso posizionata una telecamera di sorveglianza, nell’esattissimo punto in cui va a consumarsi una tragedia personale che influenza in maniera irreversibile le sorti del combattimento finale.
Non posso dire di più senza spoilerare, ma chi avrà visto il film capirà subito a cosa mi riferisco.
Ebbene, che tutti i recensori del mondo si uniscano in coro a dire che questa è una sonora cazzata di gran lunga peggiore della “Martha” di Batman v Superman, ALTRIMENTI SIETE DEI MARCHETTARI PREZZOLATI DI MERDA!!!

È comunque una motivazione più condivisibile di quella che, a metà pellicola, innesca la Civil War che dà il titolo al film, peraltro evitabilissima se tutti i nostri carissimi ciarlatani mascherati si fossero preoccupati di parlare 5 minuti in più, seduti a tavolino, anziché farsi ognuno i cazzi propri, indignati per le opinioni differenti dei propri compagni di squadra: non proprio l’esempio migliore di multiculturalismo, per un team di individui così eterogeneo e ben stratificato.

Tutta la sceneggiatura, in realtà, appare pretestuosa e piena di colpi di scena a effetto incastrati con la forza, anche se nel complesso, bisogna riconoscerlo, non disturbano più di tanto. Il film scorre via senza troppi scazzi, forse riesce a dissimulare le sue magagne inserendo con un tempismo ben preciso sequenze action roboanti, in contrappunto ai dialoghi fiacchi che tentano in tutti i modi di sembrare profondi ma che, se realmente si presta un minimo di attenzione, atterriscono in quanto a inconcludenza e scarsa plausibilità. Le due fazioni si formano senza motivazioni solide, più per simpatie che per altro, e certi personaggi vengono coinvolti quasi per caso, ma nessuno, lo ribadisco, si preoccupa far valere le proprie ragioni col dialogo piuttosto che con gli schiaffi. Paradossalmente verrebbe da parteggiare con il governo che questi supermentecatti vorrebbe regolamentarli come un qualsiasi corpo armato statale, considerata la loro indole litigiosa e poco diplomatica. Come dargli torto?

A fine visione rimane l’amaro in bocca per aver assistito a un grosso baraccone zeppo di azione ed effetti speciali ma privo di quel pathos (o meglio, senza un pathos ben contestualizzato), causa sceneggiatura maldestra, che i trailer lasciavano presagire. Un po’ come Avengers, per quanto mi riguarda, di cui il film sembra, per coralità, naturale estensione.

Civil War è un film facilmente dimenticabile, specie per chi, come me, di Spider-Man undicenne se ne sbatte la minchia.
Proprio Spider-Man rappresenta, a mio avviso, croce e delizia del film. I fan più sfegatati lo acclamano come “il miglior Uomo Ragno visto su schermo”, ci si fanno le seghe a due mani, complice anche la Zia May più MILF che la storia ricordi. Io, ahimè, sono cresciuto con il Ragno muscoloso e complessato di McFarlane, non con il bimbominkia della serie Ultimate, quindi sì, ‘sto nano di Tom Holland è simpatico e tutte cose, ma non si può negare come il personaggio sia evidentemente stato incollato a forza e con lo sputo in una sceneggiatura che originariamente non lo prevedeva.

A questo punto Death si rompe le palle di pensare come un internauta rispettoso della netiquette e, con assoluto spregio delle regole, attiva un fake stream of consciousness per levarsi tutti i sassolini dalle scarpe.

Pantera nera buffone chi cazzo te se incula, giammai andrò a vedere il tuo film solista. Visione sfigato, c’avrai anche il cazzo di vibranio ma la smorfiosa non te la sgancia neanche sotto tortura. Sono dieci film che i Vendicatori fanno un troiaio pazzesco in giro e ora gli vengono i sensi di colpa perché Scarlet Bitch sfancula un secondo e causa la morte di 10 stronzi che, per quanto ci riguarda, magari a casa picchiavano pure la moglie? Oh che bello è tornato Occhio di Falco, mi mancava una cifra il personaggio più insipido di tutto l’universo Marvel. Tony Stark ogni film c’ha il pizzetto tracciato in maniera più stronza di quello precedente, la società è sull’orlo del collasso e lui si preoccupa di curarsi la barba? Anthony Mackie è un grosso, mi sta simpaticissimo, ma a ogni inquadratura non posso fare a meno di immaginarlo chiedere a Cap America quanti grammi di amminoacidi prenda. Captain America che trattiene un elicottero all’elipad con la sola forza dei bicipiti ritoccati al computer è puro lirismo macho (o frocio, fate voi). Vanno bene le cazzate e tutto, ma Vedova Nera che si prende a sberle col Winter Soldier è un altro bell’abisso di scrittura. I casi sono due: o Vedova Nera è fortissima e non ce l’hanno mai spiegato, o Winter Soldier è una pippa colossale e a questo punto non si spiega com’è che nessuno sia mai riuscito a fargli il culo. Winter Soldier, oltretutto, non fa paura a una mosca, ha la faccia da cane bastonato e tutti quanti lo odiano, quando basterebbe semplicemente chiaccherarci un po’ davanti a una tazza di caffè piuttosto che sparargli a vista. E comunque la scena più bella del film è quando il Cap, nonostante la bromance esasperata e lunga ben due film, si sforza di cacciare la lingua in bocca a una bionda per dimostrare al mondo, o almeno ai suoi amici, di non essere un ciucciacazzi. Ma chi porta a casa la pellicola è solo uno: il “grande” – stavolta per davvero – Ant-Man.

PRO
Schiaffoni e un po’ di machismo scemo

CONTRO
Pretestuoso e forzato

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.

Dagon – La mutazione del male

Posted: 10th May 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Ezra Godden, Francisco Rabal, Raquel Merono, Macarena Gómez, Brendan Price, Birgit Bofarull, Uxía Blanco, Ferran Lahoz
Regia: Stuart Gordon
Durata: 98 min.
Titolo originale: Dagon
Produzione: Spagna 2001

VOTO:

Sempre Stuart Gordon, sempre un adattamento da Lovecraft.
Il titolo farebbe pensare proprio a una trasposizione da Dagon ma, a parte la presenza della fascinosa e grottesca divinità marina, il film è tratto liberamente dal racconto La maschera di Innsmouth, sagacemente citato nel nome dell’ambientazione che fa da sfondo alla vicenda horror, Imboca (in bocca, in mouth… l’avete capita? Eh? Eh?).

In pratica un ricercatore, la morosa e una coppia di vecchi pirla se ne stanno a cazzeggiare e prendere il sole a bordo della loro imbarcazione, poco distante dal porto della sopraccitata cittadina. La morosa lancia il PC del ricercatore in acqua, friggendogli in un colpo solo mesi e mesi di ricerche; lui sacramenta ma non la corca di botte.
A un certo punto, un cumulo di nuvoloni neri appare dal nulla e in men che non si dica si scatena una tormenta paurosa.
Il ricercatore e la morosa sono costretti a cercare aiuto in paese, mentre i vecchi pirla rimangono in balia dei flutti.

La cittadina di Imboca non è proprio ridente: gli abitanti, perlopiù pescatori, hanno tutti gli occhi spippati, deambulano in maniera inquietante e l’arredo urbano gronda umidità da ogni molecola. L’albergo locale, per esempio, è putrefatto, marcescente: il materasso ha sviluppato un ecosistema personale di muffe bluastre e dal lavandino fuoriesce poltiglia verdognola decisamente poco potabile.

La spiegazione di tale weirdness è presto rivelata: un tempo timorata di Dio, Imboca è ora devota al terrificante Dagon, divinità degli abissi prodiga nell’inviare pesci e oro ai suoi fedelissimi in cambio di qualche sacrificio umano di tanto in tanto, contrariamente alle altre teologie scevre di convenienti dinamiche do ut des. I devoti proliferano.
Maggiore il grado di fedeltà raggiunto, maggiore sarà la loro somiglianza con un mostro tentacolare degli abissi (indi “La mutazione del male”; capito il sottotitolo? Eh? Eh?). Contenti loro.

Nonostante Dagon sia una produzione a basso budget, stanziato dalla spagnola Filmax di Julio Fernández in combo con Brian Yuzna, la cura nella realizzazione è veramente esemplare. Innanzitutto, l’ambientazione da città portuale è stratosferica, con scenografie lividissime e sgocciolanti, un’atmosfera veramente maledetta che punta tutto sul minimalismo del miglior cinema del terrore. È bastato prendere una periferia di mare qualsiasi e inzupparla di pioggia battente e qualche luce al neon ben esaltata dalla fotografia. Stop. Zero architetture 3D, zero set colossali. Il ricorso alla tridimensione digitale è presente solo in alcuni brevissimi momenti e, non a caso, sono anche i punti in cui il film mostra più il fianco. Ok, un bel tentacolo pixellato ha sempre il suo fascino, ma stona con la corporalità del resto della pellicola, bella concreta e aderente al reale.

Certo, sul finale i toni devono un po’ esagerare, altrimenti il pubblico si annoia. Così, tra dozzine di make-up prostetici ben realizzati, il possente Dagon deve comparire almeno un istante per dominare la scena e sottolineare la sua superiorità; fortunatamente, per la realizzazione del Dio Esterno, un budget più cospicuo sembra esser stato impiegato. È poco più che un flash improvviso, ma il climax è costruito alla perfezione, ben scandito dalle liturgie sacrileghe in onore di Cthulhu, e coincide con il momento più cattivo e scorretto del film, che pur non lesina momenti turpi durante la sua ora e mezza di durata.

Completano infatti la visione un paio di scuoiamenti, qualche gola tagliata e i terrificantissimi lamenti degli Imbocanos, metà umani e metà tentacolari, le cui sonorità ricordano per frequenze e pelli d’oca provocate le nemesi che infestavano survival horror paurosissimi del calibro di Forbidden Siren o Silent Hill.

Un piccolo film per gli amanti del brivido classico e delle suggestioni del solitario di Providence; era il 2001 e di lì a poco altre suggestioni, quelle orientali, si sarebbero imposte sul panorama orrorifico mondiale. Non fu per forza di cose un male, ma quali che siano le ragioni, film pragmatici come Dagon, ormai, non ne escono più. Peccato.

PRO
Atmosfera superlativa

CONTRO
Momenti digitali deleteri

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray Import.

Re-Animator

Posted: 5th May 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Bruce Abbott, Barbara Crampton, David Gale, Jeffrey Combs, Robert Sampson, Gerry Black, Al Berry, Peter Kent, Carolyn Purdy-Gordon
Regia: Stuart Gordon
Durata: 86 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 1985

VOTO:

In programma ci sarebbe dovuta essere la recensione di Highlander ma, come fattomi giustamente notare sulla nostra Pagina Facebook, su quel film son state già spese fin troppe parole di commento e sarebbe preferibile qualcosa di più “nascosto”, di meno noto.
Così, sempre partendo dal monito tardo-romantico dei QueenWho wants to live forever, when love must die? -, ho deciso di trattare un altro film a tema immortalità, meno toccante ma condito da pesanti dosi di splatter, come meglio ci si addice.

Chi vuole vivere per sempre?, dicevamo. Di sicuro il dottor Herbert West che, per ovviare alla sconveniente dipartita dei propri cari e delle persone amate, unico svantaggio degno di nota di un’esistenza eterna, sintetizza un siero dall’invitante colorazione fluo capace letteralmente di resuscitare le persone dal sonno della morte.
Il problema sta nella dose da somministrare in proporzione alla freschezza del cadavere.
È possibile risorgere un cadavere mezzo decomposto con una bella pera intracervicale di siero fluo, ma gli esiti diventano grotteschi.
Su un corpo stecchito di fresco, invece, basta una peretta leggera per rianimare il defunto e fargli preservare quel minimo di raziocinio indispensabile alla vita in comunità. Comunità di esseri umani e non scimmie, per inciso.

Re-Animator, firmato da un esordiente Stuart Gordon (e prodotto dal compare Brian Yuzna) nel 1985, è diventato cult proprio per l’aver saputo sfruttare un tema così ancestrale (prelevato nello specifico da un racconto di Lovecraft, “Herbert West rianimatore”) rielaborandolo in chiave moderna e puntando tutto sulla violenza e sull’umorismo macabro.

Re-Animator non si prende mai sul serio, né quando la colonna sonora parodizza il tema principale di Psyco, né quando, in apertura di film, si indugia più del dovuto su un poster dei Talking Heads, presagendo quella che sarà una delle sequenze più celebri del film, in cui West decapita il primario che vuole fottergli la scoperta, salvo poi rianimare in separata sede testa e corpo che si produrranno in una sequela di gag slapstick culminanti in un tentativo di cunnilingus sul corpo nudo della figa di turno.

Il siero stesso ha più l’aspetto di una rinfrancante bibita per sportivi, un bel Gatorade fresco al gusto lime, che di un farmaco dagli effetti collaterali così micidiali.
Re-Animator riesce a intrattenere e a divertire, al massimo disgustare ma non far paura in senso stretto, proprio per il suo continuo altalenare tra serio e faceto. Ovviamente, se avete lo stomaco molto debole, il mio consiglio spassionato è quello di volgere lo sguardo altrove, magari su un cartoon della Disney, già che ci siete.

Nonostante la leggerezza di fondo, infatti, il film quando vuole sa essere veramente devastante, dal punto di vista grafico. Gli effetti gore prostetici sono una cannonata, anche quando a essere macellati sono evidenti pupazzi sintetici, e nel finale, in cui scoppia una apocalisse zombie nello spazio ristretto di una cella di obitorio, il sangue gronda veramente a litri.

L’apoteosi, proprio durante il troiaio conclusivo, è un intestino umano che, in overdose da siero fluo, si anima e impazza come un Boa constrictor, cercando di strangolare il povero West che, zitto zitto, fa pure la figura dell’eroe, pur essendo il primo dei figli di puttana.

Jeffrey Combs, grazie a questa interpretazione, diventerà un attore di culto per il genere, lavorando spesso proprio al fianco di Gordon, anch’esso in forte ascesa (ma sempre “relegato” alla serie B) di lì a poco.

La saga continua per altri due capitoli, Bride of Re-Animator e Beyond Re-Animator, sempre con Combs ma con Brian Yuzna in cabina di regia; tempo permettendo, ne leggerete la recensioni su queste pagine, a breve.

PRO
Tripudio di splatter e invenzioni visive

CONTRO
Qualche pupazzo, qua e là

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray Import.

Cabin Fever (2016)

Posted: 20th April 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Gage Golightly, Dustin Ingram, Samuel Davis, Matthew Daddario, Nadine Crocker, Randy Schulman, Louise Linton, George Griffith
Regia: Travis Z
Durata: 99 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO:

La compulsione a voler sfornare remake a un ritmo vertiginoso e insostenibile arriva al parossismo quando si comincia a rifare anche film recenti e per nulla datati nella fattura tecnica come Cabin Fever, del 2002.

La pellicola di Roth, straordinariamente in bilico tra grottesco, body horror e commedia caciarona, riusciva veramente a instillare la paranoia per il contagio, il terrore per il morbo e tutte quelle cosine simpatiche che, per un ipocondriaco come me, scatenano a vista un irrefrenabile prurito psicosomatico.

Sono usciti anche due sequel, uno a cura del sopravvalutato Ti West (il film è comunque divertente) e uno che funge da prequel, cattivo ma dimenticabilissimo.

Anziché realizzare un quarto capitolo, qualcuno a Hollywood ha deciso di realizzare un remake del primo film, paro paro, con due variazioni tanto per, ma per buona parte IDENTICO all’originale.
L’unica spiegazione plausibile che riesco ad attribuire a una simile operazione è questa: lo studios ha in mente uno script bomba sul tema di Cabin Fever, ma il primo film è ormai uscito 14 anni fa (come passa il tempo…) e i giovani merdosi di oggi figurati se lo conoscono o se si azzarderebbero mai a vedere un film così “vecchio”. Quindi, per ravvivare la consapevolezza della serie, si produce un remake usa e getta alla svelta, per educare i giovinastri e contestualizzargli il futuro sequel/quel cazzo che è…

…oppure niente, fanculo la logica, fanculo tutto, giriamo il remake perché c’abbiamo il cash e chissenefrega di quello che pensa il Death, che non conta un cazzo nell’industria cinematografica mondiale e probabilmente anche nell’universo tutto.

Cos’altro vi posso dire? Cabin Fever 2016 è pressoché identico a Cabin Fever 2002.
Aggiornato ovviamente agli standard dei nostri giorni (smartphones, videogiochi online, un po’ di Facebook nella simpatica ma implausibile scena dopo i titoli di coda), si differenzia ovviamente nella scelta degli attori e in qualche dinamica leggermente modificata, ma siamo sempre lì.
C’è sempre la scena di petting con la figa in decomposizione, c’è sempre la scopata coi brandelli di carne che vengono via, c’è sempre la depilazione al sangue nella vasca da bagno. C’è anche “l’uomo della baldoria” (più o meno) e il cagnaccio Dr. Mambo, non manca proprio nessuno. Si strizza l’occhio alla famigerata scena dei “pancakes”, salvo poi riproporla identica alla fine (manca il calcio rotante, vabbe’), il ché rende incomprensibile e superflua la prima citazione.
Manca però gran parte dell’ironia nera e politicamente scorretta del cinema di Roth, il ché è un peccato capitale, non tanto perché lo humour di Roth sia prezioso, quanto perché non si può trattare con eccessiva serietà un film che parla di una cricca di imbecilli mangiati vivi nel bosco da un’epidemia di fascite necrotizzante.

Gli effetti splatter sono di buona fattura anche se si indugia in qualche eccesso di violenza gratuita e assolutamente ingiustificato. Sul finale, una ragazza ormai corrosa dal virus mangia-carne implora il suo amico d’infanzia di porre fine alla sua agonia, e indovinate un po’ questo stronzo cosa fa? Cerca di tagliarle la testa a colpi di pala IN MEZZO AI DENTI. Delicatissimo, non c’è che dire…

I personaggi si comportano in maniera ancora più assurda e sono ancora più imbecilli, anche se certi frangenti mi hanno fatto pensare a un tentativo fallito di voler emulare il pathos splatter un po’ lacrimevole del remake de La casa (al cui prototipo il film di Roth sembrava rendere omaggio), purtroppo senza avvicinarvicisi neanche lontanamente.

Ve la riassumo facile, dai.
Se non avete visto il Cabin Fever originale di Eli Roth (qui produttore, quindi marchettaro), potete tranquillamente dare uno sguardo a questo remake; scorre via abbastanza indolore e qualche momento sadico ce l’ha. Certo, non vi sono motivi a preferirlo all’originale, nel caso vi fosse data la possibilità di scelta…
Se invece avete fatto i compiti a casa e il primo film l’avete già visto, eventualmente riguardatevi quello, a meno che il vostro interesse non sia quello di vedere un paio di tette nuove…

PRO
Se non avete visto l’originale…

CONTRO
L’inutilità fatta film