Creed – Nato per combattere

Posted: 3rd February 2016 by Death in Recensioni
Tags:

Interpreti: Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Tessa Thompson, Phylicia Rashad, Tony Bellew, Graham McTavish, Stephanie Damiano, Will Blagrove
Regia: Ryan Coogler
Durata: 133 min.
Titolo originale: Creed
Produzione: USA 2015

VOTO: ½

La diffidenza verso un progetto come Creed, nelle fasi iniziali della produzione, era più che doverosa.
Non si era neanche ben capito cosa avessero intenzione di realizzare, se uno spin-off paratelevisivo o una sorta di sequel apocrifo puramente commerciale per strizzare al massimo gli ossequiosi fan come noi, cresciuti a pane e Balboa. Accolsi la notizia storcendo il naso, devo confessarlo; temevo di trovarmi di fronte alla solita pacchianata senz’anima che sfrutta un nome famoso per fare un po’ di paperdollari, fare un po’ il figo tra i giovani e spezzare il cuore ai vecchi appassionati.
In maniera abbastanza inattesa, invece, Creed è un film estremamente auto-sufficiente, con una sua precisa identità personale e altamente emotivo, come mai mi sarei immaginato.

Figlio illegittimo del celebre Apollo Creed, Adonis (che è tipo il nome più figo del mondo; se mai avrò un figlio lo vorrò chiamare proprio così, fanculo al kitsch) viene cresciuto dalla vedova Creed che, pur non essendo la madre naturale e nonostante le corna, dimostra uno spirito caritatevole veramente esemplare.
Adonis vive un’esistenza agiata – è pieno di soldi e ha un buon lavoro da impiegato – ma sente fortissimamente il peso dell’eredità del padre e vorrebbe sfondare nel mondo della boxe professionistica, senza però sfruttare l’importante nomea che si porta appresso. Dopo essere stato snobbato dai migliori trainer della California, Adonis decide di ripartire da zero: cambia identità in Donnie “Hollywood” Johnson e si trasferisce a Philadelphia, per chiedere a un ormai anziano e stanco Rocky Balboa, che Adonis chiama affettuosamente Zio, di allenarlo per i ring che contano (all’attivo, infatti, ha solo una decina di match clandestini in Messico).
Dopo un’iniziale diffidenza, Rocky, un po’ per nostalgia, un po’ perché forse si annoia a non fare un cazzo tutto il dì, prende Adonis sotto la sua ala protettrice e lo inizia alla boxe hardcore a suon di allenamenti old school, come le terrificanti corse antelucane o gli inseguimenti di galline nel pollaio. Con mio sommo disappunto, però, nessun quarto di bue viene percosso a cazzottoni.

Ovviamente, alla fine Adonis competerà per il titolo mondiale contro “Pretty” Ricky Conlan, un violentissimo quanto paffuto boxer inglese, ma non sto a dirvi né il risultato finale, né il tortuoso percorso che il nostro campione in erba dovrà percorrere, anche perché ho visto il film decisamente in ritardo e voi tutti ve lo sarete già sparato molto prima di me.

Creed è un film che ha avuto il coraggio di rischiare.
Come Adonis, parte svantaggiato dalla pesantissima eredità che si porta dietro ma, proprio come il protagonista del film, si distingue per meriti propri e non derivanti dagli illustri trascorsi del brand. Ok, la presenza di un Sylvester Stallone più che mai livido e toccante è un biglietto da visita niente male, che oltretutto ha sdoganato il film in giro per le principali premiazioni mondiali, non ultima la prossima notte degli Oscar (sai che ridere, se vincesse? Vorrò vedere tutti i critici di merda cospargersi il capo di cenere e ammettere a denti stretti quanto sia stato grande). Ma il ruolo di Stallone è, per l’appunto, collaterale alla vicenda di riscatto personale e morale del figliol prodigo Adonis, interpretato in maniera decisamente caparbia da un Michael B. Jordan (nessuna parentela con il dio dell’NBA) al top della forma.
Non possono mancare le citazioni e le strizzatine d’occhio, quello è ovvio, poiché il film si rifà comunque alla mitologia di Balboa lunga ben 6 film, ed è necessario spiegare alcuni aspetti o dare dei brevi cenni di rispetto al passato. Ma sono tutti elementi gestiti con garbo e delicatezza, non si sconfina mai nel gratuito, mai nella forzatura, mai nell’ostentazione fine a sé stessa.

Ryan Coogler, semi-esordiente, dimostra di saperci fare sia come scrittore che come direttore.
Molto interessante, da un punto di vista registico, il primo incontro tra Creed e il sosia di Fedez. Girato interamente in piano sequenza, con la telecamera che accorcia sui volti contratti o spazia furiosa per tutto il ring, schivando ganci e jab come un professionista consumato, è un grande sfoggio di tecnica, cineticamente efficacissimo e perfetto dal punto di vista dell’immersione filmica, nonché uno di quei rari momenti di cinema in cui ti viene da chiedere “ma questo come cazzo hanno fatto a girarlo?”

Devo confidarvi un po’ di amaro in bocca per la scelta del villain di turno, Conlan. Interpretato dal vero pugile Tony Bellew, incarna sicuramente in maniera molto realistica un mediomassimo detentore di un titolo mondiale, ma essendo Jordan scolpito alla perfezione, ed essendo stati tutti gli avversari di Rocky all’apice della qualità muscolare – Carl Weathers, Mr. T, Dolph Lundgren, tutti fisici fitness pazzeschi – il povero Bellew fa un po’ la figura della mozzarella, con le sue tettine gonfie e i fianchi larghi, per quanto pesti duro come un fabbro, eh, di certo non andrei a criticargli il fisico di persona. Dopotutto è solo un mio capriccio estetico, ma avrei gradito ben altra presenza scenica.

Lo scontro finale, per ovvi motivi, rinuncia al long take in favore di un montaggio più canonico, e lo scontro è così forsennato e violento, così serrato che, sulle battute finali, mi son reso conto di essere preda di una furiosa tachicardia, oltre ad aver sradicato i braccioli del mio posto al multisala, artigliandoli per la tensione.
Pelle d’oca a mille sulla “resurrezione” di un Creed quasi al tappeto e quando, subito prima l’ultimo round, esplode un breve estratto da Gonna Fly Now, unico momento in cui il film gioca veramente forte sul fattore nostalgia, forse in maniera anche un po’ ruffiana, ma il risultato finale e così lirico da non potermi neanche minimamente azzardare a lamentarmi, glielo concedo, anzi, applaudo a piene mani. Una vera e propria apoteosi.

La mia speranza è che la saga di Rocky, in ogni sua forma, si fermi qui. Ho paura che anche Creed possa dipanarsi lungo una serializzazione che, per forza di cose, lo priverebbe della freschezza e sincerità che l’ha contraddistinto, magari in favore di un divertimento più caciarone, mai disdegnato ma oggettivamente dispensabile, in questo caso. In cuor mio, vorrei che l’epopea di Rocky Balboa e di tutti i suoi comprimari si fermasse in quell’ultima, meravigliosa inquadratura sopra la scalinata del Philadelphia Museum of Art, poesia totale, pura epica contemporanea.

PRO
La saga di Balboa diventa puro mito

CONTRO
Speriamo non proliferino i sequel…

Death si è venduto il culo???

Posted: 29th January 2016 by Death in News

Piccola comunicazione di servizio:

I più attenti di voi avranno notato, nel sito, la comparsa di un piccolo bannerino sulla sidebar laterale e la presenza di alcuni link a fondo pagina di alcune recensioni, in cui vi segnalo la disponibilità in home-video dei film in oggetto, acquistabili da Amazon.
Presto spiegato il motivo: ho deciso di affiliare Death Row ad Amazon.it e, nel caso decidiate di comprare un film dai suddetti link, mi verrebbe riconosciuta una piccola provvigione, circa il 10% sulla spesa (che non va a maggiorare il vostro prezzo in alcun modo), per avervi “raccomandato”. Allo stesso modo, qualora decideste di fare la prova gratuita del servizio Prime, Amazon mi elargirebbe ben UN EURO!

Chiaramente si parla di pochi spiccioli, non penso mica di fare gransoldi, ma in questo periodo di crisi nera anche un paio di centesimi in più possono tornare comodo. Alcuni forse avrebbero persino glissato sull’argomento, ma sono sempre stato trasparente e mi sembrava giusto segnalarvi questa piccola “novità”, che sostanzialmente non cambia alcunché.

Ci tengo a precisare che NON si tratta assolutamente di una richiesta di elemosina o di “click forzati”, che il diavolo mi fulmini se mai dovessi abbassarmi a tanto.
Ho cercato assolutamente la soluzione meno appariscente e più discreta per integrare questa “feature“, proprio perché odio i fottuti pop-up e i banner pubblicitari in mezzo al testo.
Si parla di cinema e di cinema si deve continuare a parlare.
Troverete solo una riga in più dopo i canonici PRO e CONTRO con un link testuale, finita lì.

Si tratta semplicemente di un “servizio” aggiuntivo (non richiesto, me ne rendo conto) che può tornare comodo a voi lettori, nel caso siate collezionisti e vi possa far piacere un link diretto al prodotto, e a me, nel caso riesca a tirar su qualche centesimo, che al massimo spenderei per rinnovare l’hosting al sito, visto che mi costa un rene ogni anno.

Quindi, non ho venduto il culo a una multinazionale. Death Row resta quello che era e sempre sarà.
Ma, sperando di non aver commesso nulla di increscioso o disturbante nei vostri confronti, vorrei provare questa carta…

Vostro affezionatissimo,

Death

Il replicante

Posted: 28th January 2016 by Death in Recensioni
Tags: ,

Interpreti: Charlie Sheen, Nick Cassavetes, Randy Quaid, Matthew Barry, David Sherrill, Jamie Bozian, Clint Howard, Griffin O’Neal, Chris Nash
Regia: Mike Marvin
Durata: 92 min.
Titolo originale: The Wraith
Produzione: USA 1986

VOTO: ½

Una banda di balordi motorizzati, capitanata dal ceffo Packard Walsh (Nick Cassavetes), spadroneggia per le periferie di Tucson, Arizona. Il loro passatempo preferito è ingaggiare delle corse clandestine contro poveri fessi, al fine di fottergli la macchina dopo averli doppiati a suon di motori truccati.
Non solo: per via del temperamento piuttosto violento di Packard, la gang si è anche macchiata di un terribile omicidio a sfondo amoroso, dopo aver sorpreso la bella Keri (Sherilyn Fenn), per la quale il ceffo nutre un sentimento più che morboso, a letto con un altro uomo.

Peccato che Jake (Charlie Sheen), il povero fusto rimasto vittima di questo raptus di gelosia, torni dall’oltretomba anelante vendetta in una scintillante veste futuristica, inspiegabile e senza senso, ma non per questo meno affascinante. A bordo di una minacciosissima Dodge M4S Turbo Interceptor, nera e dai vetri oscurati, comincerà a dare la caccia a ogni membro della banda, massacrandoli uno a uno in spettacolari incidenti stradali.

Il replicante, o per meglio dire The Wraith (in dialetto scozzese vuol dire “spettro”) – il titolo italiano non è il massimo dell’adattamento, anche se una volta tanto pare addirittura più calzante dell’originale -, è un piccolo film giovanilistico che incarna al massimo lo spirito degli anni ’80 – soleggiati, colorati, spensierati – ma, nonostante sia una pellicola di poche pretese, si impone come cult grazie allo sfoggio di scintillanti bolidi customizzati, sogno bagnato di ogni appassionato, e per via della sua sceneggiatura sfrontatissima che esordisce come un road movie per ragazzi un po’ ribelli per poi mutare in un film di fantascienza strutturato come un horror di tipo slasher.

Particolarmente curiosa è infatti la dinamica con cui il nostro “replicante” – tra un corteggiamento e l’altro, perché il discorso con la sexy Keri è rimasto in sospeso – massacra i propri aguzzini.
L’incipit vede le due parti in gioco sfidarsi in una corsa folle sull’autostrada; il replicante, dunque, grazie alla velocità supersonica della sua Turbo nera, supera di un po’ di distanze l’avversario e sparisce dalla visuale; l’epilogo, sempre pirotecnico, vede la Turbo nera tagliare la strada al lanciatissimo contendente che non può far altro che schiantarcisi contro in un mare di fuoco e fiamme. Nonostante l’esplosione, il nostro eroe è comunque capace di rigenerarsi e dileguarsi come nulla fosse.

Le sequenze automobilistiche sono veramente eccezionali, specialmente poiché non vengono utilizzati effetti digitali per rifinire gli stunt più pericolosi. C’è un passaggio fantastico in cui un paio di volanti della polizia si schiantano contro un rimorchio zeppo di auto, che deflagrano in un tripudio di lamiere e copertoni volanti, una roba veramente tanto pericolosa quanto spettacolare. Non a caso e malauguratamente, un operatore rimase ucciso proprio durante le riprese di uno di questi inseguimenti. Questo è il fascino old-school talvolta fatale che quasi 20 anni dopo Tarantino avrebbe rievocato in Grindhouse – A prova di morte.

L’aspetto più conturbante del film, aldilà del vedere un giovanissimo Charlie Sheen ancora lontano dagli eccessi che lo avrebbero portato alla dipendenza dalle droghe prima e a contrarre l’HIV poi, è la trama che, tramite un breve flashback e senza addurre motivazioni aggiuntive, riesce a imbastire un carrozzone ultrapop insensato e irresistibile che, con un po’ di ardire, si potrebbe definire come il Il corvo degli anni ’80, con l’hair metal al posto della musica dark, la calura dell’Arizona contrapposta alla perenne pioggia di Detroit e con una rassegna di supercar e un po’ di tette in bella mostra per fare scena.

Non a caso, anche se la critica specializzata lo maltrattò con valutazioni piuttosto caustiche (come al solito), Il replicante è ovviamente divenuto oggetto di culto per tutti i ragazzi cresciuti negli iperbolici eighties.
Divertente, esagerato, menefreghista, anche un po’ cazzone: non un film per palati raffinati, ma assolutamente intrigante per i nostalgici e per chi cerca una serata vecchio stile all’insegna del disimpegno, o al limite per chi si gasa da pazzi con il metallo veloce dai capelli cotonati. La pazzesca colonna sonora comprende, tra i tanti, pezzoni di artisti del calibro di Billy Idol, Ozzy Osbourne e i Mötley Crüe.
Non credo serva aggiungere altro.

PRO
Superpop ’80

CONTRO
So bad, It’s good?

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.

Johnny Mnemonic

Posted: 22nd January 2016 by Death in Recensioni
Tags:

Interpreti: Keanu Reeves, Dolph Lundgren, Dina Meyer, Ice-T, Takeshi Kitano, Udo Kier, Dennis Akayama, Barbara Sukowa, Henry Rollins
Regia: Robert Longo
Durata: 117 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 1995

VOTO: ½

Johnny Mnemonic, il futuro è già qui…” recitava il flano promozionale del film, e alla fine il futuro è arrivato davvero.
Certo, in retrospettiva viene da sorridere di fronte alle ingenuità di sceneggiatura per nulla lungimiranti sull’avanzamento tecnologico, succede sempre così. La capacità cerebrale di Johnny, il miglior corriere mnemonico sulla piazza, consta ad esempio di soli 160 Gigabytes, senz’altro impressionanti in un periodo in cui il top di gamma sarà stato al massimo un Hard Disk da 2 Giga (il mio primo computer, un AMD K6-2 del ’98, “sfoggiava” la bellezza di appena 2,35 GB di memoria, costringendomi ad avere installato un solo gioco per volta), ma ben poca cosa nell’era cibernetica attuale in cui lo spazio di archiviazione è dell’ordine dei Terabyte e i supporti hanno ormai le dimensioni di ciò che in passato veniva genericamente etichettato come “chip“.

Johnny (Keanu Reeves), dicevamo, è un corriere neurale, c’est-à-dire una persona disposta a sovraccaricarsi le sinapsi di informazioni di contrabbando che andrà poi a scaricare lontano da occhi indiscreti. Tramite un overclock sinaptico, per cercare di memorizzare più files del dovuto (con un procedimento analogo alla registrazione in LP su videocassetta, ricordate?), Johnny si frigge il cervello e compromette in dati ivi stanziati, costringendosi a un delicatissimo intervento di estrazione che potrebbe renderlo un vegetale a vita.

La Yakuza, al soldo delle grandi corporazioni, se ne fotte del bon ton giapponese e comincia a dare la caccia al nostro Johnny, con l’unico intento di strappargli via il cervello dal cranio e farne un bel backup, ma il nostro eroe fugge aiutato da una congrega di hackers rivoluzionari, i LoTeks, che complottano sotterraneamente di colpire il sistema e salvare il mondo, afflitto dalla piaga nota come NAS, Nerve Attenuation Syndrome, ovvero “sindrome da attenuazione del sistema nervoso”. C’è tutto un discorso di protesta verso i colossi farmaceutici, ovviamente.

Il boss della mafia nipponica è un corrucciato Takeshi Kitano, mentre il suo scagnozzo più aggressivo è un nippoamericano (piuttosto scarso a parlare giapponese, lo ammonisce Kitano), Shinji, armato di frusta laser con la quale affetta corpi umani come fossero prosciutto cotto.
Tra le file dei LoTeks, invece, spiccano il rasta Ice-T, la donna-cyborg Dina Meyer ed Henry Rollins, selvaggio cantante dei Black Flag, qui nei panni incredibilmente posati del chirurgo Spider.

A un certo punto irrompe in scena un magnifico Dolph Lundgren, conciato da predicatore gesuita e armato di un crocefisso-pugnale con il quale punisce gli infedeli. È il cameo di lusso che corona una carriera mai esplosa veramente e che, di lì a poco, sarebbe deragliata negli abissi dello straight-to-video, prima dell’incredibile e prolifica rinascita della terza età.

Dopo un inizio decisamente esplosivo e ritmato, il film perde effettivamente un po’ di mordente nella parte centrale, per poi riprendersi nel concitatissimo finale a base di allucinazioni techno, interfacce computerizzate manipolabili fisicamente e commistioni body horror, un vero trionfo di trovate visive e di sotterfugi narrativi, giacché nel giro di un quarto d’ora tutti i buchi vengono tappati, talvolta anche frettolosamente, ma in maniera così esagerata e menefreghista che si chiude volentieri un occhio in virtù del divertimento.

Per quanto mi riguarda – e quindi probabilmente solo per i miei personalissimi e distorti gusti -, Johnny Mnemonic è forse il film che incarna al meglio ciò che viene comunemente definito cyberpunk. Qualitativamente parlando non sarà il miglior film della categoria, ma è anche uno dei pochissimi adattamenti da William Gibson (qui anche in veste di sceneggiatore), di cui però ho letto solo Neuromante, quindi non mi fingerò grande intenditore della sua produzione. Non sono neanche sicuro che Johnny Mnemonic sia una trasposizione fedele del racconto omonimo, ma se siete sintonizzati sulla mia stessa lunghezza d’onda, capirete bene che qualsiasi cosa abbia un cyber-delfino utilizzato come antenna parabolica vivente, beh, ha già stravinto tutto.

Forse un po’ naïf e ormai datata, si respira comunque un’intensa aria di Sprawl, che non è un modo fantasioso di etichettare le scorregge, ma è il contesto urbano post-apocalittico in cui hanno luogo le storie cyberpunk. Metropoli caotiche e inquinatissime, schiacciate da tecnocrazie che detengono le sorti dei poveracci, relegati in bassifondi un tempo lustri e ora lerci, mentre i ricconi se la spassano all’interno di attici lussuosi, incuranti della catastrofe umana che accade al di fuori delle loro torri d’avorio.
Più o meno ciò che accade, in maniera meno estremizzata, ai giorni nostri, se non fosse che le generazioni attuali si sono fatte fregare bellamente dai gingilli computerizzati coi quali si trastullano per non pensare alla loro miserabile vita. Che è il trionfo totale delle grosse multinazionali e la morte individuale dell’intelletto umano (disse lo sfigato che scrive su internet).

E siccome gli hackers odierni – o presunti tali – sembrano più impegnati a crackare i servizi online di Playstation e Xbox piuttosto che usare le proprie competenze a fini virtuosi, direi che siamo proprio nella merda.

PRO
Atmosfera cyberpunk perfetta

CONTRO
Prospetta un futuro merdoso comunque migliore del nostro

Disponibile su Amazon.it in DVD.

Il mio pensiero libero su Quo vado?

Posted: 19th January 2016 by Death in Dossier

È ufficiale: Quo vado? è il film con più spettatori in assoluto nella storia del cinema italiano, e si appresta a battere anche il primato di incassi detenuto attualmente da Avatar.

Avevo in mente di scrivere a riguardo un post al fulmicotone, ma forse è semplicemente il caso di perdere ogni speranza, defilarsi dalla folla con discrezione e lasciare che le cose seguano il proprio corso. Anche perché mi è sembrato di capire che criticare Zalone, di questi tempi, ti faccia etichettare automaticamente come “SNOB”.
“Vai a fare il radical chic da un’altra parte”, “continua a farti le seghe sui film cecoslovacchi con sottotitoli in tedesco”, mi sembra già di sentire gli improperi.
Il ché mi fa sorridere e amareggiare allo stesso tempo.

Sono da sempre in prima linea nella difesa del cinema popolare, di “genere”, e di tutto ciò che comunemente viene considerato di Serie B, ma qui si raggiunge il parossismo più incredibile. Non è una questione di avere la puzza sotto il naso o meno, stavolta, alla luce dell’incredibile risalto mediatico e della conseguente standing ovation pubblica, bisogna essere oggettivi e lucidi nella valutazione, senza voler peccare di boria né di troppa accondiscendenza.
Ritengo Quo vado? non solo un mediocre film comico – anche se posso capire che gran parte della mancata ironia possa essere attribuita al mio distorto senso dello humour -, ma quel che maggiormente mi addolora è vedere quest’ultima fatica di Zalone “spacciata” come critica e denuncia alla società italiana, come si trattasse di un film di contenuto capace di fare aprire gli occhi a un italiano medio che sprofonda sempre più in basso verso abissi di mediocrità, quando invece, a conti fatti, anziché educare o instillare sani dubbi etici, Quo vado? promulga, a mio avviso, concetti altamente deleteri e diseducativi.

L’italia va a rotoli ma non è un problema, perché tutto sommato siamo un popolo verace di simpaticoni che sanno farsi volere bene, nonostante la corruzione e la criminalità organizzata dilaghi in ogni dove e anche i comuni cittadini siano disposti a pugnalarti alle spalle per qualche biglietto da cento.

Non c’è critica costruttiva, non c’è catarsi, non c’è una reale presa di coscienza della situazione tale da voler innescare un cambiamento culturale. Si ironizza sul marciume ma se ne si approfitta anche, e non basta un puerile gesto di redenzione finale a beatificare una condotta scellerata lunga 80 minuti.
Per me questa non è critica, è darsi il cinque. Della serie: “sì, siamo merde, abbiamo tanti vizi, alcuni veramente spregevoli, ma tutto sommato siamo buoni… e poi anche nel resto del mondo non se la passano tanto meglio”.

Ognuno si diverte con ciò che vuole, e per me non c’è alcun problema se la gente si diverte con Zalone.
Buon per lui che ha trovato la formula giusta per diventare tormentone in maniera ciclica, laddove altri colleghi, in passato, hanno fallito a imporsi dopo il primo, esplosivo exploit (vi ricordate Il ciclone?).
Questo giusto per chiarire che non sono un hater, né mi importa di Zalone dal punto di vista personale.
Vi divertite con le sue battute regionali e i suoi caroselli sgrammaticati? Tanto meglio per voi!
Solo, ve lo chiedo per favore, non chiamiamola satira, tantomeno critica o denuncia sociale.

Ma questa è solo la mia personalissima opinione da SNOB, eh, non dategli troppo conto.

Certo, se avessi scritto il mio post al fulmicotone… oh, wait