Spy

Posted: 3rd August 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Melissa McCarthy, Jason Statham, Jude Law, Rose Byrne, Bobby Cannavale, Allison Janney, Miranda Hart, Raad Rawi
Regia: Paul Feig
Durata: 120 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2015

VOTO:

Se nella scorsa recensione, quella di Joker, mi sorprendevo di come Statham avesse provato a variare la propria formula recitativa da “tipo tosto di poche parole” in una leggermente più elaborata e “recitata”, figuratevi il mio stupore nel vederlo in questo Spy, commedione di grana grossa a tema spionistico.
Ma andiamo con ordine.

Bradley Fine (Jude Law) è un super-spione impeccabile, il top sulla piazza, fichissimo nonostante la stempiatura e imbattibile a botte nonostante il fisico efebico. In realtà, buona parte del suo successo è dovuta a Susan Cooper (Melissa McCarthy), suo supporto remoto pesante mezza tonnellata.
Durante una missione atta a neutralizzare un pericoloso ordigno atomico, oggetto di compravendita tra felloni di fama internazionale, Fine viene ucciso sotto lo sguardo in webcam della sua obesa partner, per mano di Rayna (Nicoletta Braschi Rose Byrne), “baldracca infernale” figlia di un boss precedentemente freddato proprio da Fine.

Prima che mi diate del visionario…

La situazione si prospetta quindi disperata: il petardo a megatoni è ancora in giro e il miglior agente segreto della CIA giace col cranio spappolato.
La cicciona, per via del suo aspetto assolutamente antisgamo, viene dunque mandata in missione impossibile sul campo, nonostante le proteste di Ford (Jason Statham), altro agente dai modi piuttosto bruschi e col 3×2 di sconto sulle parolacce.

La vicenda si articola in giro per l’Europa – Parigi, Roma e Budapest sono le affascinanti locations che fanno da sfondo all’intrigo – a suon di gag volgarissime, insospettabili brutalità splatter e un turpiloquio spinto ai massimi livelli, per la gioia di tutti gli incauti genitori che hanno portato i propri pargoli al cinema, pensando di ritrovarsi di fronte un’innocua commedia su una signora grassa un po’ imbranata.

La McCarthy invece, indubbiamente grassa e imbranata, è anche sboccata come uno scaricatore di porto e, non so tramite quale sortilegio malefico, riesce pure a sembrare credibile in alcune sequenze di combattimento. Certo, si sospetta l’utilizzo di controfigure imbottite, così come magheggi di montaggio, ma quel che importa è che nonostante la stazza bovina la McCarthy riesce a essere allo stesso tempo rocciosa e divertente, e ve lo dico in tutta sincerità. Sapete che mal sopporto gli obesi nei film, ma in questo caso le sue misure da elefante hanno un senso, in chiave comica e cinetica.
Immancabili ovviamente le battute sporche a sfondo sessuale, anche sulle tettone XXL di Melissa, che a quanto pare riscuote successo tra i più feticisti e si presta volentieri al gioco senza tradire imbarazzo alcuno.

Aggiungiamo anche che la storia, seppur classica, non disdegna qualche colpo di scena concatenato (in genere si tratta di un twist telefonato a cui ne segue un altro, meno scontato), un livello di azione generale di buona fattura nonostante alcune inesperienze registiche e alcuni effetti in digitale semiamatoriali, e pure un ottimo cameo di 50 Cent, ormai lanciatissimo nel mondo della celluloide a 360°.

Sarebbe ipocrita, però, dire che mi aspettassi tutto questo da un film come Spy. Io ovviamente sono entrato in sala solo per vedere quello che avrebbe combinato Statham, convinto dalle fugaci acrobazie immortalate nel trailer. In realtà, e mi duole “spoilerarvelo”, perché io non me l’aspettavo minimamente, qua Statham interpreta il suo ruolo più comico e farsesco, per certi versi anche più folle dei due Crank. Il suo Ford, infatti, si presenta come un tipo durissimo e capace delle prodezze più eroiche, vantandosi di essere riuscito persino a sostituirsi “in maniera convincente” a Obama di fronte al Congresso. Invece si tratta di un cialtrone di prima categoria, abile nella rissa ma più abile con la lingua (no pun intended) e persino più maldestro della sua ciccionissima comprimaria. A giudicare dal provino, io mi sarei aspettato che lui fosse il figo della situazione, quello che raddrizza i pasticci della McCarthy, quindi in un certo senso dovrei ritenermi deluso… e invece NO, perché la situazione è esattamente l’opposta ed è una delle cose più spassose del film, veramente straniante e divertente.

Certo, non dimentico che il buon Jason esordì proprio in chiave umoristico-grottesca nei film di Guy Ritchie, ma sembravano ormai tempi andati, rimpiazzati da un laconico machismo che avvince sempre i fans, ma probabilmente gli preclude il plauso di un pubblico più vasto. E Jason se la cava veramente alla grande, a ringhiare oscenità e sparate narcisistiche totalmente implausibili. Del resto anche The Rock, ormai il più duro in circolazione, non disdegna di fare il buffone in ruoli più leggeri, perché sa bene che il ritorno pubblicitario e la maggior esposizione mediatica sono un vero toccasana per la propria carriera, se non si vuole finire come il povero Lundgren o altri duri ormai stagionati, relegati in scalcinati action di serie B (con tutto il rispetto eh, ma non credo ci sia il bisogno che lo specifichi).
Quindi, ben venga uno Statham arcigno ma autoironico, uno Statham che sa dimostrare in maniera eccellente di non essere solo “quel tipo pelato, muscoloso, che picchia tutti e non parla quasi mai”.

In definitiva, Spy è un comico piuttosto riuscito, volgare come piace a me, roboante come piace a me, e con gli attori che piacciono a me. No, non parlo della cicciona. In ogni caso, il filone spionistico pare rivivere una seconda giovinezza. Oltre al nuovo episodio di James Bond, Spectre, che si prospetta dominante al botteghino, quest’anno abbiamo avuto anche l’ottimo Kingsman e sono di prossima uscita Operazione U.N.C.L.E. con Henry “petto bomba” Cavill e Mission: Impossible – Rogue Nation, con il sempreverde Tom Cruise.

Purtroppo, il regista Paul Feig sarà invece artefice del futuro reboot di Ghostbusters, quello con cast esclusivamente femminile, con ancora la McCarthy nel ruolo di una delle acchiappafantasmi. Il ché mi rende moralmente difficile ammettere che questo film sia riuscito, e anche solo valutare la possibilità che il suo prossimo lavoro possa essere di buona fattura. Ma, come già ribadito sulla pagina Facebook, farò semplicemente finta che non ci sia alcun nuovo Ghostbusters in lavorazione, volgerò altrove lo sguardo di fronte al primo trailer e passerò dritto dinanzi i posteroni al multisala. Quel film, per quanto mi riguarda, non esisterà.

PRO
Volgarissimo, violento, gran divertente

CONTRO
Gli integralisti di Statham potrebbero rimanere delusi

Uomo d’acciaio – Pumping Iron

Posted: 30th July 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Arnold Schwarzenegger, Lou Ferrigno, Franco Columbu, Mike Katz, Ed Corney, Ken Waller, Serge Nubret, Robby Robinson
Regia: George Butler, Robert Fiore
Durata: 85 min.
Titolo originale: Pumping Iron
Produzione: USA 1977

VOTO:

Arnold Schwarzenegger compie 68 anni ed è più in forma che mai. Oggi, per celebrare l’avvenimento e commemorarne la carriera, vorrei soffermarmi su qualcosa di meno mainstream delle sue pellicole classiche, anche se tutti gli Arnold fans duri e puri conosceranno già benissimo ciò di cui mi appresto a parlarvi.

Si tratta di Pumping Iron, da noi traslato in Uomo d’acciaio, perché “Pompando ferro”, evidentemente, appariva troppo sofisticato e ambiguo ai distributori italiani.
Eppure la sinestesia è perfetta, perché rappresenta in pieno lo “sporco” lavoro del bodybuilder professionista, sempre alla ricerca del pompaggio estremo, sollevando furiosamente decine, centinaia di kg di freddo metallo. Per molti è una professione, per altri (me compreso) è più che uno stile di vita, oserei sbilanciarmi definendolo una ragione per vivere. Il cosiddetto “pump“, quello che Arnold paragonava a un orgasmo (aiutato senz’altro dal doppiaggio italiano che lo traduce in “pompa”), è senza dubbio una delle sensazioni più soddisfacenti per un cultore del fisico. Il sangue impazza attraverso le vene, la pelle che ricopre il muscolo è tesa allo spasimo, come volesse lacerarsi sotto la pressione di migliaia di fibre desiderose di diventare più grandi, anelanti l’ipertrofia. Questa è pura filosofia del corpo e, per simmetria, della mente.

Perché Pumping Iron servì proprio a sfatare il mito del macho “tutto muscoli e niente cervello”. Dietro la preparazione di ognuno dei valorosi atleti in corsa per il Mr. Olympia di Pretoria, anno 1975, non c’è solo lo sforzo necessario ad agitare in aria dischi di ghisa e bilancieri arruginiti, nossignori. Il bodybuilding è una questione mentale, che prefigura il superamento dei propri limiti – e in ultima istanza dei limiti umani – attraverso il dolore, la fatica, l’abbattimento delle naturali barriere corporee e cerebrali. “No Pain, No Gain” dicono in America, e questo è ciò che Arnold, parallelamente a Ferrigno e tutti gli altri enormi contendenti, ci dimostra attraverso i concitati workout, spesso comprensivi di esecuzioni al limite della follia biomeccanica.

Discorso doping a parte, abilmente schivato con un tono generale più tendente alla commedia che alla cronaca, lo spettatore completamente avulso al contesto ginnico si domanda chi cazzo gliel’abbia fatto fare, di andare a martoriare ogni giorno i propri muscoli con esercizi massacranti e diete rigorosissime, mentre i suoi coetanei (non compagni di allenamento, beninteso) festeggiavano in ristoranti, bar e discoteche la propria giovinezza, godendosi i piaceri più beceri della vita? La risposta è l’ambizione eroica di voler trascendere la corporalità, di raggiungere il super fisico che domina le platee e consegna la propria effige, il proprio ego, alla storia, alla pari degli eroi mitici della letteratura greca.

"Dominare le platee"

“Dominare le platee”

Un compito arduo, poiché la superumanità prevede, paradossalmente, anche una parziale perdità dell’umanità, come illustrato dalla shockante rivelazione di Arnold, che dichiara di non aver potuto partecipare al funerale del padre poiché doveva prepararsi per una gara. In realtà, Arnold andò a quel funerale, così come stette accanto al padre morente negli ultimi istanti della sua vita. Semplicemente, accettò di recitare quella parte (si mormora che accadde davvero, ma a un altro culturista), incurante di ciò che avrebbero potuto pensare di lui gli spettatori, per dare una dimensione estrema ma concreta del loro mondo, di ciò che una vita votata al culturismo comporta. Non si scherza con l’acciaio. Lo diceva Crom, ne forniva un’ottima parafrasi Steven Seagal in Ruslan: “Tutti vogliono diventare dei duri, ma nessuno vuole pagarne il prezzo”.

Nonostante i tempi siano cambiati, la chimica abbia fatto passi da gigante e i campioni dell’Olympia siano sempre più gross(olan)i (seppur la loro missione sia ancora, in un qualche modo, eroica), Arnold continua a incarnare il modello perfetto di bodybuilder, con le sue proporzioni classiche, titaniche ma ancora umane, benché superiori alla mediocrità della massa, priva di masse. Arnold Schwarzenegger è diventato leggenda, è diventato immortale, è parte integrante della storia moderna, della cultura fisica e della storia del cinema. Pumping Iron ne è la perfetta apologia.

PRO
Un solo nome: Arnold Schwarzenegger

CONTRO
Si glissa sul doping, ma il discorso verte su altro

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Joker – Wild Card

Posted: 28th July 2015 by Death in Recensioni
Tags: ,

Interpreti: Jason Statham, Michael Angarano, Dominik García-Lorido, Hope Davis, Milo Ventimiglia, Max Casella, Stanley Tucci, Sofía Vergara
Regia: Simon West
Durata: 92 min.
Titolo originale: Wild Card
Produzione: USA 2015

VOTO:

Nick Wild è un tipo tosto che fa il duro a Las Vegas, con una dipendenza da gioco d’azzardo alle spalle e tanta voglia di svoltare. Viene ingaggiato come bodyguard da un riccone un po’ sfigatello, in modo che possa giocare indisturbato con qualcuno di minaccioso a proteggerlo. Parallelamente, Nick viene assoldato da una chica piuttosto hot, vittima di pestaggio & stupro, per identifcare il suo assalitore, un altro riccone fisicato e intrallazzato con la mafia. In realtà la chica sfrutta Nick per castrare Mafia Boy con un paio di cesoie, ma siccome la situazione degenera Nick è costretto a massacrare un paio di scagnozzi, attirandosi le ire dei Big Boss.
Dopo avergli fottuto una quantità cospicua di paperdollari, Nick è a un bivio: scappare con i soldi o moltiplicare il tutto con una spericolata, ultima notte al casinò?

Remake di un film anni ’80 con Burt Reynolds, Joker (in originale Wild Card) è un action modesto ove Statham, una volta tanto, non è poi così duro come al solito. Al contrario, è un personaggio parecchio in bilico tra manie depressive e istinti omicidi. Nel prologo del film, per esempio, le busca da un pelato flaccido che vuole far colpo su quella bomba atomica di Sofía Vergara. Statham, in combutta col pelato, è disposto a farsi umiliare pur di guadagnare qualche centone, mentre in un altro film lo avrebbe tempestato di cazzotti, rapinato e poi sarebbe fuggito con la sexy Vergara.

Capiamoci, al momento giusto, ovviamente, mena anche un sacco le mani. A un certo punto c’è una scena pazzesca tra tavoli da gioco e roulette dove corca di botte una decina di gaglioffi che è da applausi. Però c’è anche qualcosa in più oltre al consueto stereotipo dell’uomo senza macchia e senza paura. Il momento in cui Nick si ritrova con un bel po’ di grana e col demone del gioco subito pronto a rodergli il cervello è esemplificativo in tal senso, soprattutto considerato l’epilogo della folle giocata che non vi spoilero ma che non faticherete a indovinare.

Disilluso all’estremo, il copione gli regala anche un bel campionario di battute acide che spiccano rispetto al macho bravado a cui ci ha abituato in questi anni.
È altresì vero che a supportarlo c’è un buon cast di comprimari, come un viscidissimo Milo Ventimiglia, pompato a dovere in body center, e un sempre rassicurante Stanley Tucci con puntuale parrucchino annesso (ormai fa a gara con Nicolas Cage).
Dirige con professionalità il veterano Simon West, lo yes man dietro Expendables 2.

Nonostante tutto, il film ha floppato terribilmente negli States. A fronte di un budget di 30 milioni, è riuscito a raggranellarne appena uno e mezzo.
Certo, non si tratta mica di una pellicola fondamentale, tantomeno con le qualità giuste per sfondare al botteghino, tette della Vergara a parte. Però è sempre scoraggiante vedere un esponente di uno dei propri generi cinematografici preferiti fallire così miseramente, per poi vedere le classifiche dominate da porcherie iperpubblicizzate qualitativamente ben peggiori.
Per questo, non posso fare a meno di supportarlo.

PRO
Uno Statham alternativo, ma sempre tosto

CONTRO
La Vergara non è nuda

Poltergeist (2015)

Posted: 22nd July 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Sam Rockwell, Rosemarie DeWitt, Jared Harris, Saxon Sharbino, Nicholas Braun, Jane Adams, Kennedi Clements, Kyle Catlett
Regia: Gil Kenan
Durata: 93 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2015

VOTO:

Trovo superfluo parlarvi del film originale, dei suoi travagli produttivi, degli scazzi tra Tobe Hooper e Spielberg successivamente insabbiati, sicuramente sapete già tutto. Poltergeist, nonostante la sua difficile gestazione, rimane un film cult del suo tempo, sicuramente efficace e ispiratore di decine di epigoni, nonostante lo zampino malefico dello zio Steven. Ciononostante, gli ormai disperati produttori hollywoodiani non hanno trovato niente di meglio da fare che realizzarne un remake, e a noi tocca cuccarcelo, anche in 3D.

La storia è sempre quella. Una famiglia di sfigati, capitanata da papà Sam Rockwell, si trasferisce in una villetta edificata sopra un antico cimitero, ma loro non lo sanno. Le anime irrequiete dei defunti cominciano a fare casino e scoppia un macello di proporzioni bibliche. La famiglia chiama gli acchiappafantasmi e il casino degenera ulteriormente, fino a un pirotecnico finale dove le carcasse putrescenti emergono dalle viscere della terra, portandosi dietro il nauseabondo olezzo dell’oltretomba (anche se, inspiegabilmente, a nessun’altro nel quartiere pare fregare un cazzo).

Ovviamente l’originalità non è di casa, nossignori. La situazione qui è disperata. Non basta che il film sia un remake, non ci si preoccupa neanche di evitare i più fastidiosi stereotipi del genere. Appena arrivati, la piccola di casa comincia a parlare da sola, il bambinetto cagacazzo con la fifa del buio avverte le presenze ma viene preso per pazzo, già dalla prima notte gli elettrodomestici cominciano a sfanculare… non manca proprio nulla.

Ok, almeno la situazione ci mette un po’ meno del solito a farsi a merda, per cui si evitano noiosi momenti filler. Il problema è che pure quando la storia sembra ingranare, lo spettatore abbastanza colto è comunque impossibilitato a lasciarsi avvincere.
Fate voi un po’ il conto. Poltergeist è uguale al suo prototipo (salvo lievi modifiche, alcune presentati anche a mo’ di scherno come la battuta sul cimitero indiano), visto quello avete visto pure il remake, quindi zero sorprese, zero curiosità, zero suspense. Accade tutto quello che deve accadare, previdibile, scontato, e non bastano i moderni effetti speciali a salvare una storia ormai risaputa. Questo remake non ha avuto neanche le palle di variare la formula, come invece fece Insidious, sorta di remake apocrifo con tutt’altra messa in scena e ben più spaventoso, al netto degli jump scares.

Ci si rende conto che un remake non ha senso di esistere quando questo, nonostante la moderna confezione patinata, appare ben più datato del modello di riferimento. Basti vedere come questa ciofeca eviti accuratamente di mostrare l’ormai mitica scena del tizio che si strappa la faccia allo specchio, sostituendola (almeno concettualmente) con una dove Rockwell vomita melma e qualche vermicello, per nulla all’altezza.

Insomma, va bene il caldo, va bene tutto. Ma se cercate qualcosa di inedito, scappate il più lontano possibile da questo film.

PRO
Almeno dura poco

CONTRO
Inutile

Terminator: Genisys

Posted: 19th July 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Arnold Schwarzenegger, Emilia Clarke, Jai Courtney, J. K. Simmons, Jason Clarke, Matt Smith, Byung-hun Lee, Brett Azar
Regia: Alan Taylor
Durata: 119 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2015

VOTO:

Sin dalla fase di preview, avevo dubitato parecchio di Terminator: Genisys.
In primis per un casting che puzza di merda, in secondo luogo perché ne abbiamo tutti le palle piene di sequel inutili fatti solo per allungare il brodo e recuperare qualche spicciolo.
Poi però uscì il primo trailer, ed era pieno di Schwarzy. E voi lo sapete bene, che io ad Arnold non posso resistere. Era proprio ciò che era mancato a Salvation, non inguardabile ma neanche memorabile. Tenendo la stessa impostazione ma aggiungendo dosi massicce di Arnold, si poteva combinare qualcosa di buono.
Poi, però, uscì un secondo trailer, che oltre a essere pieno di Schwarzy era anche pieno di spoiler, anche piuttosto pesanti. In pratica un suicidio commerciale. O astuta manovra psicologica? Insomma, cast sbagliato in partenza, sceneggiatura sputtanata nei provini… l’unica attrattiva pareva essere uno Schwarzenegger in gran forma. Poi vabbe’, puerile tentativo in extremis di salvare la baracca con tutta la PR bullshit collaterale di James Cameron prezzolatissimo che dice che il film è una bomba, ma non gli ha creduto nessuno.
Ora Genisys esce in sala, e posso finalmente sentenziare.

Un flash forward nel futuro ci informa che John Connor sta per fare il culo a Skynet. Peccato che quest’ultima sfoderi il solito asso nella manica, ovvero mandare un Terminator indietro nel tempo ad ammazzare Sarah Connor. Esatto, ancora una volta.
Torniamo allora nel passato, precisamente nel 1984, in una sequenza che ricalca per filo e per segno il prologo del primo Terminator di Cameron. L’impatto è senz’altro efficace, perché il fattore nostalgia è sempre una bastardata a cui è difficile resistere. Old Arnold affronta Young Arnold, ma non è uno spoiler perché ce l’avevano già sputtanato nel trailer. Lo scontro metterebbe addosso anche una certa esaltazione, ma dura pochissimo ed è risolto in maniera sbrigativa. Ammirare il super fisico di Schwarzy anni’80, anche se ricreato a computer, è comunque sempre un grande spettacolo.

Si cerca di revisionare le scene dei vecchi film, alcune riprese in copia carbone, a colpi di paradossi temporali e riscritture assurde, col risultato che i precedenti capitoli vengono messi in discussione (ed è un sacrilegio anche solo pensarlo) e lo spettatore rischia di non capirci più un cazzo con le timelines alternative. Ok, è il limite principale dei film che trattano i viaggi temporali, ma in questo caso un sequel sta avendo la presunzione di invalidare i precedenti capitoli, reato aggravato ulteriormente dal voler contrapporre Alan Taylor a James Cameron.

Scoppia un po’ di roba a caso. Il T-1000 non è più Robert Patrick ma un koreano scelto solo per attirare le teenagers fissate col K-pop in sala.
John Connor a metà film si rivela essere un Terminator, ma anche questo ce l’avevano già sputtanato dal trailer.
Ormai impossibilitato a stupirmi di qualcosa, registro un paio di scene di azione dove Arnold fa il gradasso, qualche effetto speciale prepotente e altri un po’ pedestri ma anche un’enorme razione di ironia fuori luogo, il secondo grosso sacrilegio del film. Converrete con me che i primi due Terminator avevano un atmosfera cupa, grave, spezzata solo in frangenti ben precisi da brevi accenni di ironia, peraltro funzionali alla sceneggiatura, mentre Genisys infila la battutina, la mossetta, la faccia buffa, praticamente in ogni sequenza, col risultato che il senso di oppressione dei vecchi film cede il passo a un mood allegrone in cui scoppia tutto e nessuno sembra mai esserne particolarmente preoccupato. L’ironia a tutti i costi è un male endemico del cinema attuale, a cui pochi sembrano riuscire a resistere. Alan Taylor non è uno di questi.

Passiamo all’ultima, pesantissima, nota dolente del film. Il cast.
Emilia Clarke fa Sarah Connor. Io Emilia non la conosco, ma so che fa quella fighettata de Il trono di spade, che non ho mai visto perché il fantasy mi fa cacare sangue. Bene, Emilia è alta un metro e una cappella, ha il faccino spaurito e gli occhioni da cerbiatto, fa una tenerezza assurda. Peccato che Sarah fuckin’ Connor dovrebbe essere il tipo di donna capace di castrarti a mani nude e finirti a gomitate sul naso. Ve le ricordate le braccia striate di Linda Hamilton? Davano l’idea di potenza, di virilità in un bel corpo femminile. Solo poche donne possono permetterselo senza sembrare virago o mostruosi transessuali. Invece la Clarke è paffuta, coi bracciotti tozzi, il culo un po’ cicciotto, continua a farmi una tenerezza assurda. Ma si sa, una scelta di casting simile garantisce l’affluso di tutti i fan della serie TV (altro male endemico dei giorni nostri) al cinema.
Jai Courtney fa Kyle Reese. Scusatemi, ma non ce la faccio a fare il paragone con Michael Biehn. Davvero, non ci riesco, non è possibile. Jai avrebbe anche il fisico, peraltro improbabile in un contesto post-apocalittico, ma ha una faccia da scemo senza precedenti e sembra perennemente stralunato. Abbinato alla Clarke forse sarebbe pure coerente, ma si tratta comunque di una coppia disastrosa.
Jason Clarke fa John Connor cattivo, ma assomiglia a Enzo Salvi e mi son messo a ridere a ogni sua comparsata. Grugnisce frasi da cattivone di terza scelta, ma io, vittima di allucinazioni vivide, lo immaginavo continuamente dire “Mammamia comme sto!”.
Ci sarebbe anche l’inutile Matt Smith, sempre presente agli shooting fotografici promozionali, ma con mia somma gioia appare sì e no 2 minuti scarsi. Saggia scelta.

Terminator: Genisys quindi si prefigura come una sorta di sequel che è più un reboot, aggiornato ai fragorosi gusti dei giovani attuali e vagamente irrispettoso dell’intoccabile materiale di partenza. Ha addirittura l’ardire di osare un parallelismo tra Skynet, i social media e i cloud services, paraculata tra le più bieche, visto e considerato il leccaculismo sfrenato nei confronti delle nuove generazioni.
Non ho alcun problema nei confronti dei sequel, lo sapete bene. Parto dall’assunto che un brutto sequel non cancelli un ottimo prototipo, quindi non c’è motivo di incazzarsi. Come già detto, però, Genisys cerca di fare esattamente questo, sostituirsi ai vecchi film riscrivendone la storia. È un caso più unico che raro, ma continuerò a non incazzarmi. Basterà fare finta di niente, e andare oltre.

Ma allora questo Genisys è una merda completa?
Beh, dipende sempre dai vostri gusti e dalla vostre aspettative, come per tutte le cose. Rimane un ritmo elevato e un Arnold sempre splendido, anche se costretto troppo spesso a fare il giullare. È comprensibile, ormai va per i 70 e l’unica soluzione per mantenere viva la carriera è l’autoironia, ci sta.
Ma se penso a quanta paura fottuta faceva il suo incedere robotico e il suo sguardo inespressivo, 30 anni fa, mi rendo conto quanto invecchiare sia davvero una merda.
Se una buona sceneggiatura per voi è un optional e non ve ne frega un cazzo dello stupro di un classico finirete pure per divertirvi. Io stesso ammetto di aver trovato piacevoli alcune sequenze d’azione o qualche momento di puro fanservice. Anzi, tutta la prima metà del film è di livello quantomeno discreto, poi il film diventa terribilmente ridondante, anche se la presenza di Schwarzy rende tutto più bello. Ma non riuscendo a scrollarmi dalla mente il glorioso passato, il mio giudizio pende pericolosamente sotto l’asticella della sufficienza.

P.S. Occhio ai titoli di coda…

PRO
King Arnold

CONTRO
Sceneggiatura e cast di merda