Blob – Il fluido che uccide

Posted: 23rd June 2014 by Death in Recensioni
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Interpreti: Kevin Dillon, Shawn Smith, Shawnee Smith, Jeffrey DeMunn, Donovan Leitch, Ricky Paull Goldin, Billy Beck, Candy Clark, Beau Billingslea, Art LaFleur
Regia: Chuck Russell
Durata: 95 min.
Titolo originale: The Blob
Produzione: USA 1988

VOTO: 

Estate fa rima con film dell’orrore e recensioni stringatissime.
Colto da nostalgia fulminante, ieri sera mi sono risparato Blob – Il fluido che uccide, un film che da ragazzino mi aveva terrorizzato maledettamente. Rivedendolo a distanza di oltre 20 anni mi son reso conto del perché.

Nonostante si tratti di un remake e la trama sia la più classica possibile, da B-movie totale, l’odissea della cingomma rosa gigante convince tutt’oggi, nonostante l’età, per due validi motivi.

1) Gli effetti artigianali spaccano il culo ai passeri in volo. Mi dispiace ribadirlo ulteriormente, ma la CGI ha solo rovinato il genere più bello del mondo. Mi immagino un remake dove il Blob è digitale e impressiona non più di un culo sfatto in riva al mare.
Il Blob prostetico invece è disgustoso e vibrante, un enorme crème caramel fragoloso che ingloba tutto e tutti, senza scampo.
E da qui arriviamo al punto 2) e cioè che The Blob è splatter a calci in culo! Sfido io che da piccolo per poco non ci rimanevo secco. Qui c’è gente squagliata ogni 5 minuti, corpi fusi e compressi, masticati come un chewing-gum umano, un trionfo di corporalità distorta che se la gioca col finalone di Society.

E poi c’è l’imprevedibilità del classico film che se ne sbatte delle logiche di mercato. Il figo della situazione infatti finisce liquefatto dopo appena 20 minuti, lasciando le sorti del film sulle spalle del tamarrissimo Kevin Dillon (fratello di Matt), in blue jeans e chiodo di pelle.

La scena meta? Il Blob che irrompe in un cinema dove si proietta un clone sfigato di Venerdì 13.

La scena WTF? Sono indeciso tra il barbone sciolto su una branda d’ospedale, il cameriere triturato nello scarico di un lavandino o il bambino cagacazzo disciolto nelle fogne.

Cioè, insomma, cult totale.

Dirige lo specialista Chuck Russell, già in cabina di regia per Nightmare 3 (forse il sequel più riuscito, se si esclude il New Nightmare di Craven), quella bombetta di The Mask e L’eliminatore con Schwarzy.
Un tipo degno di rispetto, insomma.

Piccola curiosità: nel ruolo di un dottore c’è anche Jack Nance, l’indimenticabile Eraserhead del film di Lynch.

PRO
Il trionfo del make-up artigianale

CONTRO
Spero non ne facciano mai un ulteriore remake

Godzilla (2014)

Posted: 16th May 2014 by Death in Recensioni
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Interpreti: Aaron Taylor-Johnson, Ken Watanabe, Elizabeth Olsen, Juliette Binoche, Sally Hawkins, David Strathairn, Bryan Cranston, CJ Adams
Regia: Gareth Edwards
Durata: 123 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2014

VOTO: ½

Sono rari i film capaci di trascinarmi in sala alla premiére.
Uno di questi sarà senz’altro Expendables 3, l’altro è stato Godzilla ieri.
Non posso definirmi un vero esperto del lucertolone, ma è uno di quei personaggi che un bimbo cresciuto tra gli ’80 e i ’90 incorpora nel proprio DNA automaticamente, quindi ero piuttosto gasato all’idea di un film col budget esagerato americano ma con le intenzioni di rispettare le origini puramente nipponiche della saga.

E senza mezzi termini sentenzio che Godzilla 2014 è una figata clamorosa, roba che emana una potenza tale che in alcune scene a momenti non mi mettevo a piangere dall’esaltazione.

DISCLAIMER: Questa “recensione” contiene SPOILER ABBESTIA

La trama è sempre quella, l’uomo è una merda e fa le cazzate nucleari e giustamente emergono dalle profondità della terra dei mostri enormi e nervosissimi a ricordarci che sì, forse siamo la specie col cervello più performante, ma siamo anche dei microbi cagati al confronto delle bestie primordiali.

Se già scontrarsi con un orso non dev’essere proprio una passeggiata (sempre che si sopravviva), immaginate quando da una grotta nelle Filippine sorge un insettone alato alto 100 metri con gli occhi di fuoco e tanta voglia di fare casino.

Il leitmotiv del film è ultra-naturalista, anti-nuclearista e promuove un ideale di totale sottomissione agli antichi, o almeno questa è la mia interpretazione. Con tutta la buona volontà, trovandomi di fronte un sauro alto come un grattacielo e coi quadricipiti grossi come due reattori, difficilmente mi verrebbe da pensare alla mia esistenza come un diritto inoppugnabile, tuttalpiù mi prostrerei alle sue zampe venerandolo come il più poderoso degli dei e mendicando qualche ulteriore istante di vita.

In ogni caso, la razza umana è testarda e cerca in tutti i modi di cacciare dal globo questi colossi millenari per affermare la propria supremazia terrestre, AKA la presunzione più totale. Fortunatamente il film è abbastanza sagace da far sì che ogni contrattacco umano finisca irrimediabilmente in merda, perché, ripeto, è naturale che così sia.

Ancora più sagace nel tratteggiare le motivazioni dei mostri come puramente istintive e perciò legittimandole in senso assoluto. Certo, MUTO (acronimo di Massive Unidentified Terrestrial Organism) spacca parecchia roba, ma il suo fine ultimo è solo quello di trovare un nido confortevole per la prole, come farebbe ogni buon genitore, difendendola dagli attacchi ostili dei soldatini cagacazzo che continuano a tirargli missili contro.

E anche Godzilla, che si fa attendere parecchio ma quando entra in scena è un tripudio, non ricopre il ruolo di salvatore dell’umanità perché voglia a tutti i costi salvare il culo a noi miseri e patetici mortali, ma semplicemente perché è un predatore e i MUTO gli stanno sulle balle, tutto qui.

Lo scontro tra le due specie viene rimandato per tutto il film, stuzzicando a morte lo spettatore che vorrebbe il fracasso ma si becca l’introspezione dei personaggi, ma questo teasing stranamente funziona e accresce a dismisura il piacere nell’epilogo in cui le bestie si menano come pazzi tra le rovine di una città diroccata. La fatality + ruggito tipico godzillesco è roba da pelle d’oca e urla in stile hooligans.

Sono anche contento che Bryan Cranston muoia in fretta, perché io sono alternativo e Breaking Bad va troppo di moda, ergo mi sta sul cazzo. Fanboys, SVEGLIA! Cranston non è il miglior attore sulla faccia della terra!
Molto buono invece Taylor-Johnson, pompatissimo e convincente anche se affranto per quasi tutto il film (e vorrei vedè…).

Ma il più convincente è ovviamente Godzilla, finalmente fedele al look originale e splendidamente tridimensionalizzato in digitale come esigono gli standard attuali.
Scansato il rischio pupazzone, restava giusto il problema di gestire al meglio la sua comparsa e, come già detto, il film costruisce in maniera perfetta una tensione crescente che esplode nella fragorosa bagarre finale. Nel caso ve lo chiedeste, sì, Godzilla spara il suo famoso ruttone atomico (realizzato in maniera intelligente e tutt’altro che cartoonesca) in un’altra sequenza degna di cori da stadio.

E poi basta, non c’è altro da dire. Non aspettatevi una cafonata alla Pacific Rim (anche se, va detto, qualche stereotipo c’è pure qui) ma un monster movie bello teso, forse pure un po’ prolisso, ma con un climax ascendente da mutande croccanti.

PRO
The King of Monsters

CONTRO
Non ammetterò mai che Cranston sia bravo

amazingspiderman2Interpreti: Andrew Garfield, Emma Stone, Jamie Foxx, Dane DeHaan, Campbell Scott, Embeth Davidtz, Colm Feore, Paul Giamatti, Sally Field, Felicity Jones
Regia: Marc Webb
Durata: 142 min.
Titolo originale: The Amazing Spider-Man 2
Produzione: USA 2014

VOTO: 

Tutti i miei haters si aspettano che distrugga The Amazing Spider-Man 2 per potermi denigrare e io non posso che accontentarli, trattengo la diarrea da troppo tempo per non scaricarla in una simile occasione.
Non che lo faccia per partito preso, ma Spider-merd 2 è brutto davvero.

Sarà che la faccia da schiaffi di Andrew Garfield mi provoca una colica sin dai primi minuti, ma quel poco di hype che avevo (dovuto perlopiù a un trailer montato in maniera egregia… ma ci torneremo dopo) svanisce nella convulsa sequenza iniziale, dove un Giamatti al limite della parodia, in tuta da ginnastica e accento russo da barzelletta, si fa infinocchiare da un dinoccolatissimo Uomo Ragno che fa lo splendido di fronte alla folla in adorazione.

Mesi e mesi di immagini promozionali ci rivelavano che Giamatti avrebbe interpretato Rhino, ma finisce incaprettato dopo appena 10 secondi. Boh!
Durante il breve scontro, Spidey salva Jamie Foxx che stava per ricevere un taxi in piena testa. Per inciso, la testa di Foxx ospita un orrendo riportone gellato perché i produttori vogliono farci credere che Jamie, nonostante la mascella cesellata e il fisico da toro, sia un povero nerd impacciato.

Casa sua è pure peggio: dopo il salvataggio, Jamie va in fissa con il ragno al punto tale da tappezzare le pareti di sue immagini e fotomontaggi di scarsa qualità, in una scenografia che esteticamente ricorda il covo de L’enigmista nell’orrido (ma a me piace) Batman Forever.
Jamie, vessato dai suoi superiori, viene mandato il giorno del suo compleanno a fare una manutenzione straordinaria nei paraggi di alcune vasche contenenti anguille elettriche mutanti. Ovviamente ci finisce dentro perché nessuno dei suoi colleghi se ne sbatte di lui, al punto tale da preferirlo morto piuttosto che dargli uno straccio di aiuto. Un comportamento esemplare per il quale nessuno, neanche l’azienda, sembra pagarne le conseguenze.

Jamie diventa così Electro, un grosso puffo capace di sparare fulmini e saette e ricaricarsi infilando le dita nelle prese di corrente.

Pandemonio a Times Square, ma neanche più di tanto. Electro fa scattare qualche salvavita e tira giù un paio di insegne luminose prima di essere ridotto all’impotenza da un semplice idrante. Spidey dà il cinque ai pompieri e si sciacqua dai coglioni perché ha appuntamento con la sua figa, Gwen.

Nonostante Peter sia superdotato e Gwen una discreta topa, l’idillo tra i due non va tanto bene perché lui ha continue visioni del padre di lei che lo guarda serissimo perché boh, forse gli aveva giurato di proteggerla e bla bla bla, insomma, la stessa manfrina di sempre.
I due allora si mollano e Spidey comincia a stalkerarla dall’alto dei palazzi, cercando di trattenere l’impulso di schizzare il suo getto viscoso sopra di lei (la ragnatela… che avevate capito?).

Viene introdotto Harry Osborn, un Dane DeHaan che se mi pettinassi io così mi prenderebbero per il culo fino alla morte.
Harry viene a sapere dal padre Norman, ormai morente, che la sua famiglia è funestata da una maledizione terribile che li fa diventare verdi e con le unghie lunghe. Giuro che non ricordo benissimo le origini del Goblin fumettoso, ma così su due piedi quella filmica mi sembra una soluzione di sceneggiatura piuttosto stronza e sbrigativa.

In realtà c’è tutta una sottotrama riguardo il siero mutante di babbo Parker, strane sperimentazioni sui topi e computeroni supernascosti che rimangono in standby per oltre 20 anni, ma ve la risparmio.
Fatto sta che Harry, per non schiattare verdognolo e onicogrifotico, si spara in vena il siero tutto matto senza neanche controllare che l’ago fosse sterile.
E indovinate un po’?
Esatto, diventa il Green Goblin, non prima di aver indossato una supertuta high-tech casualmente riposta a due passi da lui.
Bisogna precisare che la trasformazione di Harry consiste nell’aver assunto un colorito giallognolo, che rispetto al verdone del padre è un miglioramento non da poco, avere i capelli cotonati all’insù e sghignazzare a raffica come il Joker, da bravo plagio quale è.

Nel mentre, Peter scopre l’orrendo segreto dietro la sparizione del padre ma sembra sbattersene il cazzo, l’inquadratura dopo è a fare il buffone con Gwen all’Oxford University. E proprio nel momento in cui i due si giurano eterno amore capisci dove andrà a parare il film.
Combattimento finale, Spider-Man contro Electro in una centrale elettrica, gran spreco di effetti digitali e il supervillain, potenzialmente imbattibile, si fa fregare come un pirla. Morto Electro, diligentemente arriva Green Goblin, che ha aspettato in disparte il suo turno perché attaccare tutti insieme non è leale ed è anche un gran bordello da renderizzare al computer.

Colpaccione di scena finale che tutta la sala aveva annusato da mezz’ora in cui lo schizzo di Spider-Man impallidisce di fronte alle long distances di Peter North e il film prende un’improvvisa piega drammatica che stona dibbrutto rispetto al mood cialtronesco che la pellicola aveva tenuto fino a quel momento.

Prima dei titoli di coda (durante i quali è stato inspiegabilmente proiettato un teaser degli X-Men dove la mia dea Jennifer Lawrence fa la break dance in faccia a dei soldati) ritorna anche Giamatti che, dismessa la tuta Adidas, veste una corazzatissima armatura piena di missili e diventa Rhino, ma lo vedremo in azione nel sequel, se mai ci sarà.

Tirando le somme:

Ho cercato di scriverne il meno possibile, ma il film è quasi completamente incentrato sulla storia d’amore impossibile tra Peter e Gwen. Vi giuro che, nonostante ci siano ben tre villains disponibili, il loro ruolo è marginale al massimo e non combinano praticamente un cazzo, riducendosi a comparire di fila nel maldestro finale che, dopo 2 ore e passa di smancerie, cerca di infilare un po’ di azione fuori tempo massimo. In pratica – e qui mi riallaccio al discorso di prima – l’action è tutta nel trailer, non dico cazzate. Il resto sono paranoie, crisi di coppia, flashback brutti e qualche cazziatone di Zia May.

Webb si dimostra più pratico con le love story piuttosto che con le sequenze dinamiche che gli gira praticamente il computer. Il prologo del film, girato all’interno di un aereo con attori in carne e ossa, è infatti confuso al massimo, mentre le sequenze spettacolo paura sono interamente digitalizzate (almeno Raimi si sbatteva di fare qualche carrello volante per poi appiccicarci sotto lo sfondo o, viceversa, gli attori su campi girati in location).

L’orrido sottotitolo italiano non fa che peggiorare le cose, promettendo un nemico veramente poderoso, ma alla fine della pellicola non è chiaro quale sia il terribile potere di Electro.
Essere un burattino senza cervello nelle mani del Goblin? Avere un tema che sembra una musichetta da circo, solo un po’ più incazzosa (forse l’unica cosa che mi sia rimasta impressa)? Non combinare sostanzialmente un cazzo di veramente pericoloso per tutto il film? Farsi imprigionare da una squadra di soldati comunissimi e rimanere incatenato per quasi metà film?
Forse quello di non poter mostrare il cazzo blu, nonostante l’innegabile somiglianza con il Dottor Manhattan (plagio #2), e quindi dover calzare un’improbabile tutina attillata gentilmente offerta dalla Oscorp.

Se solo non mi fossi annoiato a morte durante la visione, probabilmente neanche mi sarei posto il problema.

PRO
Mi sono liberato l’intestino

CONTRO
Sceneggiatura disastrosa

Captain America – The Winter Soldier

Posted: 18th April 2014 by Death in Recensioni
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captainamerica2Interpreti: Chris Evans, Sebastian Stan, Scarlett Johansson, Samuel L. Jackson, Anthony Mackie, Robert Redford, Frank Grillo, Cobie Smulders, Toby Jones
Regia: Anthony Russo, Joe Russo
Durata: 136 min.
Titolo originale: Captain America: The Winter Soldier
Produzione: USA 2014

VOTO: 

È successo di nuovo!
Solitamente recensisco abbastanza puntualmente i filmetti di supereroi ma i più attenti di voi avranno notato la mancanza della recensione di Thor: The Dark World. La spiegazione risiede nel fatto che mi addormentai in sala verso la metà del film, microsonni di pochi minuti intervallati da strenui tentativi di sgranare le pupille e seguire il filo del racconto.

La stessa situazione mi ricapita ieri, al cinema a vedere Captain America: The Winter Soldier.
E pensare che ero pure pompato perché smanioso di vedere i progressi fisici di Chris Evans (bicipiti paurosi) e Anthony Mackie (che dopo Pain and Gain non riesco più a guardare senza sbellicarmi dal ridere) dotato di ali hi-tech.

Ciononostante, dopo un prologo col botto dove il Cap massacra una ventina di scagnozzi e poi fronteggia George St. Pierre (!) a suon di calci rotanti, il plot macchinoso ma scontato comincia a intorpidire i miei sensi.

C’è Robert Redford incartapecorito che fa i magheggioni e io mi slogo la mascella dagli sbadigli.
Poi c’è un bell’inseguimento automobilistico molto pirotecnico che coinvolge Nick Fury e la nuovissima nemesi del film, Soldato d’Inverno, un tamarro coi capelli lunghi, la mascherina da ninja e un braccio bionico capace di tirare sberle allucinanti.

C’è un grosso colpo di scena relativo a questo personaggio, ma io ne avevo letto la biografia su Wikipedia per cui son rimasto impassibile durante la rivelazione. Comunque il Winter Soldier si concede in una scena a petto nudo dove sfoggia addominali oleati ben definiti. Evans, invece, osa al massimo una canotta attillata.
Poi vabbe’, c’è Scarlett Johansson tutta in spandex (culo fuori di testa) che ccciao!!! Non credo serva dire altro.

Il magheggione, dicevamo, alla fine fa succedere un vero pandemonio con gran florilegio di citazioni (persino a Pulp Fiction) e riferimenti a vecchi e nuovi personaggi Marvel, presto in arrivo sul grande schermo.

Salta in aria un sacco di roba e, va detto, i combattimenti sono coreografati davvero alla grande. Lo stile di lotta utilizzato ricorda quello acrobatico di film come Ong Bak o Banlieue 13, con rondate, parkour marziale e calci a girare. Tutto merito degli stuntmen, naturalmente, ma il trucco è ben rodato e sembra davvero Evans a piroettare in quel modo.

Il problema è che ormai sento il filone tirare un po’ la corda e non riesco più ad appassionarmi alle vicende, sempre più ingarbugliate e con eroi sempre meno capaci di sorprendere. A meno che il twist non sia il Cap che usa le armi da fuoco, ma non sono ancora pronto a esaltarmi per tutto ciò.

Tirando le somme, mi era piaciuto di più il primo film: c’erano i nazisti e l’atmosfera retro da avventurone vecchio stile.
Captain America 2 è invece una sorta di action thriller pieno zeppo di azione e intrigo ma senza quel carisma un po’ kitsch che lo distinguerebbe dai tanti.

Poi boh, magari lo riguardo dopo un paio di Redbull e mi piace di più, ma per ora il mio giudizio è questo.

PRO
Ottime coreografie marziali

CONTRO
Mi sto stancando un po’ del genere

47 Ronin

Posted: 7th April 2014 by Death in Recensioni
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Interpreti: Keanu Reeves, Hiroyuki Sanada, Tadanobu Asano, Rinko Kikuchi, Kô Shibasaki, Rick Genest, Cary-Hiroyuki Tagawa, Haruka Abe, Yorick van Wageningen
Regia: Carl Rinsch
Durata: 118 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2013

VOTO: 

Keanu Reeves sta male, avete visto le foto con lui in paranoia sulla panchina?
Questo suo disagio interiore si ritorce in maniera potente sulla sua carriera cinematografica. Dopo aver interpretato l’eletto Neo nella trilogia di Matrix, Keanu è piombato nel limbo delle merde in celluloide. Ha provato il riscatto con Man of Tai Chi, ma pare sia una mezza cagata: lo guarderò, prima di sentenziare.

È poi il turno di 47 Ronin e pare chiaro che a Keanu piaccia in particolar modo l’oriente.
La vicenda è celebre, una delle più toste della storia giapponese. In pratica un Daimyo fu costretto a fare seppuku per aver fatto uno sgarro a un leccaculo dello Shogun: i suoi bodyguards samurai, divenuti ormai Ronin (decaduti perché senza padrone), si incazzano e lo vendicano, contravvendendo alle leggi supreme del bon ton giapponese.

Storia fighissima, piena di valori e integrità morali, tutte cose di bushido e altra roba da uomini tutti d’un pezzo (anche se si sa che i samurai amassero anche altre pratiche non proprio macho al 100%). Peccato che sia finita in mano agli americani che, puntualmente, devono mandare tutto in malora.
Come? Presto detto:

Keanu è imboscato in mezzo ai ronin nonostante sia visibilmente non-giapponese, benché il suo corredo genetico vanti alla lontana origini nipponiche. Ma non basta un taglio d’occhi leggermente allungato per fare di lui un samurai.
Siccome la storia originale è stringata, il film viene riempito a suon di stronzate pseudo mitologiche come lo scontro coi Tengu della foresta, che però assomigliano più a delle zucchine antropomorfe piuttosto che a dei Tengu. Keanu stesso è un mezzo demone o qualcosa del genere, anche se poi non fa nulla di risolutivo ai fini della trama. La sua presenza è inspiegabile.
A un certo punto appare il tizio tutto tatuato del video di Lady Gaga, Zombie boy o come cazzo si chiama: viene orgogliosamente mostrato pure nel poster ma, vi giuro, la sua presenza in scena è di al massimo 30 secondi.

Ci sono un bel po’ di Yokai gettati a cazzo, alcuni celebri come Kitsune o i già citati Tengu, altri meno distintivi ma più grossi come una specie di grossa fiera cornuta o il classico dragone baffuto. Gli effetti speciali sono fighi ma il ritmo latita e, nonostante il materiale di partenza sia ottimo, io mi sono annoiato a morte. L’immutabile espressione di Keanu, sempre corrucciato, rispecchia con buona precisione la mia faccia durante la visione.

Stupisce che in questo pastrocchio ci siano effettivamente parecchi attori giapponesi, alcuni di un certo rilievo come Hiroyuki Sanada e altri più “scontati” come il sempreverde Hiroyuki “Shang Tsung” Tanaka. Anche Tadanobu Asano sembra essersi ormai commercializzato, ma sotto il parruccone farlocco e il kimono di seta probabilmente maledice se stesso per aver accettato un ruolo così infame e così sprezzante delle sue onorevoli origini.

Non posso negare che le aspettative verso questo prodotto fossero prossime allo zero. Se da un lato apprezzo il Giappone e il suo folklore, dall’altro sono una persona dai gusti decisamente elastici, ma 47 Ronin, aldilà dello stupro culturale perpetrato, è un film fiacco e senza brio, che non riesce a essere epico quando dovrebbe, né a lasciare il segno in maniera particolare.
Rimane la solita megaproduzione americana piena di potenziale sprecato in un marasma digitale in salsa zen e poc’altro.
Probabilmente nelle mani di Takashi Miike (anziché in quelle dello sconosciuto Carl Rinsch) sarebbe uscito qualcosa di ben altra fattura.

PRO
Folklore nipponico

CONTRO
Pattume americano