Cabin Fever (2016)

Posted: 20th April 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Gage Golightly, Dustin Ingram, Samuel Davis, Matthew Daddario, Nadine Crocker, Randy Schulman, Louise Linton, George Griffith
Regia: Travis Z
Durata: 99 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO:

La compulsione a voler sfornare remake a un ritmo vertiginoso e insostenibile arriva al parossismo quando si comincia a rifare anche film recenti e per nulla datati nella fattura tecnica come Cabin Fever, del 2002.

La pellicola di Roth, straordinariamente in bilico tra grottesco, body horror e commedia caciarona, riusciva veramente a instillare la paranoia per il contagio, il terrore per il morbo e tutte quelle cosine simpatiche che, per un ipocondriaco come me, scatenano a vista un irrefrenabile prurito psicosomatico.

Sono usciti anche due sequel, uno a cura del sopravvalutato Ti West (il film è comunque divertente) e uno che funge da prequel, cattivo ma dimenticabilissimo.

Anziché realizzare un quarto capitolo, qualcuno a Hollywood ha deciso di realizzare un remake del primo film, paro paro, con due variazioni tanto per, ma per buona parte IDENTICO all’originale.
L’unica spiegazione plausibile che riesco ad attribuire a una simile operazione è questa: lo studios ha in mente uno script bomba sul tema di Cabin Fever, ma il primo film è ormai uscito 14 anni fa (come passa il tempo…) e i giovani merdosi di oggi figurati se lo conoscono o se si azzarderebbero mai a vedere un film così “vecchio”. Quindi, per ravvivare la consapevolezza della serie, si produce un remake usa e getta alla svelta, per educare i giovinastri e contestualizzargli il futuro sequel/quel cazzo che è…

…oppure niente, fanculo la logica, fanculo tutto, giriamo il remake perché c’abbiamo il cash e chissenefrega di quello che pensa il Death, che non conta un cazzo nell’industria cinematografica mondiale e probabilmente anche nell’universo tutto.

Cos’altro vi posso dire? Cabin Fever 2016 è pressoché identico a Cabin Fever 2002.
Aggiornato ovviamente agli standard dei nostri giorni (smartphones, videogiochi online, un po’ di Facebook nella simpatica ma implausibile scena dopo i titoli di coda), si differenzia ovviamente nella scelta degli attori e in qualche dinamica leggermente modificata, ma siamo sempre lì.
C’è sempre la scena di petting con la figa in decomposizione, c’è sempre la scopata coi brandelli di carne che vengono via, c’è sempre la depilazione al sangue nella vasca da bagno. C’è anche “l’uomo della baldoria” (più o meno) e il cagnaccio Dr. Mambo, non manca proprio nessuno. Si strizza l’occhio alla famigerata scena dei “pancakes”, salvo poi riproporla identica alla fine (manca il calcio rotante, vabbe’), il ché rende incomprensibile e superflua la prima citazione.
Manca però gran parte dell’ironia nera e politicamente scorretta del cinema di Roth, il ché è un peccato capitale, non tanto perché lo humour di Roth sia prezioso, quanto perché non si può trattare con eccessiva serietà un film che parla di una cricca di imbecilli mangiati vivi nel bosco da un’epidemia di fascite necrotizzante.

Gli effetti splatter sono di buona fattura anche se si indugia in qualche eccesso di violenza gratuita e assolutamente ingiustificato. Sul finale, una ragazza ormai corrosa dal virus mangia-carne implora il suo amico d’infanzia di porre fine alla sua agonia, e indovinate un po’ questo stronzo cosa fa? Cerca di tagliarle la testa a colpi di pala IN MEZZO AI DENTI. Delicatissimo, non c’è che dire…

I personaggi si comportano in maniera ancora più assurda e sono ancora più imbecilli, anche se certi frangenti mi hanno fatto pensare a un tentativo fallito di voler emulare il pathos splatter un po’ lacrimevole del remake de La casa (al cui prototipo il film di Roth sembrava rendere omaggio), purtroppo senza avvicinarvicisi neanche lontanamente.

Ve la riassumo facile, dai.
Se non avete visto il Cabin Fever originale di Eli Roth (qui produttore, quindi marchettaro), potete tranquillamente dare uno sguardo a questo remake; scorre via abbastanza indolore e qualche momento sadico ce l’ha. Certo, non vi sono motivi a preferirlo all’originale, nel caso vi fosse data la possibilità di scelta…
Se invece avete fatto i compiti a casa e il primo film l’avete già visto, eventualmente riguardatevi quello, a meno che il vostro interesse non sia quello di vedere un paio di tette nuove…

PRO
Se non avete visto l’originale…

CONTRO
L’inutilità fatta film

Kickboxer – Il nuovo guerriero

Posted: 15th April 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Jean-Claude Van Damme, Dennis Alexio, Dennis Chan, Michel Qissi, Haskell V. Anderson III, Rochelle Ashana, Ka Ting Lee, Richard Foo
Regia: Mark di Salle, David Worth
Durata: 98 min.
Titolo originale: Kickboxer
Produzione: USA 1989

VOTO:

Passano 15 giorni dall’ultima recensione e io affronto un periodo di stasi mentale – uno dei tanti – che mi costringe lontano da queste pagine, proprio in concomitanza con la scrittura della recensione numero 500.
È forse proprio il raggiungimento di un simile traguardo, a pormi in una condizione di ansia prestazionale tale dal ridurmi al silenzio per più di 2 lunghissime settimane. Insomma, si tratta a modo suo di un evento unico, forse di portata modesta per siti con redazioni frenetiche e stakanoviste (e pagate), ma senz’altro titanico per chi, come me, è rimasto solo a scrivere con frequenze dettate dai propri ritmi umorali.

Tutto ‘sto preambolo inutile per dirvi che mi son deciso.
La recensione numero 500 deve trattare un film speciale.

Questa è la recensione di Kickboxer – Il nuovo guerriero.

Vedete, io penso che l’umanità si distingua in due categorie: quelli che considerano Senza esclusione di colpi il miglior film di Van Damme, e quelli che invece preferiscono Kickboxer.

Io, non so neanche bene perché, mi ritengo membro della seconda fazione, nonostante reputi Bloodsport un altro capo d’opera e punto fermo della mia formazione cinematografica.
Che gli si anteponga o meno la storia di Frank Dux, l’epopea di Kurt Sloane mantiene comunque il respiro epico dei grandi racconti di avventura.

Sperduto in una terra ostile, un’esotica e ancora incontaminata Thailandia, Kurt si ritrova a dover vendicare suo fratello Eric (Dennis Alexio, vero campione dei pesi massimi di kickboxing), reso storpio da un sanguinoso incontro con la star del Muay Thai locale, il mostruoso Tong Po.
Tong Po (un truccatissimo Michel Qissi, amico fraterno del Van), oltre a essere uno striker micidiale e capace di far venire giù l’intonaco da un pilastro a suon di ginocchiate, è anche ammanigliato con la mafia locale che, di fatto, gli para il culo e lo rende virtualmente imbattibile.

Kurt dovrà rivolgersi all’insegnamento degli “antichi” nella persona del Maestro Xian, folkloristico sensei che vive esiliato nella foresta ai margini della grande città in compagnia della sexy nipote Mylee.

Kickboxer è stato per anni un paradigma del cinema di arti marziali.
Secondo forse solo alle pellicole di Bruce Lee, diverse comunque per età storica e setting, è stato un film seminale per tutti i ragazzi che, sul finire degli anni ’80, imparavano la lezione morale ed etica dell’allenamento rigido per un intento nobile. Rinforzare il proprio fisico mulinando calci rotanti per aria, o facendosi spanare in due da un grottesco argano, non era soltanto un espediente scenico per mostrare il fisico perfetto di un Van Damme non ancora trentenne; in realtà, metaforicamente, rappresentava il viatico verso l’ascesa a superuomo, non nella sua accezione nietzschiana ma quella più terrena di “uomo migliore”.

Credo che chiunque sia cresciuto in quegli anni, dopo l’edificante visione di Kickboxer, si sia iscritto e abbia praticato (almeno per un mese) una qualsivoglia arte marziale, per migliorare il proprio corpo e, per estensione, l’autostima e sicurezza in sé stessi.

Sarebbe riduttivo però considerare Kickboxer un mero film di formazione sportiva, una roba da educande con gli addominali scolpiti, l’Émile degli action movies. È anche e soprattutto un film di arti marziali con un ritmo e con una progressione degli eventi, struttura forse debitrice di Rocky IV, pressoché perfetti.
Di questi tempi è pura utopia non avvertire un momento di stanca durante la visione di un film. Kickboxer, a distanza di oltre 25 anni, continua invece a essere scorrevole e godibile come se fosse sempre la prima volta, a cui va sommato il valore aggiunto del conoscere a menadito le battute, di modo che si possano anticipare i dialoghi del film, sorridendo soddisfatti di sé stessi.

Anche a livello di messa in scena e soprattutto coreografie marziali, Kickboxer settava nuovi standard.
Fortemente evocativo nel ritrarre immacolati villaggi ai confini del mondo o caotiche metropoli corrotte dal crimine, il film raggiunge il suo apice stilistico nell’indimenticabile scontro finale, combattuto “all’antico modo” in un’arena tradizionale rischiarata in maniera elegante da fiaccole ardenti posizionate in maniera strategica. I contendenti devono fasciare le proprie mani con della corda, a cui va applicata della resina e infine immersa in cocci di vetro frantumati, in modo che il colpo sferrato “tolga di più”.

Il crescendo emotivo in cui Van Damme, letteralmente con le mani legate dal rapimento del fratello e moralmente distrutto dopo aver appreso che Tong ha stuprato a sangue la sua nuova girlfriend dagli occhi a mandorla, si libera dal giogo della fune, metaforicamente e fisicamente, e tempesta il suo avversario (incredibilmente inerme) con un arsenale di colpi devastanti (storico il “doppio pugno” in pancia scagliato al rallenty) è uno dei picchi cinematografici più lirici di tutti i tempi, un climax magistrale che culmina trionfalmente nel monito pop rock di Stan Bush, Never Surrender, “Mai arrendersi!”.

Ricordo ancora quando, da bambino, durante le ultimissime battute finali mi alzavo in piedi e tentavo di emulare goffamente le mosse di Van Damme, cercando di tenere la gamba in distensione il più a lungo possibile, come se fossi proprio lì, su quel ring, a tifare per il Nak Su Kao, il grande guerriero bianco, la leggenda di ogni teenager (e non) degli anni ’90.

Pura dopamina per la psiche e per il fisico, apoteosi del muscolo scattante e della mente lucida, pura storia del cinema nella sua essenza emotivamente più intima.

Senza ombra di dubbio, uno dei pochi film che porterei con me su un’isola deserta, dove, non avendo un lettore DVD, passerei il tempo a prendere a calci le piccole palme…

PRO
Il miglior film di Van Damme di tutti i tempi

CONTRO
Preferite Senza esclusione di colpi?

Disponibile su Amazon.it in DVD (La Trilogia) e Blu-ray.

Batman v Superman: Dawn of Justice

Posted: 1st April 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Ben Affleck, Henry Cavill, Amy Adams, Jesse Eisenberg, Diane Lane, Laurence Fishburne, Jeremy Irons, Holly Hunter, Gal Gadot
Regia: Zack Snyder
Durata: 151 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO: ½

Batman v Superman: Dawn of Justice si porta appresso anni di puerili rivalità da stadio tra confessioni fumettistiche, il gravoso carico di erigere dal nulla un Multiverso DC e pure, per i più puntigliosi, fare meglio della trilogia di Nolan che bla bla bla, è piaciuta un sacco a tutti ed è assurta a paradigma per ciò che riguarda il pipistrello, ma ormai non ne posso più di sentirne parlare e credo sia arrivato (per tutti) il momento di voltare pagina.
Seghe a due mani, dunque, di fronte ai promettenti trailer e le sbavosissime immagini promozionali; un’attesa resa ancor più insostenibile proprio dalle frequenza con cui il materiale teaser, “provocante” o “provocatorio” che fosse, veniva immesso in rete.

Trovo la forza di scrivere queste sconnesse parole di commento a una settimana dalla prima visione e dopo una seconda visione obbligatoria come interludio. Questo perché, appena schiodato il mio culo (molto sodo) dalla poltroncina del cinema, mi sono sentito come diviso a metà, conteso da sentimenti contrastanti: una parte di me, quella più razionale e oggettiva, si riteneva delusa e non appagata completamente; l’altra parte di me, quella che vent’anni fa ricopiava le tavole di Knightfall (in maniera invero pietosa) e si svenava pure per quella cagata di Batman Forever, la parte che, insomma, non è mai cresciuta, era felice come un bambino per aver visto finalmente due leggende del mondo dei fumetti prendersi a colossali pizze in faccia sul grande schermo.

Film di merda o capolavoro del genere?

La verità, per l’ennesima volta, sta nel mezzo.
Batman v Superman è un film senz’altro dignitoso e ricco di momenti di grande cinema ipercafone, ma ha anche delle oggettive pecche che gli precludono di essere l’apoteosi che il popolo del web si aspettava. Come al solito, siccome l’internet è un posto pericoloso, i detrattori, gli spalamerda di professione e i Marvel-fags non hanno perso tempo: per loro, Batman v Superman è il film più brutto dell’universo. Sceneggiatura di merda, montaggio di merda, effetti speciali di merda. Tutto questo quando Avengers 2 ha un montaggio ancora più merdoso, una sceneggiatura ancor più maldestra e animazioni in CG peggiori di Matrix Reloaded… ma nessuno si è mai sognato di criticarlo così accanitamente, vero?
A questi figuri, dunque, voglio dedicare quattro sibilline parole: DOVETE MORIRE MALE, MERDE!

Espletata questa odiosa formalità, direi di parlare il film, che sarebbe anche ora.
Per quanto mi riguarda siamo sui livelli del primo Avengers; bello, divertente, esaltante a tratti ma con qualche lacuna di troppo che mina il giudizio complessivo (eh sì, l’avevo già detto, mi piace ripetermi). Diversamente da Avengers, però, ci sono delle differenze sostanziali dovute, principalmente, a imposizioni produttive che, in corso d’opera, hanno fatto sì che Snyder, originariamente alle prese con un sequel diretto di Man of Steel, infilasse quanti più elementi possibile a fondamenta del nuovo DC Universe.
Ma andiamo con ordine.

La prima sequenza, che riprende gli avvenimenti visti nel finale de L’uomo d’acciaio, è semplicemente pazzesca. Mentre Metropolis cade a pezzi sotto i micidiali colpi di Superman e il Generale Zod, i cittadini cercano di sopravvivere in mezzo alla bolgia di palazzi che crollano. Anche Bruce Wayne, che c’ha la fabbrichetta pure a Metropolis, si ritrova in mezzo al bordello, intento a schivare macerie a bordo del suo bravo Jeep Renegade (marchetta niente male).
Comincia a insinuarsi nella gente il dubbio che Superman, nonostante abbia sventato la minaccia dei kryptoniani, possa costituire un pericolo ancor più grande: e se mai dovessero girargli i coglioni e se la prendesse contro i terrestri? Così, il mondo è diviso in due fazioni, proprio come il web. Se da una parte abbiamo DC VS Marvel, in Batman v (v! Non VS! Ma perché, poi?) Superman abbiamo i Superman haters VS i Superman fanboys. La riflessione non è tra le più originali e qualcosa di simile, trattata in maniera ben più profonda, si vedeva (e leggeva) in Watchmen, sul grande schermo sempre per mano di Snyder.

Comunque, Batman si schiera tra gli haters, anche se ormai non è più uno stinco di santo. Stanco da anni di battaglie, è diventato più reazionario che mai; i nemici li pesta a sangue e li marchia a fuoco in modo che, una volta internati in galera, i criminali possano essere individuati e inculati a sangue nelle docce, secondo un codice etico interno ai galeotti su cui è lecito nutrire qualche perplessità, ma vabbe’.

La prima sezione del film, narrativamente episodica, è di preparazione a una seconda parte più movimentata e action in cui tutti i nodi vengono al pettine e, con essi, anche le mazzate.
Ho letto su internet molta gente (facinorosa) criticare la frammentarietà dello sviluppo attribuendo le colpe al montatore ma mi sembra che questi rimproveri siano decisamente infondati. Mi pare piuttosto una scelta voluta, forse l’unica applicabile a un film che in 2 ore e mezza deve condensare avvenimenti per cui non basterebbe un double-bill di durata il doppio. Anche perché, per vostra informazione, l’ellissi non è un errore di montaggio ma un glissare su qualcosa considerato superfluo. Gli errori di montaggio li trovate in Age of Ultron. Se non li trovate, vuol dire che non sapete giudicare il montaggio di un film, ergo TACETE.

Sulla sceneggiatura, invece, ci si può lamentare senza troppi rischi di essere mandati affanculo. Effettivamente, alcune dinamiche appaiono un po’ tirate per i capelli, soprattutto il motivo realmente scatenante la rissa tra i due supereroi e l’espediente che pone fine alla battaglia senza che nessuno ci lasci le penne, senza contare la genesi della minaccia che li costringe, un po’ controvoglia, a fare team-up per salvarsi il culo e salvarlo alla terra intera.
A un certo punto, poi, vengono presentati i meta-umani, ovvero quelli che diventeranno i membri della Justice Leage (in pre-produzione proprio in questi giorni): Flash (presente anche in un breve cameo, abbastanza incomprensibile e per questo molto bello), Aquaman e Cyborg si mostrano tramite uno show-reel di brevi video top secret, non lo stratagemma più arguto ma anche l’unica soluzione percorribile, a meno che non li si avesse voluti vedere passeggiare per strada, a cazzo.
Gira e rigira si torna sempre lì: sembra che non sia la sceneggiatura in sé a essere sbagliata, ma la volontà di dire troppo in troppo poco. Il risultato è che troppi elementi vengono appena accennati, levando spazio all’approfondimento dei temi veramente fondanti della pellicola, che non sarebbero neanche tanto scontati (il meglio è ispirato all’ottimo Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller). Forse la Director’s cut con 30 minuti di sequenze aggiuntive potrebbe essere un toccasana, in questo senso; ma ci toccherà aspettare ancora qualche mese, prima di poter metterci le nostre sudatissime mani sopra.

Comunque, visto che ho citato brevemente la novel, ci terrei anche a spendere due parole sugli inevitabili confronti tra film e fumetto. MI SONO ROTTO IL CAZZO, di vedere critiche di stampo fumettistico su un prodotto cinematografico. Il cinema non è fumetto, i due media sono estremamente diversi tra loro e potenzialmente incompatibili. Qualcosa che funziona bene su carta non è detto che faccia altrettanto su pellicola. E pure seguendo pedissequamente un comics non è scontato che venga su un bel film. The Amazing Spider-Man dicono sia fedelissimo ai fumetti, eppure è una merda di film. Batman Returns è un capolavoro, eppure del fumetto se ne sbatte. Parimenti, me ne fotto se Batman ammazza la gente, se Lex Luthor è più pazzo del solito e tutte le altre inezie che fanno inviperire i fan (partigiani) della carta stampata. Me ne fotto di tutto. Parliamo di cinema, giudichiamo un prodotto in maniera tecnica sulla sua scrittura, sia narrativa che filmica, e non in correlazione a fumetti che per primi sono soliti stravolgere personaggi e contesti. Anche perché, purtroppo, non stiamo parlando di una trasposizione diretta di una novel, nonostante i prestiti diretti.

Ora, un po’ di giudizi sparsi sul cast.
Chi spicca tra tutti, nonostante le offese ricevute, è Ben Affleck. Ben ha la faccia un po’ stolida come sempre, ma il suo mascellone squadrato e l’espressione monolitica fanno di lui un Bruce Wayne perfetto e un Batman minacciosissimo, anche se fisicamente gran parte del lavoro lo fa la corazza imbottita in gommapiuma. Affleck però si concede in un breve workout alla Rocky, dove esegue trazioni alla sbarra con sovraccarico, squat pesantissimo e distensioni con manubri esagonali enormi, che mi ha mandato letteralmente in visibilio. Il giorno dopo, nonostante i postumi di una leggera forma influenzale, sono riuscito a replicare parte del suo allenamento con rinnovato spirito. Grazie, Ben.
Batman, per la prima volta su schermo e grazie al cinetismo di Snyder, finalmente mena le mani in maniera decente, senza ricorrere a stacchi di montaggio convulsissimi e primi piani confusionari. Le coreografie di lotta non raggiungono le vette di un The Raid, per carità, ma considerato l’ingombro della bat-suit ci è andata pure di lusso, anche se qualche impatto appare ancora troppo posticcio. Un film stand-alone sul Cavaliere Oscuro girato in questa maniera andrebbe ben oltre la sega a due mani, ci aggiungerei persino un bel dito in culo!

Buono anche Henry Cavill, anche lui stolido, anche lui fisicato e a petto nudo mentre prepara la colazione a Lois Lane. Conferma e affina la buona prestazione di Man of Steel. Alterna espressioni da cucciolo bastonato ad altre più grintose e con le vene del collo in evidenza, in particolare quando un personaggio per lui molto importante finisce nei guai. Il suo sguardo incazzato nero e con gli occhi rossi è già destinato a diventare un meme di successo.
Jesse Eisenberg interpreta Lex Luthor memore della sua interpretazione in The Social Network di Fincher. Tutto mossette, risatine e stramberie, più che il proprietario di un’enorme multinazionale sembra davvero un geek un po’ viziato ma geniale. Tutto sommato, visto che come già detto dell’attinenza al fumetto me ne fotto, l’ho trovato gradevole anche se un po’ ripetitivo, come del resto trovai il Joker di Heath Ledger, quindi potrebbe pure rischiare di vincere l’Oscar, a patto che muoia prematuramente.

E poi c’è Gal Gadot, che fa Wonder Woman. Appare un po’ a caso, fa un po’ di cose altrettanto a caso e poi, quando la situazione degenera in merda, indossa la sua tutina attillata da amazzone e va a tirare fendenti di spada contro il (bruttissimo) troll finale, vera nemesi del film. Considerata troppo filiforme per il ruolo, giacché da un’amazzone ci si aspetterebbe tette enormi, culo di marmo e cosce da 60 cm, la Gadot sfoggia un fisico snello ma sufficientemente atletico, anche se sospetto interventi in computer grafica per pomparle quadricipiti e deltoidi durante le fasi più concitate. Fa la sua porca figura, ma il suo intervento è un po’ campato per aria, che è anche il modo più sagace per definire il film nella sua interezza.

Batman v Superman? Fa la sua porca figura nei momenti migliori, ma spesso sembra un po’ campato per aria.
Questo fa di lui un brutto film di supereroi? Non in relazione alla produzione supereroistica degli ultimi 10 anni. Volerlo affossare a tutti i costi, per idolatrare inspiegabilmente pellicole di modesta fattura (senza fare nomi, tanto ormai avete capito) è semplicemente un comportamento da prezzolati o faziosi. Anche perché, pur con tutti i suoi difetti, Snyder è un “artista” visivo molto più capace di quel mediocre di Whedon, quindi, almeno sul versante estetico, non c’è proprio partita.
Si poteva fare di più? Certamente, ma per stavolta è andata così, e al netto delle belle sequenze d’azione (l’introspezione magari è meglio cercarla altrove), la mia opinione pende sul piatto positivo della bilancia.

Fermo restando che si parla di film di supereroi, eh. Stronzatone superdivertenti nate con l’intento di intrattenere che come tali è giusto che vadano considerate. Ne vado matto, mi ci diverto un sacco.
L’importante è esserne consapevoli…

PRO
Dreams do come true

CONTRO
Troiaio produttivo

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.

Point Break (2015)

Posted: 20th March 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Edgar Ramirez, Luke Bracey, Teresa Palmer, Ray Winstone, Delroy Lindo, Matias Varela, Clemens Schick, Tobias Santelmann
Regia: Ericson Core
Durata: 114 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2015

VOTO:

Sarò breve, perché non c’è bisogno di sprecare più parole del dovuto.
I remake hanno rotto il cazzo e hanno senso solo nell’ottica di migliorare un prototipo difettoso, magari dotato di spunti intriganti ma sviluppati malamente. L’ossessione tutta hollywoodiana di rifare i grandi classici del presente e del passato (al cinema, proprio in questi giorni, è uscito persino il remake di Ben-Hur!) denota una penuria di idee e un’avidità dei produttori veramente preoccupante, in quanto si pensa che il pubblico odierno non possa essere in grado di apprezzare il buon cinema, non dico dell’antichità, ma neanche vecchio di qualche anno. In parte è forse vero, che i giovani siano propensi a sputare su tutto quello che non sia al passo coi tempi, ma l’approccio scelto dalle majors, anziché educarli, li convince di aver ragione e sobilla il dilagare incontrollato della mediocrità culturale.

Point Break 2015 non vale un pelo di cazzo dell’originale firmato da Kathryn Bigelow nel 1991, anche se la Bigelow il cazzo non ce l’aveva e non so neppure se la figa l’avesse depilata o meno, ma aveva, sia lei che il film, comunque più palle di tale Ericson Core, che firma ‘sta stronzata markettara e modaiola.
Si tratta di un grosso spottone sugli sport estremi che stavolta non fanno più da sfondo alle vicende poliziesche tra l’agente Utah e il guru Bodhi, bensì è l’intreccio poliziesco stesso a fungere, stavolta, da cornice a un flusso continuo di acrobazie tra i ghiacciai, free climbing, lanci col paracadute e tutte le cose adrenaliniche che fanno impazzire chi cerca emozioni forti, che però potrebbero trovare tranquillamente su Youtube piuttosto che al cinema in un film che in principio voleva parlare d’altro. Si tenta di gettare nel calderone anche qualche abbozzo filosofico-esistenzialista, ma lo spettatore è troppo stordito dal turbinare della camera nelle sequenze action per poterci ragionare su.

Poi, ragazzi, lo so che la critica “colta” non ha mai nutrito troppe simpatie per Keanu Reeves e Patrick Swayze ma, diciamoci la verità, il loro corrispettivo – la coppia BraceyRamirez – ha sicuramente più cura nella scelta del taglio di capelli, sempre fighetto e alla moda, e nel design dei tatuaggi, tutti belli pastrocchiati a carboncino, ma neanche per un istante nessuno dei due riesce a raggiungere anche solo il carisma dell’espressione più monocorde di Keanu. Non c’è proprio paragone.

E poi la storia è inutilmente ingarbugliata, sommersa proprio dalle infinite sequenze di stunt su snowboard e sul surf, sicché del piano criminoso della banda di Bodhi si perde presto il senso, così come della loro ricerca del nirvana tramite il completamento delle 8 prove di Ono Ozaki, nirvana che potrebbero tranquillamente raggiungere con una bella scopata intensa, una sega col dito in culo o una serie in stripping di curl con manubri. Gli ovvi rimandi all’originale appaiono forzati, anche se poi il resto del film prende una piega completamente diversa e, proprio per questo, annoia ancora di più di quanto non avrebbe fatto una copia carbone.

E in quello tsunami finale, entro il quale Swayze ci faceva sussultare il cuore con la sua etica del martirio, il ben pettinato Ramirez non può far più che subire la stessa fine a cui è destinato questo progetto inutile e indesiderato: l’oblio.

PRO
Complimenti al parrucchiere

CONTRO
Basta remake, PORCA TROIA!

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.

Schegge di follia

Posted: 16th March 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Winona Ryder, Christian Slater, Shannen Doherty, Kim Walker, Lisanne Falk, Patrick Labyorteaux, Jennifer Rhodes, Penelope Milford
Regia: Michael Lehmann
Durata: 102 min.
Titolo originale: Heathers
Produzione: USA 1989

VOTO:

Un liceo di una piccola cittadina dell’Ohio è dominato da 3 puttane superpopolari col cervello di un protozoo e l’innata propensione al rendere la vita un inferno agli studenti comuni, considerati inferiori poiché poco fashion o più preoccupati dall’avere una buona pagella piuttosto che un taglio all’ultimo grido. Questa trinità di zoccole, chiamate tutte Heather (Heathers è infatti il titolo originale del film), sono spalleggiate da Veronica (Winona Ryder), ragazza di buona famiglia che segretamente vorrebbe ammazzarle tutte ma, pur di sopravvivere alla bolgia scolastica, è ben disposta a leccarle il culo a trenino.
A rivoluzionare la situazione interviene J.D. (Christian Slater), fascinoso studente trasferitosi da poco che osserva le dinamiche dai margini e insinua nella mente di Veronica la possibilità di ribellione.
I due cominceranno a frequentarsi e a mettere in atto uno spaventoso piano distruttivo che porterà prima all’eliminazione sistematica degli individui più “feccia” dell’istituto, stecchiti inscenando degli elaborati suicidi, fino a pensare di disintegrare l’istituto stesso con tutti i suoi studenti all’interno.

Schegge di follia è un riuscitissimo mix di commedia nera, satira sociale ferocissima e una spruzzata di slasher.
La prima sezione è abilissima nel delineare una situazione scolastica – e, per estensione, sociale – allo sfascio. Nel borghesissimo Ohio, tanto benestante quanto superficiale, ha successo solo chi, con una faccia da culo esemplare, infama alle spalle gli altri per godersi gli onori derivanti dal non essere la persona offesa, una meccanica gretta che imperversa, purtroppo, ancora oggi.

Allora i propositi di J.D., lo “straniero” che ha viaggiato lungo metà degli Stati Uniti e ha capito che il disagio è diffuso e proliferante, sarebbero quelli di ripulire la società da questi rifiuti cancerogeni che soffocano l’individuo e non permettono un’interazione virtuosa tra gli appartenenti alla stessa comunità, difatti ghettizzandone alcuni ed elevando a divinità proprio quelli meno meritevoli.
Peccato che, nel borghesissimo Ohio – tanto benestante quanto superficiale, come dicevamo -, il suicidio, o meglio la morte prematura, porti a rivalutare anche la persona più meschina della merda, auto-eliminatasi in quanto sofferente di un mondo incapace di accettarla. Così, quella troia di Heather n° 1, sempre pronta a sbeffeggiare le studentesse ciccione o i nerd della classe, passa per povera vittima e santarellina quando viene ritrovata con metà flacone di Mr. Blu Sgorgatutto nello stomaco. Nessuno sarebbe stato capace di comprendere il suo rovello interiore, dice nella sua lettera d’addio, vergata in realtà da una Veronica al top del lirismo.

La società contorta e deformata da media invadenti e persuasivi arriva addirittura a concepire il suicidio come un atto dovuto della libertà individuale, giacché cominciano a moltiplicarsi gli epigoni, tutti salutati come coraggiosi eroi delusi dalla vita e consapevoli artefici del proprio destino.
Un simile cortocircuito mentale va fermato con un attentato dinamitardo capace di deflagrare il liceo e tutti i suoi abitatori, alla luce di quanto esposto dai TG, forse non così meritevoli di essere salvati.
Peccato che Veronica rinsavisca e, ignorata da tutti, cerchi di ostacolare un J.D. sempre più succube della sua lucida (e fino a un certo punto logica) follia annichilitrice.

Anche se potrebbe esser banalmente scambiato per una black comedy grottesca per teenagers, Schegge di follia raccoglie in sé una carica sovversiva anti-americana spaventosa, stemperata certamente dai toni leggeri e dal costante ricorso all’ironia, sempre a denti stretti, ma proprio per questo capace di esser lanciata a un pubblico molto più vasto del solito film di denuncia che si cagherebbe solo il cinefilo appassionato o l’anarco-insurrezionalista con la maglietta di V per Vendetta e l’iPhone 6 in tasca.
Nessuno stupore se il film, che oltretutto floppò pesantemente al box-office, fu accusato di promuovere il concetto di suicidio ai giovani perché, per fortuite coincidenze, agli esordi della Generazione X qualche poveretto cercò di impiccarsi. Il ché, per derivazione, conferma la bontà del messaggio veicolato, che è esattamente opposto all’auto-eliminazione, a favore di una condotta di vita più empatica e socialmente volitiva, e la terrificante stupidità dei media avvoltoi, che puntualmente capiscono l’esatto opposto di tutto e spargono il loro veleno worldwide, causando anche danni collaterali non trascurabili.

PRO
Commedia nerissima pregna di sociale

CONTRO
Se c’è il rischio di capire aglio per cipolla…

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