Jurassic World

Posted: 30th June 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Chris Pratt, Vincent D’Onofrio, Bryce Dallas Howard, Judy Greer, Nick Robinson, Jake Johnson, Lauren Lapkus, Katie McGrath, Irrfan Khan
Regia: Colin Trevorrow
Durata: 124 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2015

VOTO:

Jurassic World è un film che può essere approcciato in due differenti maniere.

La prima maniera è quella di restare lucidi e razionali, senza provare pietà per gli sceneggiatori e per le miriadi di incongruenze da essi escogitate.
Da quel punto di vista, ahimè, Jurassic World è un film indifendibile.
Il plot è una delle cose più stupide che abbia mai visto di recente, una roba veramente criminale che si fatica a credere sia stata pagata fior di paperdollari.
A meno che non abbiano affidato la stesura del plot a un gruppo di stagisti sfruttati… ma temo di no.

Facciamo qualche esempio.
Si passa dalla gestione di un parco multimiliardario potenzialmente pericolosissimo in mano a una banda di nerd deficienti a progetti paramilitari di mutazione genetica incontrollabile che portano alla creazione di una nuova specie di dinosauro micidiale, l’Indominus Rex, da riservare come attrazione turistica perché sennò la gente si annoia.

Ovviamente questo incrocio tra un T-Rex e un Predator riesce a fuggire dalla sua gabbia senza troppe difficoltà (colpa di un ciccione) e semina il terrore all’interno del parco, riducendo a ragù tutto ciò che incontra. Siccome gli scienziati del parco sono furbi, hanno infilato nel suo DNA un pacco di altre specie animali tutte pazze che conferiscono al sauro superpoteri micidiali tipo la mimetizzazione stealth e l’invisibilità ai sensori termici.

Anziché devastarlo a colpi di lanciarazzi, però, i corpi speciali preferiscono aggredirlo a colpi di bastoni elettrici… ma forse sono io che non capisco un cazzo di strategia bellica.
Mi sfugge allora quanto ci voglia a escogitare un bel trappolone imbottito di C4 e fargli saltare in aria il culo, ma nonostante l’abbondanza di genetisti e super professori matti, nessuno sembra essere abbastanza sagace.

Pensate che l’intuizione geniale, alla fine, ce l’ha il solito bambino autistico rincoglionito, quello che speri che muoia dopo appena 5 minuti e invece se la scampa sempre per un pelo, mentre gli altri poveri disgraziati intorno a lui vengono divorati da stormi di Pterodattili incazzati neri.

La seconda maniera, senza per forza tirare in ballo il fattore nostalgia, è quella di spegnere il cervello, limitarsi a digrignare i denti quando le cazzate superano il limite consentito e continuare stoici nella visione. Tanto muore parecchia gente e in un qualche modo la nostra sete di vendetta viene placata, anche perché ogni tanto ci scappa l’effettuccio splatter (poca cosa, eh) che comunque non è così frequente in un film per ragazzi. Certo, proprio i mocciosi di merda sono gli unici a non schiattare, ma vabbe’, sarebbe stato chiedere troppo.

A ogni buon modo, una volta azzerato il nostro quoziente intellettivo, non rimane che esaltarsi per i mastodonti del cretaceo che se le danno di santa ragione.
Ammetto che non mi gasavo così tanto dall’anno scorso, precisamente quando Godzilla prendeva a schiaffoni i M.U.T.O. nell’omonimo film di Gareth Edwards. Temo anche di essere stato sul punto di versare qualche lacrima virile, proprio nel concitatissimo bordello finale, se non fosse che appunto il moccioso non finisce sbranato e allora mi è salito un po’ di nervoso che ha chetato la mia commozione.

Grossi gli effetti speciali, anche se in giro leggo che farebbero schifo, ma si sa, sono miope, magari il problema è ancora una volta mio.
Simpatico anche Chris Pratt, anche se ogni volta che leggo il suo cognome non riesco a non pensare al rumore di una scorreggia umida che si infrange su una mutanda. Comunque, Chris è pompato il giusto e fa team-up con una banda di Velociraptors. I Raptors sono fighi e mi fanno tenerezza: hanno la faccia da stupidi ma sono anche parecchio aggressivi, per cui nella scena più sciocca del film (vedasi il poster) mi sono comunque ritrovato a tifare per loro, anche se avrei preferito, lo ripeto per l’ennesima volta, che avessero azzannato i bimbiminkia co-protagonisti.

Quindi a voi la scelta.
Entrate in sala col cervello settato sulla prima opzione e il vostro voto sarà vicino allo zero.
Se invece entrate in sala con lo spirito propenso al cazzeggio, allora potete rivolgervi alla votazione da me attribuita. Perché Jurassic World è scemo, superficiale, approssimativo, ma per questo è anche un gran divertimento.

PRO
Rissoni giurassici

CONTRO
Sceneggiatura criminale

Insidious 3 – L’inizio

Posted: 14th June 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Dermot Mulroney, Stefanie Scott, Angus Sampson, Leigh Whannell, Lin Shaye, Tate Berney, Michael Reid MacKay, Steve Coulter, Hayley Kiyoko
Regia: Leigh Whannell
Durata: 97 min.
Titolo originale: Insidious 3
Produzione: USA 2015

VOTO:

Il clima si fa incandescente e per cercare ristoro bisogna rifugiarsi al multisala, a guardare qualcosa di non impegnativo per distrarre le meningi ormai sovraccariche da pompaggi inauditi in palestra e sfiancanti giornate di iperattività cerebrale fine a sé stessa.

In palinsesto c’è Insidious 3, che parrebbe essere ideale: prezzo del biglietto ultra-scontato sganciando una manciata di tessere in biglietteria, brividucci a buon mercato e la rinfrancante promessa di una ghost story canonica ma con possibili sorprese. Al top.

Come ci avverte la sovraimpressione sui titoli di testa, questo è “L’inizio“, quindi vai di revisionismo per imbastire un prequel il più inedito possibile, anche se parlare di originalità, per una saga partita sin dal principio come un pot-pourri di clichés cari al genere, viene difficile.

Allora, c’è una ragazzina di nome Quinn che fino a che non si legge il nome nel suo diario segreto io credevo si chiamasse Queen, immaginandomi i genitori tutti tronfi e altezzosi all’anagrafe. Mamma tronfia, purtroppo, è deceduta per cause non meglio chiarite. Il padre Max Tortora Dermot Mulroney quindi si ritrova con Quinn che è nell’età ribelle di chi vuole fuggire dal nucleo familiare il prima possibile, e con un figlioletto mezzo rinco perennemente di fronte al pc.

Quinn sogna una carriera nel teatro, così tenta un provino per una prestigiosa scuola di recitazione. Il provino le va a merda perché nel backstage, poco prima di salire sul palco, un’ombra inquietante la saluta birichina. Siccome le disgrazie non vengono mai sole, all’uscita del teatro la nostra aspirante attrice viene pure arrotata da un suv. Si ritrova in ospedale con entrambe le zampe fratturate.

La aspettano giorni di scazzo infernale, tutta ingessata e confinata in camera, non foss’altro che l’ombra inquietante del provino comincia a cagarle il cazzo sempre più frequentemente, dapprima di notte, con successive incursioni diurne poi.

Insidious 3, nonostante la sua natura, è una pellicola onesta che espleta il compito che gli è richiesto: fornire una manciata di jump scares più o meno efficaci (certo, al cinema è tutta un’altra storia), strizzare l’occhio ai fans della saga con una spolverata di riferimenti sparsi lungo tutta la durata e narrare in maniera neanche troppo convinta la genesi del team di acchiappafantasmi capitanato dalla sensitiva Elise, vera star della pellicola.

Preso così, come un spin-off al quale non chiedere di più, è piuttosto funzionale. Anche se non c’è più Wan alla regia, sostituito dal compagno di merende Leigh Wannell (già sceneggiatore e attore in Saw, nonché nei precedenti episodi della saga in questione), il film mantiene inalterata la sua espressività tecnico-visiva, con alcuni design degli spettri veramente inquietanti, azzardando persino qualche movimento di macchina fantasioso.

La sceneggiatura, chiaramente, pecca in originalità. Almeno i precedenti film partivano da un canovaccio classico per sviluppare poi impreviste soluzioni di trama, mentre qui, complice anche il fatto che alla fine bisogna far quadrare il cerchio, i colpi di scena sono veramente ridotti al minimo e sempre telefonatissimi. Si sceglie allora di gestire il tutto con la dovuta ironia, indulgendo spesso in battute e riferimenti pop (come la bellissima maglia dei Masters of the Universe, quello con Lundgren, indossata dal crestato Tucker) per sollevare il film dal gravoso incarico di essere un prequel “all’altezza”.

Viene naturale paragonarlo a un’altro spin-off di origini uscito recentemente, cioè Annabelle. Se la pellicola di John R. Leonetti appariva priva di brio, nonché noiosa, a esclusione di un paio di scene, Whannell dimostra di avere ancora qualche asso nella manica, specie nel reparto grafico, e di avere maggiormente a cuore la vicenda, rispetto al suo collega yes-man.

Il risultato è che Insidious 3 è un film senza troppe pretese che fa il suo lavoro di prequel in maniera dignitosa, tra alti non vertiginosi e bassi non abissali, ma comunque un lavoro diligente.
I fans della saga ci si divertiranno sicuramente, mentre gli altri, boh, va a gusti, ma potrebbero anche farsi due coglioni come una casa.

PRO
Dopo 3 film c’è ancora un po’ di strizza

CONTRO
L’originalità non è di casa

Pound of Flesh

Posted: 7th June 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Jean-Claude Van Damme, Darren Shahlavi, John Ralston, Aki Aleong, Kevin Lee, Terese Cilluffo, Jason Tobin, Brahim Achabbakhe
Regia: Ernie Barbarash
Durata: 104 min.
Titolo originale: id.
Produzione: Canada 2015

VOTO:

Death Row, da sempre, fa rima con Van Damme. Quindi, per festeggiare il nostro 8° anno di vita, eccoci alle prese con l’ultima fatica del nostro belga preferito, recensione in anteprima mondiale (seh, vabbe’…) come ai vecchi tempi.

In Pound of Flesh Van Damme interpreta Deacon, solito tipo tosto invischiato in loschi affari. Dopo una serata trascorsa al bar, a bere birra discount, Deacon si imbatte in una bella figa in pericolo. Quel sugoso del Van non può esimersi dall’accorrere in suo aiuto, così ingaggia uno scontro all’ultimo calcio rotante con Darren Shahlavi, che ovviamente vince perché è Van Damme.
La figa decide di ricompensarlo con una notte di sesso caliente.

Peccato che, al suo risveglio, Deacon scopra la più amara delle sorprese.
Si ritrova in una vasca piena di cubetti di ghiaccio, col cazzo rattrappito e senza un rene. In pratica, la figa era solo un diversivo per fottergli il rene e il Van, a causa della sua libidine sfrenata, è cascato in pieno nella sexy-trappola.

Salta fuori che, proprio il giorno dopo, il Van doveva donare il suo rene alla nipotina in fin di vita. Certo, andare al pub a sbronzarsi e scoparsi una sconosciuta proprio il giorno prima di un espianto non mi sembra il comportamento più coscienzioso del mondo, ma lui è il Van, lui può.

Comunque, decide giustamente di cercare i colpevoli e punirli a suon di calci in culo, coadiuvato dal fratello e da un vecchio mobster cinese.
Ce la farà, sì o no? Non ve lo dico, ma vi anticipo che la vicenda non è lineare come potrebbe sembrare.

Allora, partiamo dalle cose che mi hanno fatto storcere il naso.
In primis, il film è evidentemente girato e ambientato a Hong Kong, ma una sovraimpressione a inizio pellicola ci informa di trovarci a Manila, nelle Filippine. Eppure non c’è traccia di tagalog nei cartelli o insegne, e la gente in giro è visibilmente cinese.
Questa cosa non l’ho proprio capita. Perché Manila? Hong Kong è un posto figo dove ambientare un thriller marziale simile, che senso ha sfanculare la coerenza geografica in maniera così poco professionale? Boh. Comunque sticazzi.

C’è poi un utilizzo pedestre del green screen in parecchie scene, e il solito montaggio svitato e pieno di effettacci amatoriali a farci capire che, nonostante la release cinematografica limitata, ci troviamo sempre di fronte a un DTV.

Chiarite queste doverose specificazioni, passiamo al fatto che Van Damme c’ha un fisico da paura, come non lo si vedeva da parecchio tempo. Nella prima scena, dove esce dalla vasca nudo nudissimo, c’ha due quadricipiti pazzeschi e delle braccia striate come ai tempi d’oro. Considerato il fatto che sferra più calci rotanti del solito, che in una scena fa una spettacolare spaccata incastrato su una macchina in corsa, che picchia a sangue un gruppo di scagnozzi brandendo una voluminosa Bibbia in mano e, durante la scena di sesso in flashback, torna a mostrare prepotentemente il suo culo di marmo, il contatore di Van Dammosità is OVER 9000 e il mio lato fanboystico è pienamente soddisfatto.

La trama è gradevole, ha dei colpi di scena abbastanza interessanti, almeno per tenere viva l’attenzione tra una sparatoria e l’altra. Barbarash gira meglio del solito, evidentemente sta padroneggiando gli strumenti a sua disposizione, e in certi frangenti riscontro addirittura un’ottima fotografia.

Ottima anche la scelta di affidare il ruolo di villain a Darren Shahlavi, veramente tosto come calciatore e con un grugno minaccioso il giusto. Sfortunatamente Darren è venuto a mancare troppo presto, proprio quando la sua carriera sembrava stesse per prendere la giusta piega (comparirà nel reboot di Kickboxer nei panni di Eric Sloane). È un vero peccato, perché il ragazzo aveva un gran potenziale. Pace all’anima sua.

In definitiva, Pound of Flesh va considerato per quello che è, ovvero un film straight-to-video. In quanto tale, ha dei momenti di inattesa di professionalità, un Van Damme che è sempre più maturo come attore ma anche più che mai rispettoso della sua fisicità originale, che alterna caparbiamente momenti di recitazione compassata a sfuriate ipercinetiche di calci rotanti e glutei d’acciaio.

Credo che allo stato attuale sia difficile chiedere di più, sempre con la speranza di poterlo finalmente rivedere sul grande schermo, alle prese con una produzione più adatta al suo carisma strabordante.

PRO
Un Van Damme in grande spolvero

CONTRO
Siamo sempre in territorio DTV

8 anni di Death Row!

Posted: 7th June 2015 by Death in News

Se penso a quanto il tempo passi in fretta, per poco non mi vengono i capogiri…
Death Row ha superato un altro traguardo, quello degli 8 anni di attività. È vero, nell’ultimo periodo abbiamo rallentato un po’ il colpo, ma il Maggio di fuoco appena trascorso sta a dimostrare che non abbiamo ancora esaurito l’energia e siamo sempre pronti a spaccare i culi… e continueremo ancora per un bel po’. Siamo sempre tosti e incazzati, e ci piacciono più che mai i “film di colpi”… lo facciamo sul web dal lontano 2007, ben prima di tanti altri, quindi è giusto proseguire il nostro percorso da veterani: NON SI MOLLA UN CAZZO!
Il ringraziamento a tutti i nostri lettori è doveroso, sia agli eroi della vecchia guardia, sia alle nuove leve che ci seguono da poco. Di cuore, GRAZIE A TUTTI.
Stasera fatevi una birretta alla nostra salute.

Death Row Staff

San Andreas

Posted: 4th June 2015 by Death in Recensioni
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Interpreti: Dwayne Johnson, Alexandra Daddario, Art Parkinson, Colton Haynes, Carla Gugino, Paul Giamatti, Archie Panjabi, Ioan Gruffudd, Kylie Minogue
Regia: Brad Peyton
Durata: 107 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2015

VOTO:

The Rock è ormai così onnipotente che i produttori non sanno più cosa inventarsi, per mettere in difficoltà il nostro Dwayne e dare vita a storie almeno un minimo intriganti. L’ultima possibiltà rimaneva metterlo in mezzo a un disaster movie cafonissimo a confrontarsi con un terremoto allucinante capace di spaccare in due la California da San Francisco a Los Angeles.
Ok, ammetto di aver sperato di assistere a una scena in cui The Rock riusciva a chiudere la faglia di Sant’Andrea solo con la forza dei suoi bicipiti, ma effettivamente era chiedere un po’ troppo.

Allora ecco che San Andreas si rivela essere un mero film catastrofico patriottissimo, zeppo di clichès e scontatezze… però con The Rock.
A me Rocky piace, lo ritengo un valoroso contendente al trono lasciato vacante da Schwarzy ma, sinceramente, per quanto il suo carisma sia innegabile, non basta a risollevare dalla mediocrità un film simile.

Parliamoci chiaro, gli effetti digitali sono micidiali e parecchie scene di devasto piuttosto efficaci, ma il regista Brad Peyton (o chi per lui) non ha avuto il minimo coraggio di variare una formula ormai stantìa, vista e rivista in innumerevoli predecessori più o meno illustri.
Inevitabilmente, tutto quello che deve succedere succede, i salvataggi sono sempre in extremis e a salvarsi sono sempre e solo i protagonisti.
San Andreas è più predicibile di una scorreggia dopo aver mangiato fagioli.

Così, mentre la città crolla vittima delle paurose scosse sismiche, The Rock sfreccia in elicottero e in motoscafo in aiuto della moglie MILF prima (interpretata da Lisa Ann, anche se iMDB dice Carla Gugino, si saranno sbagliati…) e della figlia TEEN dopo.
Nota: La figlia è interpretata da Alexandra Daddario che a un certo punto rischia di affogare. Ma è una cazzata, perché c’ha due tette mega che la terrebbero a galla anche durante uno tsunami.

Comunque, dicevo, San Andreas è un film senza palle, perché per quanto la situazione possa andare in malora, i nostri eroi riusciranno sempre a cavarsela, contravvenendo se possibile a uno svariato numero di leggi fisiche.
Passata la coltre di fuliggine digitale e le macerie in CGI, resta un film dall’impianto classicissimo, senza mai un momento inatteso o un guizzo inconsulto, ma con un terribile finalone sciovinista con la solita bandierona a stelle e strisce svolazzante e il sorriso di una famiglia di ebeti che assiste impassibile al peggior disastro della storia degli Stati Uniti.

L’unica scena sadica spetta a Ioan Gruffudd, il fottuto Mr. Fantastic dei film di Tim Story, che a un certo punto afferra un disgraziato riparatosi dietro un muro, gli urla “TOGLITI” e lo scaraventa in mezzo all’onda d’urto che lo spazza via, mentre lui gli frega il riparo e si salva il culo, ma è l’unica follia politically uncorrect in un mare di melassa, buoni sentimenti, “chediociaiuti” e retorica spicciola.

Ricapitolando, The Rock è sempre ganzo ma non picchia nessuno, c’è una discreta quantità di pheega, lo script è il festival delle banalità, gli effetti speciali sono fighi.
Al cinema fa la sua porca figura, va ripetuto, “boh, io quando sono in mezzo al disastro son contento comunque”.
Ma dopo un’ora che scoppia tutto anche i miei coglioni rischiavano di fare la medesima fine.

PRO
Il disastro in CG è funzionale

CONTRO
Il vero disastro è la sceneggiatura logora