Suicide Squad

Posted: 16th August 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Jared Leto, Will Smith, Margot Robbie, Joel Kinnaman, Jai Courtney, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Jay Hernandez, Karen Fukuhara, Cara Delevingne
Regia: David Ayer
Durata: 130 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO:

Per recensire Suicide Squad devo tenere a bada il mio lato più rissoso, quello che per tutta la scorsa settimana si è trattenuto dal mandare affanculo haters e critici della domenica che, per non si sa quale ragione, hanno tentato in tutti i modi di affossare dal punto di vista mediatico il film di David Ayer, costituente il terzo anello del Multiverso DC.

Datemi del fanboy, chiamatemi come cazzo vi pare, ma io ero sicuro che Suicide Squad mi sarebbe piaciuto un boato.

Ovviamente – e non a farlo apposta – la mia sensazione era corretta, e non mi trovo del tutto d’accordo con le critiche mosse in anticipo dal popolo del web, se non su un punto, che per convenienza andrò subito ad analizzare, per levarcelo da mezzo i coglioni.
È indubbio, senz’altro, che la pellicola soffra parecchio in sede di montaggio, sia per le numerose riscritture, sia per l’ingente quantità di girato e la conseguente necessità di eliminarne gran parte per evitare una durata colossale, già appesantita – avranno pensato i produttori – da fin troppe digressioni spaziotemporali. Così, ci troviamo di fronte a evidenti problemi di continuità, così come a stravaganti vuoti di trama dovuti, probabilmente, a sequenze mancanti sforbiciate e gettate via senza apporvi le opportune pezze.

Nonostante questo, però, Suicide Squad diverte come pochi altri film, ha un ritmo pazzesco senza mai un attimo di stanca o un dialogo palloso di troppo, alterna con menefreghismo flashback allucinati a fracasso action metropolitano a momenti di placida intimità familiare (sorprendentemente, le sequenze che mi hanno affascinato maggiormente) e frulla un cast di prim’ordine in una vicenda piuttosto canonica ma non priva di mordente.

La Task Force X, composta dai criminali più balordi sulla piazza, viene tirata su un po’ senza motivo, o meglio, quasi prevedendo l’inevitabile casino che sarebbe andato a scatenarsi, invero un po’ random nelle dinamiche ma necessario innesco del carrozzone esplosivo, nel bel mezzo di una city americana qualunque.

Così ritroviamo i pittoreschi figuri dell’universo perverso DC, dalla colorata Harley Quinn (Margot Robbie) al latino El Diablo, passando per il micidiale Deadshot (Will Smith) sino al bestiale Killer Croc – uno dei miei favoriti -, girovagare per la metropoli spaccando il culo ai nemici e dispensando one-liners ignoranti in puro stile anni ’90 (sacrificate un po’ nel doppiaggio italiano, ma era prevedibile), senza che lo spettatore debba preoccuparsi più di tanto di seguire l’intreccio narrativo.

Ciascun personaggio ha una breve introduzione narrata, dicevamo, tramite l’uso di alcuni flashback riassuntivi che trasudano atmosfera Comics al 100%. In queste backstory sono presenti tutti i crismi necessari a contestualizzare la vicenda in una realtà fizionale comune: fa spesso capolino Batman – ancora più fumettoso che nel film di Zack Snyder -, per un attimo facciamo una breve visita all’Arkham Asylum, c’è un fulmineo ma divertente cameo di un altro celebre supereroe e via discorrendo.
Quella che per molti è stata una criticabile pecca, questa struttura disomogenea e apparentemente sgangherata, rappresenta per me il punto d’incontro più alto tra cinema e fumetto, proprio per via dell’episodicità delle scene, frammentate come se si trattasse di uscite settimanali incrociate tra comics in edicola, crossover tra testate raccolte in un bel volumone profumato.

Molti si sono lamentati della – pare – gran quantità di scene tagliate con protagonista il Joker di Jared Leto, papponissimo, supertamarro, mattatore totale. È vero, dispiace anche a me che numerose sequenze, alcune visibili nei trailer, siano state eliminate, ma effettivamente il film è già parecchio digressivo di suo, se avessero incluso tutto il girato di Leto gli estimatori e i feticisti del Joker ne sarebbero certamente stati contenti (io in primis), ma non bisogna dimenticare che il film si intitola Suicide Squad, non Joker rulez, degli altri fregacazzi, ci sarebbe stato uno sbilanciamento troppo grosso nei confronti del resto della squadra e della sua missione suicida, del cui esito, sopraffatta dal carisma del buon Jared, non sarebbe importato più a nessuno.

Un’altra accusa particolarmente divertente sarebbe quella secondo la quale l’interpretazione di Leto sarebbe troppo sopra le righe, che sarebbe un po’ come rimproverare un attore porno di avere il cazzo troppo grande. Forse costoro non hanno ben chiaro che personaggio sia il Joker, confusi dalle varie trasfigurazioni passate. Posso capire che il look pimp possa non piacere, che tutti quei tatuaggi possano apparire troppo didascalici, ma le lamentele sulla qualità della recitazione cozzano terribilmente contro le migliaia di persone inviperite dai tagli.
Decidetevi: se il Joker di Leto vi fa cagare perché vi lamentate che gli abbiano tagliato le scene più interessanti?
Vi piace forse mangiare la merda?

Sono forse gli stessi furbacchioni che ritengono le battute di Harley Quinn per nulla spiritose? Ragazzi, capiamoci. Harley è un personaggio estremamente infantile, non fa ridere un cazzo, è nella sua essenza essere scialba e sciocca, le sue battute sono perfettamente in linea con il materiale originale.

Degna di menzione anche Cara Delevigne, da cui non mi aspettavo granché, essendo solo una modella abituata più a sculettare che a recitare. Effettivamente il suo ruolo, quello dell’Incantatrice, è più fisico che altro, ma è proprio in virtù della sua bellezza a tratti creepy che il personaggio assume delle connotazioni quasi horror che lo fanno spiccare tra il marasma dei super-villains cinematografici.
Ovviamente è stato anch’esso aspramente criticato, nonostante lo scontro finale duri 20 minuti abbondanti e sia altamente spettacolare, ma forse sono gli stessi che Ultron è tutto ok, il Teschio Rosso è una figata e Malekith una bombetta, non mi sorprendo più di niente.

In fin dei conti io vado al cinema per divertirmi e Suicide Squad mi ha divertito parecchio, questo è quello che conta.
Giudico tutti i cinecomics con lo stesso metro di giudizio, altrimenti non avrei valutato positivamente film oggettivamente maldestri come il primo Captain America o lo stesso Avengers – Age of Ultron.
Mi diverto, va tutto bene. Pazienza per le scene tagliate, pazienza per le dinamiche produttive contorte; ormai l’industria cinematografica è un troiaio che pensa solo al profitto, ragionano tutti così e non ci sono santi e peccatori, ma solo una sfilza di stronzi che galleggiano in un mare di merda.
Non si salva nessuno, inutile prendere le parti di uno Studio piuttosto che di un altro.
E poi, non per mancare di rispetto a un mostro sacro, ma se ci limitassimo a valutare un film solo in ragione delle scene tagliate, La sottile linea rossa sarebbe una cagata pazzesca? Vi rendete conto del paradosso?

Insomma, Suicide Squad è un film che sarebbe potuto essere un capolavoro epocale. Ma devo valutare il film per quello che è, non per quello che non è stato.
Sono dispiaciuto anche io, come tanti, che la produzione si sia imposta sulla visione di Ayer e abbia rimaneggiato il girato a posteriori. Ma è anche vero che non bisogna credere a tutto ciò che si legge su internet, così come non dovete prendere per oro colato le mie parole, non dovete farlo mai. La verità la sanno solo ai piani alti e non credo che uscirà in tempi brevi. Quello che leggerete in questi giorni, da Leto che avrebbe mandato affanculo la Warner ad Ayer costretto a pulirsi il culo con lo script, è solo clickbait, materiale per arraffare visualizzazioni diffuso da testate giornalistiche preoccupate più di far cash che informare gli appassionati.
Ci vorrà del tempo.

Al netto dell’occasione “sprecata”, però, Suicide Squad rimane una pellicola estremamente godibile, scorrevole, divertente e caciarona, un punto di vista inedito sul mondo dei supereroi. Che esca o meno una versione estesa, un director’s cut, ciò che è uscito in sala mi ha comunque appassionato e lasciato con quell’intrigo particolare che ti fa venir voglia di rivedere il film almeno un’altra volta, cosa che farò molto presto, infischiandomene della shitstorm mediatica e di ciò che pensano i “paladini” e i moralizzatori del web.

Ma questo è solo il mio personalissimo e patetico pensiero.

PRO
Cafonissimo, esplosivo, gran divertente

CONTRO
Grossi scazzi in post-produzione

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.

The Legend of Tarzan

Posted: 10th August 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Alexander Skarsgård, Samuel L. Jackson, Christoph Waltz, Margot Robbie, Djimon Hounsou, Casper Crump, Ella Purnell, Jim Broadbent
Regia: David Yates
Durata: 109 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO: ½

Vado a vedere Tarzan sicuro di non sfigurare di fronte al fisico tartarugato di Alexander Skarsgård.
La mia sicurezza vacilla quando la trama mi si presenta apparentemente contorta, ricca di flashback e di intrighi dal sapore coloniale, troppo per il mio cervello (gia di suo non proprio performante) ridotto in pappa dal caldo di Agosto.

Christoph Waltz fa il gretto che se ne va in Congo a caccia di diamanti. Viene accolto in maniera poco amichevole da una tribù di mandinghi muscolosissimi capitanati da Djimon Hounsou, che però anziché incularlo a sangue decidono di fare un patto: i diamanti in cambio della testa di… The Legend of Tarzan!

Comincia proprio così, questo nuovo adattamento del romanzo di Edgar Rice Burroughs, ma nella sequenza dopo siamo già a Londra, dove Tarzan è diventato Lord Greystroke.
Tarzan incarna alla perfezione il brocardo Muscoli & Denaro, perché a un fisico bestiale forgiato nella savana abbina un lignaggio ereditario di alto bordo, tanto più che ha sposato la bella Jane che nel film ha i conturbanti lineamenti di Margot Robbie.

Con un intricato magheggio che il mio cervello non è stato in grado di cogliere, Tarzan viene spedito nuovamente in Africa e da qui in poi si sviluppa un’avventurosa quest vecchio stile, inframmezzata da flashback esplicativi del passato dei nostri protagonisti.

Particolarmente avvincenti quelli che mostrano come Tarzan sia stato allevato dalle belve più pompate della giungla, dei Gorilla coi braccioni enormi e il crestino all’insù. Bestie che gli hanno spappolato la famiglia a pestoni, per inciso, ma vabbe’, Tarzan ci si affeziona un mondo e cresce selvaggio col cazzo all’aria, capellone e con gli addominali torniti: il trionfo della bestia sull’uomo.

A mandare in tilt il mio cervello già compromesso è anche il concetto di contemporaneità spaziotemporale (non scontato, a fine ‘800), ben delineato dalle sequenze che vedono i nostri alternare le proprie vite tra i salotti alla moda londinesi e le baracche di fango e paglia congolesi, entrambe considerate “casa” ed entrambe dotate di affetti peculiari.

Naturalmente Jane verrà rapita dai gretti e Tarzan, sempre più nudo durante il film, dovrà flettere tutti i muscoli per riuscire a salvarla. Sarà accompagnato da un birbante Samuel L. Jackson che, nel momento più dubbio della pellicola, si ritrova a un passo dal leccare le palle a un gorilla gigante (sic!).

Le sequenze d’azione sfortunatamente sono troppo sincopate, abusano a dismisura del ralenti e sono aggravate da un montaggio poco efficace. Alcune mosse di Tarzan sono degne di un supereroe, specie un letale calcione capace di scagliare gli avversari a una decina di metri di distanza, mentre altri impatti appaiono fin troppo posticci e pianificati.

Poi Skarsgård si è sicuramente fatto un culo così, in palestra; c’ha degli addominali cesellati da urlo e anche una buona struttura superiore, specie la catena deltoidi-trapezi, ma in numerose scene è evidente l’intervento della computer grafica per pomparlo come solo un’assunzione massiccia e sconveniente di steroidi avrebbe potuto fare.

Alla fine della fiera, feticci fisici e interpretazioni discount (Waltz recita col pilota automatico) a parte, The Legend of Tarzan rimane un film di avventura moderno nell’impianto tecnico e narrativo ma memore e rispettoso del passato, a suo modo coraggioso nel voler riproporre una storia così datata negli ormai ipertecnologicizzati anni 2016, ignari del fascino dei grandi classici di un tempo. Ma è anche incapace di lasciare il segno con la stessa potenza degli schiaffi di Tarzan, di imprimersi in maniera indelebile nella memoria dello spettatore e, a eccezione di qualche scena (e forse dovuta solo alla mia personale sensibilità distorta), riesce difficilmente a emozionare.

Comunque ottimo per caricarsi prima di un allenamento pesante in palestra, specie se si pompa il dorso, ma potenzialmente privo di attrattive per chi se ne sbatte del proprio fisico, per chi ha sul culo gli animali selvatici e per chi si lava le palle con le storiellone d’avventura vecchia scuola.

PRO
Il trionfo della bestia sull’uomo

CONTRO
Non troppo memorabile

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.

La notte del giudizio – Election Year

Posted: 5th August 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: Frank Grillo, Elizabeth Mitchell, Mykelti Williamson, Joseph Julian Soria, Betty Gabriel, Terry Serpico, Edwin Hodge, Kyle Secor
Regia: James DeMonaco
Durata: 105 min.
Titolo originale: The Purge: Election Year
Produzione: USA 2016

VOTO:

La serie di The Purge, in Italia La notte del giudizio, esce da noi sempre in pieno Luglio, quando il caldo prende il sopravvento anche dei pochi neuroni rimastimi. Non sorprende, dunque, che le recensioni di questa saga siano puntualmente anomale e stringate.

Scongiurata la possibilità di una serializzazione esagerata in stile Saw, Election Year pensa bene di chiudere la trilogia con una premessa a dir poco allettante e a modo suo attualissima: alla vigilia dell’annuale notte dello sfogo, la candidata liberale alle presidenziali USA è presa d’assedio da uno squadrone di naziskin tatuati e armati fino ai denti, sovvenzionati dalla frangia conservatrice del governo. Il motivo è presto detto: la senatrice, a cui era stata sterminata la famiglia durante uno sfogo passato, ha tutta l’intenzione, una volta salita al potere, di porre fine alla barbara usanza ed esporre il bieco intrigo dei padri fondatori, ovvero il legalizzare l’omicidio per 12 ore all’anno al fine di ridurre la popolazione meno abbiente a tutto vantaggio dei ricconi.

Il duro Frank Grillo, sopravvissuto al secondo capitolo, è ovviamente il bodyguard number one della scorta privatissima della politica. Si troverà in mezzo alla merda e, con l’aiuto di qualche civile rastrellato in mezzo alla strada, cercherà di salvare e salvarsi il culo durante l’interminabile nottata d’inferno.

Il problema di questa saga è che le premesse sono sempre più intriganti dell’effettivo sviluppo del film.
Election Year non fa eccezione e, a una prima parte veramente concitata e sugosa, contrappone un break in frenata che ammoscia il ritmo e l’esaltazione accumulata, del tutto evanescente nel finale ormai spompato che cerca di regalare qualche brivido catartico di iperviolenza ma non colpisce nel segno come dovrebbe, nonostante le numerose Fatality a schermo.

Come auspicavo nella recensione di Anarchia, lo splatter è di altissimo livello e il sangue sgorga copioso, e quando una gang di capricciose teenagers armate di mitra tempestati di Swarovski viene arrotata da un furgone in corsa (e successivamente finita a colpi di fucile a canne mozze in pieno muso) mi ritrovo a saltellare sul sedile, come fossi un moccioso che mima le sberle dei Power Rangers alle prese con i loro plastificati antagonisti.

Il messaggio del film è che, nonostante l’effettivo potere terapeutico, lo sfogo è una pratica mostruosa da rinnegare con tutta l'(ormai scarsa) umanità rimastaci in corpo, specie perché strumentalizzato dai soliti poteri forti che magheggiano dietro le quinte con fini tutt’altro che collettivisti. Il discorso, però, per estensione, si può associare allo spettatore del film. Moralmente si sente in dovere di deprecare il concetto stesso – terribile – di sfogo; uccidere qualcuno come semplice antistress è qualcosa di così disumano che neanche la più feroce delle bestie potrebbe contemplarne la pratica sistematica. Eppure, quando un personaggio particolarmente antipatico e infìdo viene spappolato da un pallettone bello grosso, è impossibile trattenere il brivido di eccitazione, quel sottile orgasmo sinaptico che ci fa mormorare “Ah! Ben ti sta!” ma che, a conti fatti, ci pone sullo stesso piano degli aguzzini, collusi a chi professa il culto della morte a fini liberatori.

È un cortocircuito che, durante la visione e complice il ritmo serrato del primo atto, mi ha provocato un severo attacco di ansia cui sono riuscito a fare fronte solo con una kilometrica pisciata giallo fluo (dannato multivitaminico…) durante la pausa pubblicitaria a metà film.
A modo suo catartica anche quella, e moralmente più accettabile del desiderare la morte altrui.

PRO
Più violento, più catartico

CONTRO
Seconda parte anticlimatica

Disponibile su Amazon.it in DVD e Blu-ray.

Cell

Posted: 27th July 2016 by Death in Recensioni
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Interpreti: John Cusack, Samuel L. Jackson, Isabelle Fuhrman, Stacy Keach, Griffin Freeman, E. Roger Mitchell, Alex ter Avest, Catherine Dyer
Regia: Tod Williams
Durata: 98 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA 2016

VOTO: ½

È il secondo film di fila con John Cusack, e guardacaso pure la seconda merda consecutiva.
Credo proprio che il buon John stia attraversando un periodo di difficoltà economiche, perché per scelta dei ruoli, impegno profuso e persino capigliatura sospetta, mi ha ricordato in più di un’inquadratura il sempre simpatico ma in-guai-grossi-con-il-fisco Nicolas Cage.

Cell è un film tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, che lessi durante una schizofrenica estate di 10 anni fa. Nel 2006 ero piuttosto in merda e Death Row non esisteva ancora, sicché il mio cervello versava in condizioni critiche.
Ho pochi ricordi del libro, ma rammento con certezza di averlo letto con un certo piglio, interessato e vigile sino all’ambiguo e per nulla conciliante finale sospeso.

L’adattamento cinematografico di Cell esce per l’appunto a dieci anni di distanza da quella delirante stagione e dopo esser passato per le mani di Eli Roth che, dopo vari tentativi falliti, le mani ha preferito lavarsele e lasciare la patata bollente in quelle di Tod Williams, il campione a cui si deve quel sacchetto di sciolta liquida di Paranormal Activity 2.

La trama è semplice. Un bel giorno, un misterioso segnale GSM frigge il cervello a chiunque stia usando il telefono cellulare. King aveva anticipato il tema del rincoglionimento telefonico con largo anticipo, ma una simile punizione è oggi più che mai attuale, e ci meriteremmo un po’ tutti di finire con le sinapsi rosolate dal nostro smartphone in abbonamento. Le vittime dell’impulso, simpaticamente rinominate “telepazzi” o “cellulati”, diventano rabbiose e violentissime, si muovono in “stormi” e sono collegate tra loro in maniera telepatica, un bieco figuro sfregiato con la felpa rossa (nel libro chiamato in maniera evocativa “il Frastagliato”) a fare da ripetitore per tutti.

John Cusack incontra Samuel L. Jackson e una ragazzina rompiballe e tutti assieme appassionatamente cercano di sfuggire al disastro.

Salvo alcune differenze, specie nel finale, il film segue in maniera abbastanza fedele la struttura del libro, solo che quest’ultimo è di pregevole fattura, mentre il film fa cagare.
Perché?

Innanzitutto, gli attori sono scazzatissimi.
Cusack sembra Cage, l’ho già detto, e tiene la stessa espressione imbambolata per tutto il film. Che provi a difendersi da un cellulato o che si strugga al pensiero del tragico destino a cui potrebbe essere andata incontro la propria famiglia, Cusack è sempre lì, monolitico e con gli occhioni smarriti, a bonfonchiare le sue battute pensando probabilmente alla pausa pranzo.
Pensare poi che il Samuel L. Jackson di questo film sia lo stesso che, sempre quest’anno, ha recitato in The Hateful Eight è qualcosa di metafisico, di inconoscibile, un abisso concettuale che sfugge totalmente alla mia comprensione.

La fattura tecnica è altalenante. Qualche sequenza sarebbe pure ben diretta, ma generalmente il montaggio svacca il tutto e gli effetti digitali fanno proprio cagare, soprattutto nelle sequenze “di massa”. È evidente che il cash a disposizione fosse pochino, ma una simile pochezza non la vedevo dai tempi del glorioso Left Behind (guarda un po’ con chi?).

Lo scazzo domina la scena. Della sorte dei protagonisti non ci interessa minimamente, così come pare non freghi nulla neanche a loro stessi. Quando muore qualcuno si pensa “e sticazzi?”, mentre i personaggi al limite strepitano “oh no!” con scarsa convinzione. Pure con l’avvicinarsi alla conclusione la situazione non migliora. King, autore anche della sceneggiatura, ha detto di aver voluto cambiare il finale rispetto al libro perché questo non era stato apprezzato dai fan, peccato che ne abbia scritto uno del tutto peggiore e privo di qualsiasi pathos, al massimo una buona occasione per far esibire Cusack in una faccia ancora più imbambolata del solito.

Cell era un’ottima opportunità per riflettere sulla recente evoluzione della telefonia mobile e sull’influsso sempre più presente e pressante nella vita di tutti i giorni. Si potevano sfruttare i lungimiranti spunti del libro per ampliarli e contestualizzarli alla realtà moderna, che già ben si presta a esser criticata, non ci vuole neanche tutto ‘sto gran sforzo, e invece no, riproduciamo gli eventi del libro paro paro, qualche modifica qua e là giusto per far finta di averci lavorato su e tutti a casa.

Salvo al massimo la presenza di qualche sequenza splatter, ma è veramente poca cosa, anche perché spesso, nonostante la violenza sia piuttosto grafica, si scade nel ridicolo involontario con una scioltezza quasi ammirabile.
Si raggiunge l’apice dell’assurdo quando a un certo punto strepita la “trololol song” per una decina di minuti buona, proprio durante uno dei momenti potenzialmente più duri del racconto, e per un istante mi balena in testa l’idea che l’operazione tutta non sia altro che una grossissima e sonora presa per il culo ai danni dello spettatore.

Per fortuna, almeno, il film dura poco.
Il libro una settimana di lettura intensa, ma ne vale certamente più la pena.

PRO
Cusack potrebbe diventare il nuovo Cage

CONTRO
Una buona occasione buttata alle ortiche

La battaglia degli imperi – Dragon Blade

Posted: 20th July 2016 by Panzer Guderian in Recensioni
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Interpreti: Jackie Chan, John Cusack, Adrien Brody, Sharni Vinson, Lin Peng, Kevin Lee, Raiden Integra, Alfred Hsing, Tomer Oz, Temur Mamisashvili
Regia: Daniel Lee
Durata: 101 min.
Titolo originale: Tian jiang xiong shi
Produzione: Cina 2015

VOTO:

L’idea di accoppiare il genere peplum a quello wuxia è sicuramente seducente, ma nei fatti si scivola sulla pericolosa deriva del rapporto contronatura. Questo è ciò che avviene con l’abominevole La battaglia degli imperi, di recente uscita nelle sale cinematografiche italiane. Avevo fiutato il pacco già dal trailer, ma ero disposto a pagarmi il biglietto, salvo poi scoprire che il film è uscito worldwide da un pezzo e allora fanculo, vai di piratone.
Mai scelta fu più saggia.

Romani vs Cinesi dunque.

Siamo nel 48 a.C. e probabilmente gli sceneggiatori si sono ispirati ai legionari romani scampati alla sconfitta di Carre e rifugiatisi dopo un lungo peregrinare in Cina, dove si riciclarono come guardiani di confine al servizio del Figlio del Cielo. Una bella storiella su cui poter imbastire un bel film d’avventura, dai tratti survivor, attraverso i grandi spazi dell’Asia.

Manco per sogno.
Gli sceneggiatori optano per un’unica ambientazione, una polverosa città fortificata in mezzo al deserto del Gobi, su cui soltanto alla fine convergono in maniera sbrigativa gli eserciti delle nazioni confinanti lungo la Via della Seta. Tra questi i Parti, di cui si fa un gran parlare durante il film ma che non combinano un cazzo. Nel mezzo della vicenda abbiamo quindi i romani e i cinesi (?), o presunti tali, che si fanno i pompini a vicenda.

C’è il tempo, tra un boccaglio e l’altro, per stringere salde amicizie.
Cusack e Chan sono ben assortiti, l’uno il comandante di una legione in fuga dai complotti dell’Urbe, l’altro una specie di vigile urbano della Via della Seta.
Chan l’uomo giusto, restio all’ira, generoso. Evita la figa unna che puzza di latte cagliato, ma anche quella della moglie che pare confortarsi con i mercanti turkmeni. Rappresenta un’autorità del melting pot centroasiatico ed è il veicolo per le più banali tirate umanitarie del Jackie Chan uomo.
Cusack non di meno rappresenta la virtus latina, tutta patria et pietas, si porta appresso un patrizio di 10 anni dai tratti ributtanti. Publio, il mostro, sembra un bambolotto da film horror, piagnone e mezzo invalido. Strazio dei nostri occhi, sparisce dalla nostra vista a metà del film catapultato in german suplex dal suo tutore, un sicofante finocchio che somiglia a Costantino della Gherardesca.

Nessuno grida allo scandalo nemmeno quando spuntano i tratti semiti di Brody, nei panni del malvagio console romano. Al contrario, Tiberio – questo il nome del bomber – troneggia per cafonaggine e pacchianeria come un sovrano di Kenshiro, metà Shin e metà Souther, e ne fa fuori parecchi.

Le battaglie, totalmente irrealistiche – così come i costumi e le armi dei romani, che sembrano omini playmobil – ci regalano pochi momenti pregevoli, come il “carro armato” di scudi o l’incursione aerea dei condor sui fanti romani che grida al trash assoluto.

Chan fa la sua parte, ma rimane irrimediabilmente compromesso. Sembra tutto già visto, compresi i sorrisi a desti stretti da attacco diarroico, a cui aggiungiamo qualche gag presto abortita e il suo eyeliner a chiudere il cerchio del ridicolo.

Jackie Chan pericolosamente prossimo alla blacklist insieme al vegetariano Van Damme e al pro-gender Schwarzenegger.

PRO
Soldi risparmiati

CONTRO
Tutto e tutti

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