Silent Hill: Revelation

Posted: 22nd May 2013 by Death in Recensioni
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Interpreti: Adelaide Clemens, Kit Harington, Sean Bean, Radha Mitchell, Deborah Kara Unger, Carrie-Anne Moss, Malcolm McDowell, Martin Donovan, Erin Pitt
Regia: Michael J. Bassett
Durata: 94 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA, Francia 2012

VOTO: ½

Il seguito di Silent Hill (2006) non è, sfortunatamente, all’altezza del predecessore.
Se la pellicola diretta da Christophe Gans infatti era stata in grado di tributare alla grande il videogioco di Konami riprendendone alla perfezione le atmosfere e gli snodi narrativi più importanti, condendo tutto con un finale splatter da cardiopalma, questa seconda incarnazione, diretta dal Michael J. Bassett di Solomon Kane, rivela ben presto i suoi limiti.

Il film parte in quarta riprendendo l’incipit del Silent Hill videoludico numero 3.
Non manca nulla: conigli di peluche sanguinolenti, giostre infernali, ambienti lerci e arruginiti. Heather Mason, eroina del film, strippa proprio come nel gioco, vittima di visioni infernali che la attirano inesorabilmente verso la cittadina fantasma di Silent Hill.
Bassett sembra aver fatto i compiti a casa ed essersi almeno preso la briga di giocare un po’ alla Ps2.
Poi, qualcosa va storto.

Assodato il buon comparto tecnico, non si sa per quale motivo la sceneggiatura crolla in mille pezzi. Situazioni inspiegabili, personaggi che appaiono e scompaiono, citazioni gratuite “tanto per”. A un certo punto appare Malcom McDowell, incatenato, che fa il matto. Rutta qualche frase apocalittica e poi si trasforma in un macho infernale che però va presto al tappeto con una pistolettata.
Comincio a non capirci più un cazzo.

Salta fuori un amuleto coi poteri magici, ci si confronta sbrigativamente al luna park con la propria metà oscura e poi via diretti al confuso finale, dove una Carrie-Ann Moss sommersa dal make-up si trasforma in un suppliziante copiato paro paro da Hellraiser 3 e viene fatta a pezzi in pochi minuti da Pyramid Head, inspiegabilmente schieratosi dalla parte dei buoni.

A fine visione, confuso e un po’ deluso, tiro le somme.
Ci sono parecchi effetti “sfondamento” atti a giustificare il fottuto 3D che mi impedì di vedere il film al cinema. Una volta tanto, devo ringraziarli. Ho risparmiato 10€.
Per il resto, Silent Hill: Revelation, oltre a non rivelare un cazzo, è ottimo nello sputtanare quanto di buono portato avanti dal primo capitolo, uno dei pochi esempi di film tratto dai videogames riuscito. La solidità del film di Gans qui viene infatti vanificata da una storyline a dir poco incomprensibile.
La sceneggiatura sgangherata, raffazzonata, sembra sia stata imbastita in fretta furia, inserendo giusto qualche elemento di rimando ai games giusto per non scontentare i fans e portare a casa la pagnotta.
Peccato, perché il bestiario è sempre affascinante e ben realizzato, e c’è pure qualche sequenza gore gradevole.

Il finale poi lascia aperta la possibilità ad un sequel che, già dalle premesse, si prospetta essere una gran rottura di coglioni.

Allora sfreccio rapido sulla baia, destreggiandomi tra le miriadi di inserzioni aperte, alla ricerca del prezzo più onesto per portarmi a casa una copia in buone condizioni di Silent Hill 3, che anni fa mi deluse, ma alla luce di quanto detto mi pare il gioco più bello del mondo.

PRO
Grazie, 3D

CONTRO
Un altro brand sputtanato

Snitch – L’infiltrato

Posted: 19th May 2013 by Panzer Guderian in Recensioni
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Interpreti: Dwayne Johnson, Barry Pepper, Jon Bernthal, Michael Kenneth Williams, Melina Kanakaredes, Nadine Velazquez, Benjamin Bratt, Susan Sarandon
Regia: Ric Roman Waugh
Durata: 112 min.
Titolo originale: Snitch
Produzione: USA, Emirati Arabi Uniti 2013

VOTO: 

Un film educativo, proiettato sul sociale, questo Snitch – l’infiltrato. Chi l’avrebbe mai detto?
Io no di certo! Influenzato com’ero da innocui pregiudizi estetici di stampo lombrosiano, le mie aspettative sul tenore del film erano pesantemente condizionate dai trapezi di The Rock, la funzione dei quali, diciamocela tutta, non è certo quella di puntellare elegantemente il colletto della camicia di un businessman come vorrebbe la civiltà delle buone maniere, ma quella più ancestrale e primigenia di sostenere un German Suplex.

E invece di Suplex non se ne vede neanche l’ombra, e al contrario abbondano camicie e abiti scuri, panni idonei a nascondere le vergogne di un Tom Hanks, non certo a celare i frutti della chimica farmaceutica applicata al fitness. Perché, è inutile che ci prendiamo in giro, The Rock la merda la prende.

Nel film si tace su questo piccolo particolare, e si cerca di ingabbiare la voracità proteinica di un animale nelle maglie quotidiane di un onesto imprenditore edile: John Matthews. Sicché la sua innata tendenza all’espansione non si traduce in un ulteriore ingrandimento fisico, ma in un coerente adeguamento alle politiche monetarie americane: “Sì, chiediamo un prestito, facciamo girare il capitale”. Come se ciò non bastasse, la rassicurante cornice viene cementata dall’affetto familiare, sconvolto improvvisamente dall’arresto del figlio adolescente per spaccio di droga.
Per farla breve, pare che negli USA le pene minime per questo reato siano state innalzate spropositatamente per indurre i condannati a collaborare in cambio di sconti di pena. Il figlio di Matthews, però, preferisce farsi lesionare l’ano in carcere, ottenendo un invidiabile score di 40 punti di sutura, piuttosto che farsi appellare “Buscetta” dal coglione di turno.
La situazione appare impossibile da sbrogliare, ma finalmente il protagonista realizza che sotto la blusa di bellimbusto pulsano 120 kg di muscoli, e decide di sfruttarne il potenziale collaborando con l’antinarcotici per riscattare il figlio.
A questo punto mi aspettavo che il nostro eroe rivelasse un passato nei Navy Seals o nei Berretti Verdi, e che per l’occasione tirasse fuori da qualche cassetta in soffitta un bel M60 o un lanciagranate M79, si truccasse il viso col pastello nero e scendesse in strada a far saltare palazzi. Invece nulla di tutto ciò. In men che non si dica i miei sogni si infrangono di fronte alle impietose immagini di The Rock a terra mentre viene preso a calci da un gruppetto di spacciatori under 21.

Era giunto il momento di arrendersi all’evidenza, di rinunciare ad ogni pretesa di piegare la realtà esterna ai propri criteri, e lasciare che recepissi le immagini che scorrevano di fronte a me con lo stesso fiducioso distacco con il quale il pellegrino a Benares percepisce il flusso eterno del samsara attraverso il movimento dei fiori di Java trascinati dal Gange.

Complice il mutato atteggiamento, il film si fa più godibile, e la vicenda di un padre di famiglia che mette a rischio la propria vita nei lugubri meandri del narcotraffico suscita suspance e ammirazione. La brutalità con la quale il cartello della droga mantiene il proprio potere è contrastata efficacemente dall’amore paterno che supera ogni tipo di resistenza: lavoro, convenienze familiari, pressioni e ricatti istituzionali. Anche quando le pallottole cominciano a fischiargli attorno, Matthews non demorde e risponde alle offese con un fucile a pompa acquistato per l’occasione. La riscossa armata di un civile, se può essere letta come la celebrazione del Secondo emendamento della Costituzione, acquista maggior valore se si considera la feccia a cui è destinato il piombo. Se Malik si rivela un trafficante locale, ambizioso quanto violento – e comico per la somiglianza fisica e onomastica col Negus Menelik -, El Topo è l’archetipo dei narcos messicani, e questo basta ad augurargli le peggio cose.

Proprio per questo motivo il prossimo pusher che mi verrà incontro in disco non riceverà soltanto una risposta negativa, ma un bel destro su per il naso. Qui non si tratta solo di legalità e salute, qui ci sono di mezzo le lacrime di The Rock che brillano in primo piano!
Un evento del genere merita un’ultima, doverosa, riflessione: Snitch – l’infiltrato è a tutti gli effetti il film ideale per celebrare la festa del papà. Se Commando anche sotto questo aspetto rimane insuperabile, tuttavia manca dell’umanità intrinseca di un John Matthews, e pertanto non fa scattare quel naturale meccanismo di immedesimazione con il protagonista. Ovviamente Schwarzy e The Rock hanno ben poco di umanamente comune, ciononostante entrambi esprimano quei caratteri di virilità, dedizione, autorità e protezione prettamente paterni, e Dio solo sa quanto queste virtù hanno bisogno di pubblicità in una società corrotta dai deliri della cultura gender, dei genitori A e B e di altre amenità.

PRO
Paternità muscolare

CONTRO
Il trapezio no, non è stato considerato

L’uomo con i pugni d’acciaio

Posted: 17th May 2013 by Death in Recensioni
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Interpreti: RZA, Russell Crowe, Cung Le, Lucy Liu, Byron Mann, Rick Yune, David Bautista, Jamie Chung, Pam Grier, Daniel Wu, Gordon Liu, Dennis Chan
Regia: RZA
Durata: 95 min.
Titolo originale: The Man with the Iron Fists
Produzione: USA, Hong Kong 2012

VOTO: 

Prima di iniziare la visione de L’uomo con i pugni di ferro, bisogna tenere in considerazione un paio di cose.
Il regista, il rapper RZA, è scimmiato perso con i film di arti marziali di Hong Kong degli anni ’70, a tal punto da averne voluto ricreare uno seguendo gli stilemi fondamentali ma contaminandolo con elementi alieni più di suo gusto.
Questo genere vanta una produzione sterminata di pellicole sfornate in serie, alcune delle quali scalcinatissime, aventi tutte temi e dinamiche molto simili, principalmente la vendetta a colpi di calci rotanti e la guerra tra clan appartenenti a scuole marziali rivali. Roba violentissima girata col cuore che giustamente continua ad avere i suoi estimatori, poiché gran divertente.
RZA così imbastisce il suo personale giocattolone: chiama a raccolta un nutrito gruppo di star dell’epoca, esperti picchiatori moderni e una serie di comprimari extra-lusso in vacanza premio, e ficca tutti dentro un set cineseggiante.

La storia è ambientata a Jungle City, paesello fuori dal tempo dove impazzano temibili gang di marzialisti assassini.
RZA fa il fabbro che produce le armi con le quali questi clan si fanno allegramente a pezzi.
La trama è incasinatissima e praticamente ininfluente, mero pretesto per proporre pestaggi senza soluzione di continuità e quante più grezzate possibili. C’è tutto un intreccio relativo ai vari clan, a un tesoro nascosto e a un bordello pieno di puttane letali, ma molto presto smetterete di voler seguire tutti gli snodi e vi concentrerete sul piatto forte del film, ovvero i calci in faccia e le caratterizzazioni esagerate.

Per capirci, c’è Russel Crowe ciccionissimo che interpreta una specie di bounty hunter erotomane che pensa solo a fare acrobazie erotiche con le squinzie, Rick Yune che interpreta una specie di porcospino vivente chiamato X-Blade, Byron Mann (ve lo ricordate? Ryu di Street Fighter!) che fa il cattivissimo ma c’ha un parruccone in testa che fa sganasciare dalle risate e una piccola particina la fa persino Dennis Chan, l’indimenticabile maestro Xian di Kickboxer!

L’intento di RZA è lodevole e traspare tutto l’amore nei confronti del genere Wuxia. Il problema grossissimo però sta nell’essersi voluto riservare il ruolo di “protagonista”, anche se non viene delineata una gerarchia marcata tra i personaggi. RZA fa letteralmente cagare come eroe, non riesce a cambiare espressione neanche quando gli segano le braccia con una scimitarra rovente, sembra sempre sul punto di scoppiare a piangere e neanche dopo il power-up che dovrebbe consegnargli dei poteri micidiali riesce ad essere più carismatico di una ciotola di noodles. Mentre tutti gli altri gigioneggiano e fanno i matti, RZA non riesce a fare il figo manco per il cazzo, nonostante il suo personaggio dia il nome all’intera pellicola.

Meno male che a bilanciare la situazione c’è il titanico Batista, wrestler tatuatissimo che ha giustamente deciso di finirla con lo Smackdown e mettere a disposizione il suo fisico pompato (e inchiostrato) per il fantastico mondo del cinema tamarro. Batista interpreta Brass Body, un macho che all’occorrenza può trasformare il suo corpo in ottone indistruttibile, una cafonata così irresistibile che propongo di ridisegnare le statuette degli Oscar con la sua effige.

Batista VS Oscar award

Batista spacca tutto e sinceramente non me l’aspettavo proprio, temendo che il suo personaggio venisse relegato come sub-boss o scagnozzo pittoresco, mentre invece si classifica come uno dei villain principali.
Purtroppo proprio gli scontri risolutivi, che dovrebbero garantire un discreto livello di esaltazione, si consumano in maniera troppo frettolosa, anche se la “mossa finale” che chiude definitivamente i giochi è così grossolana che sembra uscita dritta dritta da qualche picchiaduro anime giapponese stile Dragon Ball.

Un altro grosso scazzo è la presenza invasiva di effetti splatter digitali. Il film è molto crudo e violento, ma spesso gli spruzzi di sangue più copiosi sono renderizzati al computer e il risultato finale è artificioso al massimo, oltre a stonare anche dal punto di vista della fedeltà al genere originale.

Da bravo membro del Wu-Tang Clan, RZA musica queste scorrerie a ritmo di rap, venendo a creare un noioso effetto di déjà-entendu col rap dissonante contenuto in Django. Quello che potrebbe apparire come uno degli innumerevoli tentativi di emulazione, è in realtà parte integrante del Tarantino-style, visto che nel 2003 RZA compose alcuni beat per la colonna sonora di Kill Bill: vol. 1, nonché un pezzo per Django Unchained stesso. Tarantino infatti produce, assieme al fidato buddy Eli Roth.

L’uomo coi pugni di ferro rimane uno spettacolo fracassone godibile, fililogicamente (abbastanza) coerente e con un cast deluxe che ricopre ruoli veramente fuori di testa. Non bisogna aspettarsi niente di più che una grossa festa marziale, coreografie impossibili, scenografie sontuose ed esotiche quanto un negozio di cineserie.
La trama, la logica, la verosimiglianza, la sobrietà, un protagonista carismatico… quelle cose lì, lasciatele perdere.

PRO
Royal Rumble in salsa Wuxia

CONTRO
RZA cagnaccio

La Casa (2013)

Posted: 13th May 2013 by Death in Recensioni
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Interpreti: Jane Levy, Shiloh Fernandez, Lou Taylor Pucci, Jessica Lucas, Elizabeth Blackmore, Randal Wilson, Jim McLarty, Inca
Regia: Fede Alvarez
Durata: 90 min.
Titolo originale: Evil Dead
Produzione: USA 2013

VOTO: 

Volete sentire un’altra volta il solito pistolotto per il quale i remake non avrebbero senso di esistere?
Credo di no, dunque partiamo con i soliti postulati di rito, e cioè che i remake sono lammerda, i reboot puzzano e il cinema di una volta era più meglio perché sì.

Detto ciò, esco fuori dalla modalità pregiudizievole ed entro in sala fiducioso per questo rifacimento dell’epocale La Casa (1981) di Sam Raimi. Un film oserei dire intoccabile, geniale nella sua realizzazione “amatoriale” e precursore totale di un genere prolifico e fin troppo imitato. Eppure, l’intenzione di rivisitare quel film leggendario nasce proprio per volere dei suoi creatori, Raimi e i compari di merenda Tapert e Campbell, il ché genera qualche confusione.
Quindi, prima di cominciare la visione, sgombriamo la mente.
La Casa 2013, regia dell’esordiente Fede Alvarez, evita il confronto diretto con il prototipo, imbastendo una storia grossomodo fedele all’originale ma con alcune rivisitazioni non invasive.

Piuttosto che per trascorrere un tranquillo week-end di paura, la combriccola odierna si riunisce nella baita sperduta nella foresta per aiutare un’amica che sta cercando di ripulirsi dalle droghe. La cara amica strippa senza pietà.
Quella che sembra essere solo una violenta “scimmia”, si rivela in realtà essere una nevrosi demoniaca scatenata dal solito Necronomicon, inchiostrato di fresco (il sangue umano sembra però esser stato rimpiazzato da della semplice china).

L’unico passo veramente falso del remake, per me, sta proprio nell’evocazione delle forse oscure.
Se nell’originale i nostri “eroi” risvegliavano i demoni ascoltando incuriositi un nastro magnetico, qui il nerd occhialuto di turno, nonostante gli avvertimenti scarabocchiati sulle pagine del libro – “Non leggere, ocio che muori!”, “ALLARME SATANA” e tutta una serie di disegnini truculenti -, cosa fa? Evoca il diavolo, ovviamente, declamando l’infame rituale in tono drammatico e serioso. Non può dire di non essere stato avvisato, dunque la punizione per la sua stoltezza è l’inferno in terra.

Una volta sbrogliati gli obblighi di storyline, il film marcia spedito a suon di sequenze splatter pazzesche, una roba veramente fortissima che raramente si è vista al cinema, almeno in tempi recenti. Una vera e propria festa di sangue senza alcuna incertezza censoria, tra arti mozzati e rigurgiti sanguinolenti. Una manna per uno splatterofilo accanito come me, un calvario per gli incauti spettatori “casuals“, costretti a coprirsi gli occhi di fronte alla mattanza totale.
Convincentissimo l’utilizzo di effetti artigianali classici piuttosto che la solita merda in CGI: il quadro trasuda sangue, sporcizia, orrore e non poligoni, textures e lens flares. Trattandosi di un progetto a basso budget, il tutto acquista ancora più valore e rispetta un’etica horror cara agli estimatori di vecchia data.

Alvarez evita il rischio del rifacimento patinato, ciò in cui Nispel e soci avevano fallito. I personaggi sono lontano dagli stereotipi del macho palestrato e la figa siliconata, fortunatamente nessun personaggio vuole prendere il posto di Ash e i toni generali sono sporchissimi e neri come la situazione richiederebbe. Finisce davvero tutto in un minestrone di sangue, fango e merda. Si riducono al minimo le incursioni nell’umorismo nero, anche se qualche momento è talmente grottesco da poter strappare qualche risolino isterico liberatorio.

La regia è decisa, per nulla intimorita dal gravoso incarico e spesso omaggia il maestro con le tipiche zoomate sghembe e l’immancabile steady tra gli alberi.
Buoni gli attori, tra i quali spicca la notevole Jane Levy, in doppia performance parimenti schizzata, in bilico tra crisi d’astinenza ed estasi diabolica. La sua versione demoniaca è veramente terrificante e perversa, anche se forse rinforzata da qualche aiutino in post-produzione.

La progressione degli eventi subisce qualche modifica, per evitare il rischio di noia e la sensazione di déjà vu. Alvarez, anche sceneggiatore, azzecca persino un paio di twist non banali che giocano proprio sul tradire le aspettative di chi conosce già le regole del gioco, e regala una sequenza finale in rosso dominante così catartica e potente da avermi quasi commosso.

Immancabili le chicche sui titoli di coda, con l’audio “maledetto” tratto dal film originale e una brevissima scena che strizza l’occhio ai fans ma che ho trovato veramente gratuita ed inutile. Molto meglio le criptocitazioni nascoste, come la vecchia macchina di Raimi abbandonata nel bosco e altre che non noterete fino a che non andrete a cercarle su internet.

Non si può pretendere che Evil Dead 2013 sostituisca il film originale ma, tra i tanti modi in cui si può gestire un’operazione di rifacimento simile, questo è certamente uno dei migliori.
Poche pretese, molta umiltà e qualche migliaio di galloni di sangue finto.

PRO
Potenza splatter assoluta

CONTRO
Il primo amore non si scorda mai

Iron Man 3

Posted: 9th May 2013 by Death in Recensioni
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Interpreti: Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Don Cheadle, Guy Pearce, Rebecca Hall, Jon Favreau, Ben Kingsley, Paul Bettany,  James Badge Dale
Regia: Shane Black
Durata: 130 min.
Titolo originale: id.
Produzione: USA, Cina 2013

VOTO: 

Dopo un ottimo esordio e il passo falso del secondo capitolo, a concludere la saga dell’uomo di ferro viene ingaggiato quel Shane Black già ampiamente apprezzato negli anni ’90 per le sue sugose sceneggiature.
Dal trailer parrebbe che l’ultimo tassello della trilogia voglia imitare le tonalità gravi e solenni dell’ultimo Batman, ma è tutto un’astuta montatura commerciale.

Si capisce dalla musica sui titoli di testa: fuori dai coglioni gli AC/DC, dentro Blue degli Eiffel 65 (giuro!).
Iron Man 3, alla pari e forse ancor più degli altri capitoli, è né più né meno un grosso commedione zeppo di effetti speciali basato esclusivamente sulla figura di Robert Downey Jr., mattatore assoluto che comincia un po’ a sfibrarmi le palle con il suo autocompiacimento.

Dopo gli eventi di The Avengers, Tony Stark soffre di crisi di panico e trova conforto solo all’interno della sua armatura di latta. Non c’ha voglia neanche di zomparsi la Paltrow, con la quale manda in avanscoperta uno dei suoi robo-fantocci: Tony sta proprio messo male.

Gli Stati Uniti, già sfiancati dall’invasione aliena precedente, sono ora minacciati da un sinistro figuro agghindato come un barbone dalla vaga allure mediorientale, il Mandarino, che dovrebbe essere cinese ma ha il faccione compassato di Ben Kingsley. Il Mandarino manda ai TG i video pazzi dove si vede lui che spara con gli AK-47 alle foto del presidente USA e incita alla jihad manipoli di guerriglieri imbaccuccati, un mescolone pazzesco.
Tony Stark, interrogato a riguardo, ringhia in diretta TV qualcosa tipo “Vieni a casa che ti faccio il culo”, e consegna alla stampa il suo domicilio dettagliato.
Nel giro di 5 minuti, uno sciame di elicotteri da guerra sta bombardando a suon di missili la sua villona sul mare.

Tony, che praticamente si è inculato da solo, è costretto a fuggire in Tennessee, dove sarà costretto all’autoanalisi e a superare i suoi demoni personali, nonché a fare da balia a un marmocchio cagacazzo, e qui mi fermo perché sennò sto a raccontarvi tutto il film, sennò poi che gusto c’è?

Ora, io di fumetti di Iron Man non ne ho mai letto uno, neanche di striscio, quindi sicuramente sarete più ferrati di me nel dire quanta attinenza c’è col materiale originale.
Esulando da ciò, le mie personalissime osservazioni sono le seguenti:

1) Tony Stark mi ha rotto il cazzo. C’ha le crisi d’ansia lui che c’ha i miliardi, la Paltrow, il villone sul mare, il supercomputer e un’armatura con la quale potrebbe mettere sotto scacco il mondo intero? Ma vaffanculo Tony!

2) Il film, e questo è un difetto anche dei precedenti capitoli, non riesce mai ad essere realmente epico.
Ogni momento potenzialmente drammatico viene o risolto con facilità, o stemperato con una gag scema. Inoltre non si avverte minimamente il sentore di minaccia che invece la situazione richiederebbe.
Ok, la Disney forse non gradisce produrre film dove la gente viene massacrata con dovizia di dettagli cruenti (anche se si parla di terrorismo), ma il pubblico non dovrebbe neanche gradire un film presunto epico dove non muore nessuno e il protagonista è praticamente inviolabile. Qualora ci si trovi davanti a un problema, ci pensa Jarvis a risolverlo. E nelle situazioni disperate, basta richiamare per l’ennesima volta l’armatura telecomandata (che fa le cose anche col pilota automatico) e sei apposto.

3) La sceneggiatura, come peraltro il precedente episodio, sembra un pò incerta nonostante Black abbia già dimostrato di saperci fare. Nello specifico, viene dato tantissimo risalto a sequenze fondalmente inutili, e poi non si riesce a far risaltare i momenti clou. Anzi, lo sbroglio risolutivo è così accellerato che non ci si crede. All’uscita dalla sala, di Iron Man 3 rimane ben poco, tolti gli effettoni digitali e le gigionerie di Downey Jr., e un dettaglio che mi accingo a suggerirvi.

Dopo aver esposto le mie perplessità, non posso negare che ci siano stati degli aspetti che mi hanno fatto apprezzare maggiormente il Three sopra il Two, che aveva l’enorme colpa di non essere riuscito a valorizzare i villains a disposizione. Perché si sa, un supereroe senza un supercattivo non serve a un cazzo.
In Iron Man 3 invece c’è un bel colpo di scena riguardo il Mandarino, che ovviamente non vi spoilero, così sprezzante e sovversivo che secondo me ci troviamo dalle parti della genialata. È un vero e proprio calcio in culo agli hardcore fan del fumetto Marvel e, non essendo tale, a me è piaciuto parecchio. Mi sbilancio dicendo che un twist simile vale da solo il prezzo del biglietto, ma immagino che per molti, patiti del comics originale, possa rappresentare una sorta di sacrilegio.
La scena finale poi, abbozzatissima nel 2 con un Mickey Rourke sprecatissimo, qui invece convince maggiormente sia per spettacolarità che per durata. Ok, c’è un momento di spannung umanamente insopportabile che Stark minimizza con la solita battutina (e vi assicuro che dovrebbe strapparsi pizzetto, capelli e palle), ma almeno segue un bello scontro corpo a corpo con finalone esplosivo d’artificio.

Iron Man 3 in definitiva sembra assestarsi sugli standard della recente produzione Marvel, basati su spettacolarità sovrastante la struttura narrativa e invadente presenza di humour, anche a sproposito.
Resta comunque uno spettacolo divertente, inferiore al primo ma superiore al secondo, ma se cercate epicità, qualsiasi cosa voglia dire, temo dobbiate rivolgervi da qualche altra parte.

PRO
Il Mandarancio

CONTRO
Sotto gli SFX nulla